Siddharta, Gesù e le religioni che li hanno dimenticati (parte III)

maggio 28, 2009

I SANTONI
Si trattò di due modi differenti di abbandonare il proprio contesto, ma ambedue comunque in qualche modo secchi e traumatici. Occorre tuttavia ricordare che sia nella Palestina dei tempi di Gesù, sia in India (e nelle zone circostanti) all’epoca di Śākyamuni, la scelta di dedicarsi alla vita dello spirito e trasformarsi in un santone o assimilabile era piuttosto diffusa. Entrambi gli ambienti brulicavano di sedicenti illuminati, profeti, santoni, asceti, brahmani, risvegliati, addormentati, maghi, veggenti, yogi, filosofi, meditatori di professione, maestri e via santificando. In effetti bastava dare un calcio a un sasso qualsiasi e, sotto di esso, si potevano senza dubbio scoprire tre o quattro di tali creature sempre intente a discutere, far miracoli, mendicare o meditare. Le dottrine di tutti quei pittoreschi personaggi avevano spesso parecchi punti in comune (almeno nell’ambito di contesti culturali affini), ma comunque, in qualche modo misterioso, ognuno continuava a pretendere di saperne un po’ più degli altri o di essere “più risvegliato” o “più potente”. Per dirla in termini chiari: “più fico”.

Ovviamente l’incredibile proliferazione di pseudoveggenti e pseudoprofeti non dipendeva da una effettiva, reale sovrabbondanza di persone progredite spiritualmente. Se così fosse stato, come minimo ci sarebbe stato da aspettarsi che tutti quegli esseri così nobili e avanzati si stimassero reciprocamente e si mettessero d’accordo nell’insegnare concordemente una stessa dottrina: quella “vera”. Invece, pur in un contesto di credenze di base comuni, ognuno aveva una sua propria visione e le diatribe stizzose e poco caritatevoli fra santi uomini erano all’ordine del giorno. Per esempio nell’Anguttara Nikāya, uno dei testi inclusi nel Sutta Pitaka del canone buddhista Pali, si trova scritto senza mezzi termini: “[…] i monaci che sono versati nella spiegazione e interpretazione del Dhamma biasimano i monaci contemplativi […] inoltre, amici, i monaci che praticano la contemplazione biasimano i monaci che sono versati nella spiegazione e nell’interpretazione del Dhamma […] così tutti costoro non sono dediti al bene delle genti, al bene e alla felicità dei deva e degli uomini”(*).

Ma torniamo ai nostri eroi. Tanto Buddha che Gesù, in definitiva, appartenevano alla folta schiera dei Conoscitori Professionisti della Verità, dediti a un perenne, alacre randagismo per spostarsi di qua e di là al fine di scambiare con le ignoranti genti locali frammenti di Illuminazione in cambio di pane e formaggio. Ambedue stigmatizzavano le dottrine dei “falsi profeti” e ambedue gironzolavano dispensando una parola saggia qua e un miracoletto là. Certamente agivano con un loro proprio stile, ma in definitiva non si distaccavano poi troppo da centinaia di loro colleghi meno famosi. Tanto per citare un paio di noti colleghi dei due, basterà ricordare i santoni di cultura indiana Vardhamāna e Ārādha Kālāma che furono sostanzialmente contemporanei di Śākyamuni; il primo, noto anche come Mahāvīra, fondò il giainismo (la dottrina di quei monaci che quando camminano spazzano il terreno davanti a sé per evitare di schiacciare inconsapevolmente qualche piccolo essere vivente); il secondo fu uno dei due maestri cui lo stesso Buddha si rivolse per imparare, dopo aver lasciato la casa paterna.

(*) per spezzare la catena è necessario raggiungere il distacco da ogni elemento di realtà, riconoscendolo per quello che è (impermanente e illusorio) e riuscendo di conseguenza a praticare fino in fondo il Sentiero di Mezzo (ossia un insieme di prescrizioni e criteri di comportamento pratici intesi a facilitare il distacco);
Giorgio Penco

Siddharta, Gesù e le religioni che li hanno dimenticati (parte II)

aprile 12, 2009

RITIRO SPIRITUALE

2317928071 a979415024 Siddharta, Gesù e le religioni che li hanno dimenticati (parte II)Tanto Siddhartha, quanto Gesù (quasi si fossero messi d’accordo), prima di iniziare la fase pubblica della loro vita, trascorsero un periodo di isolamento, meditazione e privazioni. Ambedue, si racconta, furono tentati dallo spirito del male. Il primo, è ben noto, cercò per anni la chiave dell’illuminazione facendosi seguace di famosi maestri e poi, lasciati i maestri, mortificando la carne fino al limite estremo. Infine, quando ebbe imboccata la strada giusta, fu ripetutamente minacciato e tentato da Mara, dio del male. Ma ovviamente alla fine, come accade nei film, vinse il bene: Mara si ritirò con la coda fra le gambe (i cattivi hanno sempre la coda!) e il buon Sakyamuni raggiunse l’illuminazione, rendendosi in questo modo finalmente pronto per presentarsi al mondo.

Gesù era probabilmente un ragazzo più dotato del collega e non ebbe bisogno di cercare per anni e anni la strada giusta: gli bastò trascorrere quaranta giorni e quaranta notti nel deserto, da solo e senza mangiare, né bere (altro che sciopero della fame, Pannella avrebbe molto da imparare) e il gioco fu fatto.

Satana in effetti capì subito che quel giovanotto inappetente costituiva una seria minaccia e si diede da fare per tentarlo con tutti i mezzi e i trucchetti disponibili. Ma evidentemente Gesù ne sapeva una più del diavolo e se la cavò con disinvoltura. Anche lui, a quel punto, era pronto per entrare in scena. Per inciso, viene spontaneo chiedersi come abbiano fatto gli evangelisti a conoscere i dettagli del ritiro di Gesù nel deserto. Di fatto, all’epoca dei fatti il gruppo degli apostoli non esisteva ancora e Gesù era da tutti i punti di vista un privato cittadino, inoltre nel deserto era (si dice) rigorosamente solo. Il suo lungo digiuno dunque non ebbe testimoni. O fu lui stesso a raccontare la vicenda (ma essendo parte in causa avrebbe potuto anche “aggiustarla”) oppure qualcuno se la inventò poi di sana pianta. In ambedue i casi, è evidente, si tratterebbe di notizie storicamente poco affidabili.

Sia Siddhartha che Gesù lasciarono il loro contesto sociale e familiare, spezzarono i legami e si dedicarono a raccontare al mondo le loro verità. In entrambi i casi, sia pure in modi diversi, abbiamo indizi di un distacco piuttosto problematico. Nel caso del Risvegliato la leggenda ci racconta di un drammatico confronto con il padre, con il suo auriga e poi con messaggeri inviati a dissuaderlo. Gemiti, strepiti, lacerazione di vesti e capelli strappati in mezzo a fontanelle di lagrime a profusione. Certamente in tutto ciò c’è molto di mito, ma al di là dell’aneddotica, la scelta del distacco, per quanto in sintonia con le usanze del tempo, fu drastica. E il fatto che ci sia stata tramandata come tale non è senza significato.

Il caso di Gesù non ci è noto con abbondanza di particolari, tuttavia diversi passi evangelici ci forniscono indizi che sono abbastanza interpretabili. Il primo è costituito dal già ricordato episodio in cui il futuro Messia, si mise a polemizzare nel tempio e, rintracciato infine dai genitori, li rimbeccò con tono piuttosto acido: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49). Poi abbiamo altri passi in cui vengono sottolineati l’insofferenza nei confronti della famiglia (e particolarmente della madre, come nel caso celeberrimo delle nozze di Canaan) o i cattivi rapporti con essa e addirittura con i suoi compaesani (Lc 4, 21-30 e Mc 6, 1-6). In Mc 3, 31-35, di nuovo, abbiamo parole assai dure nei confronti della famiglia che la Chiesa si affanna da secoli a cercar di spiegare in modo accettabile (31Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. 32Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». 33Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 34Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre»). E gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

Giorgio Penco

Foto di Greta Lorenzetto

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