Siddharta, Gesù e le religioni che li hanno dimenticati (parte III)
maggio 28, 2009
I SANTONI
Si trattò di due modi differenti di abbandonare il proprio contesto, ma ambedue comunque in qualche modo secchi e traumatici. Occorre tuttavia ricordare che sia nella Palestina dei tempi di Gesù, sia in India (e nelle zone circostanti) all’epoca di Śākyamuni, la scelta di dedicarsi alla vita dello spirito e trasformarsi in un santone o assimilabile era piuttosto diffusa. Entrambi gli ambienti brulicavano di sedicenti illuminati, profeti, santoni, asceti, brahmani, risvegliati, addormentati, maghi, veggenti, yogi, filosofi, meditatori di professione, maestri e via santificando. In effetti bastava dare un calcio a un sasso qualsiasi e, sotto di esso, si potevano senza dubbio scoprire tre o quattro di tali creature sempre intente a discutere, far miracoli, mendicare o meditare. Le dottrine di tutti quei pittoreschi personaggi avevano spesso parecchi punti in comune (almeno nell’ambito di contesti culturali affini), ma comunque, in qualche modo misterioso, ognuno continuava a pretendere di saperne un po’ più degli altri o di essere “più risvegliato” o “più potente”. Per dirla in termini chiari: “più fico”.
Ovviamente l’incredibile proliferazione di pseudoveggenti e pseudoprofeti non dipendeva da una effettiva, reale sovrabbondanza di persone progredite spiritualmente. Se così fosse stato, come minimo ci sarebbe stato da aspettarsi che tutti quegli esseri così nobili e avanzati si stimassero reciprocamente e si mettessero d’accordo nell’insegnare concordemente una stessa dottrina: quella “vera”. Invece, pur in un contesto di credenze di base comuni, ognuno aveva una sua propria visione e le diatribe stizzose e poco caritatevoli fra santi uomini erano all’ordine del giorno. Per esempio nell’Anguttara Nikāya, uno dei testi inclusi nel Sutta Pitaka del canone buddhista Pali, si trova scritto senza mezzi termini: “[…] i monaci che sono versati nella spiegazione e interpretazione del Dhamma biasimano i monaci contemplativi […] inoltre, amici, i monaci che praticano la contemplazione biasimano i monaci che sono versati nella spiegazione e nell’interpretazione del Dhamma […] così tutti costoro non sono dediti al bene delle genti, al bene e alla felicità dei deva e degli uomini”(*).
Ma torniamo ai nostri eroi. Tanto Buddha che Gesù, in definitiva, appartenevano alla folta schiera dei Conoscitori Professionisti della Verità, dediti a un perenne, alacre randagismo per spostarsi di qua e di là al fine di scambiare con le ignoranti genti locali frammenti di Illuminazione in cambio di pane e formaggio. Ambedue stigmatizzavano le dottrine dei “falsi profeti” e ambedue gironzolavano dispensando una parola saggia qua e un miracoletto là. Certamente agivano con un loro proprio stile, ma in definitiva non si distaccavano poi troppo da centinaia di loro colleghi meno famosi. Tanto per citare un paio di noti colleghi dei due, basterà ricordare i santoni di cultura indiana Vardhamāna e Ārādha Kālāma che furono sostanzialmente contemporanei di Śākyamuni; il primo, noto anche come Mahāvīra, fondò il giainismo (la dottrina di quei monaci che quando camminano spazzano il terreno davanti a sé per evitare di schiacciare inconsapevolmente qualche piccolo essere vivente); il secondo fu uno dei due maestri cui lo stesso Buddha si rivolse per imparare, dopo aver lasciato la casa paterna.
(*) per spezzare la catena è necessario raggiungere il distacco da ogni elemento di realtà, riconoscendolo per quello che è (impermanente e illusorio) e riuscendo di conseguenza a praticare fino in fondo il Sentiero di Mezzo (ossia un insieme di prescrizioni e criteri di comportamento pratici intesi a facilitare il distacco); Giorgio PencoSiddharta, Gesù e le religioni che li hanno dimenticati (parte II)
aprile 12, 2009
RITIRO SPIRITUALE
Tanto Siddhartha, quanto Gesù (quasi si fossero messi d’accordo), prima di iniziare la fase pubblica della loro vita, trascorsero un periodo di isolamento, meditazione e privazioni. Ambedue, si racconta, furono tentati dallo spirito del male. Il primo, è ben noto, cercò per anni la chiave dell’illuminazione facendosi seguace di famosi maestri e poi, lasciati i maestri, mortificando la carne fino al limite estremo. Infine, quando ebbe imboccata la strada giusta, fu ripetutamente minacciato e tentato da Mara, dio del male. Ma ovviamente alla fine, come accade nei film, vinse il bene: Mara si ritirò con la coda fra le gambe (i cattivi hanno sempre la coda!) e il buon Sakyamuni raggiunse l’illuminazione, rendendosi in questo modo finalmente pronto per presentarsi al mondo.
Gesù era probabilmente un ragazzo più dotato del collega e non ebbe bisogno di cercare per anni e anni la strada giusta: gli bastò trascorrere quaranta giorni e quaranta notti nel deserto, da solo e senza mangiare, né bere (altro che sciopero della fame, Pannella avrebbe molto da imparare) e il gioco fu fatto.
Satana in effetti capì subito che quel giovanotto inappetente costituiva una seria minaccia e si diede da fare per tentarlo con tutti i mezzi e i trucchetti disponibili. Ma evidentemente Gesù ne sapeva una più del diavolo e se la cavò con disinvoltura. Anche lui, a quel punto, era pronto per entrare in scena. Per inciso, viene spontaneo chiedersi come abbiano fatto gli evangelisti a conoscere i dettagli del ritiro di Gesù nel deserto. Di fatto, all’epoca dei fatti il gruppo degli apostoli non esisteva ancora e Gesù era da tutti i punti di vista un privato cittadino, inoltre nel deserto era (si dice) rigorosamente solo. Il suo lungo digiuno dunque non ebbe testimoni. O fu lui stesso a raccontare la vicenda (ma essendo parte in causa avrebbe potuto anche “aggiustarla”) oppure qualcuno se la inventò poi di sana pianta. In ambedue i casi, è evidente, si tratterebbe di notizie storicamente poco affidabili.
Sia Siddhartha che Gesù lasciarono il loro contesto sociale e familiare, spezzarono i legami e si dedicarono a raccontare al mondo le loro verità. In entrambi i casi, sia pure in modi diversi, abbiamo indizi di un distacco piuttosto problematico. Nel caso del Risvegliato la leggenda ci racconta di un drammatico confronto con il padre, con il suo auriga e poi con messaggeri inviati a dissuaderlo. Gemiti, strepiti, lacerazione di vesti e capelli strappati in mezzo a fontanelle di lagrime a profusione. Certamente in tutto ciò c’è molto di mito, ma al di là dell’aneddotica, la scelta del distacco, per quanto in sintonia con le usanze del tempo, fu drastica. E il fatto che ci sia stata tramandata come tale non è senza significato.
Il caso di Gesù non ci è noto con abbondanza di particolari, tuttavia diversi passi evangelici ci forniscono indizi che sono abbastanza interpretabili. Il primo è costituito dal già ricordato episodio in cui il futuro Messia, si mise a polemizzare nel tempio e, rintracciato infine dai genitori, li rimbeccò con tono piuttosto acido: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49). Poi abbiamo altri passi in cui vengono sottolineati l’insofferenza nei confronti della famiglia (e particolarmente della madre, come nel caso celeberrimo delle nozze di Canaan) o i cattivi rapporti con essa e addirittura con i suoi compaesani (Lc 4, 21-30 e Mc 6, 1-6). In Mc 3, 31-35, di nuovo, abbiamo parole assai dure nei confronti della famiglia che la Chiesa si affanna da secoli a cercar di spiegare in modo accettabile (31Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. 32Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». 33Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 34Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre»). E gli esempi potrebbero moltiplicarsi.
Giorgio Penco
Siddharta, Gesù e le religioni che li hanno dimenticati (prima parte)
marzo 19, 2009
Siddhartha e Gesù sono i fondatori di due grandi e antiche religioni. Le loro vicende hanno molto in comune a cominciare dal triste destino di essere stati in qualche modo traditi dai loro seguaci sia materialmente, sia per il fatto che i loro insegnamenti sono stati rapidamente alterati fino a dimenticarne i contenuti originari. Le dottrine dei due hanno subìto, quasi si trattasse di creature viventi, un’infinita serie di mutazioni così grandi e profonde che non ha oramai più senso, se non dal punto di vista storico, il richiamo ai due Maestri fondatori.
Viene da chiedersi perché mai, nonostante i palesi mutamenti, ci si continui a richiamare a Buddha e a Gesù; perché mai i buddhisti continuano a definirsi buddhisti? E perché tante persone, le cui vite e i cui ideali non hanno oramai nulla a che vedere con la dottrina di Gesù, continuano a definirsi cristiane? La risposta a tale domanda, per quanto mi riguarda, è una sola: per un insieme complesso di motivi tra i quali hanno parte preponderante l’abitudine e l’ignoranza riguardo al modificarsi progressivo della dottrina. L’attenzione per gli insegnamenti originari, purtroppo, si è persa nel tempo assieme alla loro conoscenza.
In questo lungo post (a puntate) traccerò un succinto parallelismo fra le vicende che hanno visto come protagonisti Gesù, Siddhartha e le religioni da essi fondate. Nonostante il tono che sarà spesso leggero o ironico, i contenuti sono storicamente fondati e corrispondono all’attuale visione prevalente presso gli studiosi laici, ossia quelli non schierati da un punto di vista dottrinale.
Mi scuso sin d’ora per l’inevitabile sommarietà della trattazione e per certe affermazioni che, in alcuni casi, non saranno pienamente discusse e documentate. Ove possibile, pur cercando di non appesantire in modo esagerato la trattazione, ho cercato di inserire dei rimandi a testi più impegnativi e completi. Rimango comunque a disposizione di chiunque volesse mai contattarmi per avere ulteriori informazioni o per discutere quanto da me scritto.
Nota 1 – I nomi Siddhartha e Gautama nonché gli attributi Sakyamuni, Tathagata, Buddha, Risvegliato e Illuminato, salvo eventuali eccezioni che saranno esplicitamente indicate, si riferiscono tutti alla persona del Buddha.
Nota 2 – Non ho adottato la grafia più corretta in uso per i termini in pali e in sanscrito. Essendo questo un testo indirizzato a un pubblico che in linea di massima non conosce tali lingue mi è parso preferibile evitare l’uso di segni che sarebbero risultati inutili nella maggioranza dei casi.
Nota 3 – Il termine “sangha”, scritto con la “s” minuscola, indica una comunità locale di monaci e monache buddhisti; “Sangha”, con la “S” maiuscola designa l’intera comunità buddhista.
GLI INIZI
La vita del Buddha è coperta dal velo della leggenda e ben poco di ragionevolmente credibile ci è dato sapere su di essa. La stessa esistenza fisica di Siddhartha è stata messa in dubbio non senza qualche motivo. Esattamente come è anche avvenuto per Gesù. Oggi, sebbene nessuna certezza possa essere raggiunta al riguardo, in genere gli studiosi tendono ad accettare che sia realmente esistita una persona fisica corrispondente al Buddha(1). La data di nascita è piuttosto dubbia e viene in genere situata attorno alla prima metà del VI sec. a.C. (secondo Gnoli 566 a.C., secondo Eliade 558 a.C., ecc.). Incerta è anche la data di morte.
Poco verosimili sono le informazioni che abbiamo sulla famiglia del Risvegliato e persino sul suo nome. Secondo la leggenda, il padre di Siddhartha, Suddhodana, era investito della carica di re. Tuttavia ci è noto che il clan degli Sakya (cui Siddhartha apparteneva) non poteva avere alcun re, essendo retto da un governo che aveva forma di repubblica oligarchica. Dunque la famiglia del futuro Buddha in realtà non era regale, ma presumibilmente era solo una delle tante famiglie piuttosto benestanti del clan degli Sakya. Il nome stesso che ci è giunto, Siddhartha, è da considerare probabilmente falso. Così come pure è piuttosto difficile credere che egli appartenesse alla casta dei guerrieri. Più probabilmente era invece un brahmano(2). La piccola repubblica in cui viveva la famiglia del futuro Buddha era quella di Kapilavastu, nella regione himalayana attualmente compresa fra l’estremo nord dell’India e il Nepal meridionale.
Si narra che la madre di Siddhartha, Maya (anche questo un nome simbolico), la quale desiderava un figlio, avesse sognato un elefante bianco che le entrava nel fianco. Consultando un veggente venne a sapere che non si era trattato di un sogno normale: grazie a quell’elefante bianco era rimasta incinta e suo figlio sarebbe stato un dominatore del mondo oppure uno che al mondo avrebbe rinunciato. Successivamente, durante un viaggio verso la casa paterna, Maya mise al mondo Siddhartha partorendolo dal fianco destro (lo stesso in cui era entrato l’elefante) e il piccolo, appena partorito, percorse subito sette passi e poi si fermò, emise il ruggito del leone e annunciò al mondo il suo status di futuro Risvegliato.
Va da sé che si tratta di pure leggende come le mille e mille analoghe relative alle nascite eccezionali di altri personaggi famosi, a cominciare da Gesù. Comunque volendo trovare l’occasione di un sorriso, potremmo notare che, coerentemente con le anomale modalità della fecondazione e della nascita, Maya sopravvisse solo una settimana. Sorprende anzi che sia riuscita anche semplicemente a campare persino un solo giorno dopo l’ingresso di un elefante bianco nel suo fianco destro!
Dopo la morte della madre il piccolo Siddhartha fu allevato dalla nuova moglie del padre, Mahaprajapati (ancora una volta un nome presumibilmente simbolico che significa grande procreatrice), e crebbe bello, forte, intelligente, buono, generoso, saggio, agile, ricco, onesto, sincero, sensuale, veloce, alto, profumato di ciclamino, ottimo giocatore di briscola e di scopone … in altri termini strafichissimo: più bello di Kabir Bedi, più geniale di Einstein, più simpatico di Paperino.
A differenza del suo celebre collega, Gesù non ebbe una famiglia ricca e potente. Anzi, potremmo dire senza timore di smentita che si trattò di una famiglia piuttosto mal ridotta anche se, non si capisce come(3), pretendeva di discendere niente di meno che dall’antico re Davide! Superfluo, credo, sottolineare che la pretesa di indicare un’ascendenza regale per Gesù costituisce l’analogo del voler trasformare in regale la famiglia di Siddhartha.
Comunque stessero le cose, anche Gesù (come Siddhartha), secondo la leggenda, non nacque in casa sua, bensì durante un viaggio. Non risulta affatto che appena nato abbia saputo camminare, né tanto meno che sapesse ruggire. Tuttavia pure la sua nascita fu annunciata in modo spettacolare e piuttosto teatrale con grande dispiego di prodigi: dalle stelle comete apparse ad hoc all’arrivo dei magi che inspiegabilmente si presero la briga di affrontare un lungo viaggio (non c’erano gli aerei e nemmeno le automobili) per portare doni a un bambino sconosciuto. Vale forse la pena di far notare come il destino si fece beffe del divino desiderio di incarnarsi in un bambino povero: infatti non appena nato (miserabilmente) in una mangiatoia, il piccino si vide portare a domicilio dai magi oro, incenso e mirra: tutti materiali che a quell’epoca erano decisamente preziosi e dobbiamo presumere che si ritrovò dunque inaspettatamente a essere piuttosto benestante, anche se i vangeli glissano su questo dettaglio.
Maria, madre di Gesù, fu più fortunata di Maya e sopravvisse a lungo al parto. D’altra parte lei non aveva dovuto subire l’ingresso di un elefante bianco nel fianco (operazione piuttosto problematica). Gesù crebbe quindi senza problemi con sua madre e con i suoi fratelli e le sorelle. Le poche notizie che abbiamo, per altro non dirette e di non ovvia affidabilità, non lasciano esattamente pensare a un Gesù bellissimo. Anzi, pare probabile che egli fosse piuttosto bassino e bruttarello. Dovessimo poi credere a certi scritti apocrifi, risulterebbe che egli fosse anche piuttosto cattivello, capriccioso e vendicativo. Ma quegli scritti in realtà sono null’altro che favole, proprio come la gran parte di quelli che ci narrano la vita del Buddha.
Sebbene l’aspetto fisico non fosse granché, Gesù abbe qualche tratto in comune con il suo strafichissimo collega orientale: una notevole prontezza mentale, una parlantina piuttosto sciolta e … un’elevata opinione di sé. Tant’è che, ancora fanciullo, pare avesse pure la pretesa di mettersi a polemizzare con i sapienti del tempio mentre la madre, poverina, si dava un gran da fare per capire dove mai il sacro pargoletto si fosse cacciato.
Siddhartha passò una felice gioventù da rampollo di buona famiglia godendosi la vita e l’amore. Si sposò a sedici anni con la bella Yasodhara (di nuovo un nome probabilmente non rispondente al vero) e ne ebbe un figlio cui fu dato nome Rahula. Tutto pareva andare nel migliore dei modi quando, all’età di 29 anni gli presero i pruriti … o, per essere più eleganti, potremmo dire che egli fu colto da una sorta di inquietudine esistenziale.
Gesù trascorse invece una gioventù che non ci è nota, ma che troppo felice non dovette essere. Probabilmente i rapporti con i compaesani e con la famiglia non furono eccezionali. Non risulta si sia mai sposato (per quanto certe allusioni rintracciabili in scritti apocrifi possano forse lasciare intendere che apprezzasse la compagnia della Maddalena) e, circa alla stessa età del Buddha (ossia a trent’anni), cominciò pure lui a sentire qualche vago prurito.
Prudi oggi, prudi domani, ambedue i nostri eroi si risolsero un bel dì a lasciare la casa avita e gli affetti familiari; preso con sé solo il necessario (niente lettore di mp3, niente bibite e niente calzini di ricambio) se ne andarono per conto loro in giro per il mondo.
GIORGIO PENCO
(1) ELIADE M., Storia delle credenze e delle idee religiose, vol. II, 2002, p. 77
(2) FILORAMO G.(a cura di), Buddhismo, 2007, pp. 20-22
(3) La sequenza genealogica che fa risalire gli antenati di Gesù fino a Davide è presente nei vangeli di Matteo (Mt 1, 1-17) e di Luca (Lc 3, 23-38), ma le due sequenze sono radicalmente diverse per nomi e persino per numero di generazioni intercorse. Nel complesso i nomi coincidenti fra le due genealogie sono solo una sparuta minoranza e si limitano praticamente ai personaggi di straordinario rilievo come Abramo, Isacco o Davide. Persino sul nome di Salomone i due autori non sono in accordo. Occorre poi ricordare che ambedue fanno discendere Gesù da Davide per mezzo di Giuseppe il quale tuttavia, secondo le scritture, non è padre di Gesù (essendo Maria rimasta incinta per mezzo dello Spirito Santo).
Gesù senza i miracoli
ottobre 6, 2008
L’estate ha ormai lasciato il posto all’autunno e le vacanze estive, per quasi tutti, sono terminate.Anch’io sono tornato, ahimè, a casa e all’usato posto di lavoro. Le mie due settimane scarse di ferie le ho trascorse in alta Valtellina, nei pressi di Bormio, dove i pizzoccheri pizzoccherano e gli sciatt crescono nei piatti come funghi in un bosco. Sono state vacanze serene e luminose; il cielo era sempre pulito e azzurro al mattino e tale rimaneva fino alle prime ore del pomeriggio, quando delle piacevoli nuvolette bianche e batuffolose iniziavano a formarsi, sparse qua e là come pesciolini dispersi nel mare. Nel tardo pomeriggio, poi, le poche nubi sparse si trasformavano in nuvoloni estesi e scuri e, non di rado, in serata cominciava a piovere minacciando l’arrivo di giorni e giorni di diluvi. Ma poi, miracolosamente, al sorgere d’ogni nuovo mattino, il cielo era di nuovo terso e luminoso.
Ho scritto “miracolosamente” perché in effetti proprio di un miracolo si trattava. Infatti subito prima delle ferie avevo lungamente meditato e pregato affinché le mie vacanze fossero benedette da un clima favorevole. Poiché la mia fede era stata grande e il mio spirito sempre vicino alla Divinità, la mia preghiera è stata esaudita e il tempo è sempre rimasto clemente. A conferma di ciò posso anche aggiungere che, non casualmente, proprio nel giorno in cui sono finite le mie ferie (lunedì 1 settembre), la Valtellina è stata coperta sin dal mattino da una spessa coltre di nere nubi temporalesche e, mentre mi apprestavo a caricare i bagagli per la partenza, la pioggia iniziava a cadere copiosa.
Dunque è chiaro: non si è trattato di un caso. Avrebbe potuto forse esserlo se la cosa fosse avvenuta per un solo giorno o per due, ma poiché essa si è ripetuta per tutta la durata delle ferie è evidente che vi è stato qualcosa di sovranaturale: siamo chiaramente di fronte a un miracolo. Chiunque di voi può documentarsi, se lo vuole, riguardo alla situazione meteorologica nella zona di Bormio e di Valdidentro nel periodo compreso fra il 20 agosto e il giorno 1 settembre.
Ma ho l’impressione che non mi crediate. Nonostante io sia stato del tutto sincero nel raccontare gli eventi climatici e nonostante quei fatti siano stati davvero abbastanza singolari, sono certo che parecchi di coloro che mi leggono non vorranno credere che io sia stato protagonista di un vero miracolo. Mi pare già di sentire le obiezioni di chi invoca il caso, di coloro che sospettano io abbia mentito, di tutti quelli che non si pongono neppure il problema di capire dove sia l’errore, ma semplicemente escludono che un vero miracolo possa essere stato provocato dalle mie preghiere. In effetti anche io al posto loro sarei scettico.
In questi casi, di fronte ai dubbi razionalistici dei miscredenti, coloro che “sanno” che un miracolo è avvenuto hanno un solo classico argomento a disposizione e … anche io lo userò: io c’ero, io “so” come sono andate le cose e ne sono certo; solo chi ha vissuto i fatti e solo chi è disposto a rinunciare al freddo razionalismo per accettare le verità spirituali può “capire veramente” e riconoscere i fatti per quella che è la loro vera natura. Solo chi è in grado di guardare con gli occhi dello spirito può cogliere le verità dello spirito. Che sarebbero vere non meno di quelle del mondo materiale. Chi non usa gli occhi dello spirito, secondo questo punto di vista, non può vedere altro che una parte della realtà: le parvenze della materia.
Ma, in fondo poi, perché dubitare che io possa nel mio piccolo aver influito un pochino sul clima della zona di Bormio, se siamo disposti a credere che possano essersi realmente verificati eventi assai più improbabili come la resurrezione di un morto o la guarigione di un nato cieco? Se accettiamo che una donna vergine possa essere rimasta incinta “per opera dello Spirito Santo” e, sempre grazie allo “Spirito Santo” avere addirittura partorito il Figlio di Dio, perché dubitare di un piccolo miracoletto da due soldi come il mio?
Naturalmente non tutti accettano come veri i miracoli operati da Gesù, però mi pare evidente che agli occhi di molti egli abbia una credibilità che io, per motivi non chiari, non ho. Quella credibilità rende i suoi portenti intrinsecamente e inspiegabilmente più accettabili dei miei.
Perché mai Gesù appare essere più credibile di me come operatore di miracoli?
Purtroppo questa domanda non ha alcuna risposta semplice. Per trovarne una valida occorrebbe tener conto di un’infinità di elementi e di suggestioni che si sono accumulati nel corso della storia. Al giorno d’oggi tutta la nostra cultura, sebbene stia progressivamente orientandosi verso un certo distacco da molte forme di soggezione nei confronti della Chiesa, risente ancora fortemente, spesso in modo occulto, di secoli di sviluppo guidato dal cristianesimo e questa influenza sottile e pervasiva certamente favorisce la nostra disponibilità a considerare positivamente Gesù. D’altronde egli è stato, almeno in apparenza, un personaggio del tutto eccezionale: il fondatore di una religione e di una Chiesa che da duemila anni dominano il mondo, mentre io sono soltanto un qualsiasi bipede sconosciuto. Milioni e milioni di persone, per millenni, hanno creduto in Gesù fino al punto, talvolta, di sacrificare tutti i propri beni e persino la vita e questo è un biglietto da visita non da poco.
Ma per quanto egli potesse essere dotato di carisma, per quanto il suo messaggio potesse essere nobile, per quanto il suo ruolo di fondatore del Cristianesimo ne abbia fatto un personaggio straordinario, tutta la sua credibilità si basò pesantemente sui miracoli e, in particolare, sulla resurrezione. Pensiamoci per un attimo. Proviamo a togliere a Gesù tutti i suoi prodigi e tutti gli episodi sovranaturali di cui fu protagonista. Proviamo a visualizzare un Gesù che non sapeva assolutamente camminare sulle acque, che non poteva trasformare l’acqua in vino e che non nacque da una vergine. Un Gesù incapace (come è normale per qualsiasi bambino dodicenne) di discutere seriamente nel tempio con i dottori, impotente di fronte alla morte di Lazzaro o alle mille malattie e infermità dei suoi contemporanei. Un Gesù, soprattutto, che non sia risorto dalla morte. Che tipo di figura ne risulta? Che tipo di personaggio?
Credo non ci sia dubbio: senza i suoi miracoli Gesù sarebbe stato nulla più che un predicatore come tanti. Saggio e buono, magari anche un po’ più di altri, ma del tutto anonimo in mezzo a una folla di altri predicatori, profeti, guaritori, maghi e sedicenti Messia. Anzi, è necessario tener ben presente che, persino con tutti i suoi ipotetici miracoli, egli non ci ha lasciato assolutamente alcuna traccia rilevante di sé a eccezione di quelle che ci vengono dai suoi seguaci. La storiografia del suo tempo e quella immediatamente successiva lo hanno tranquillamente ignorato. L’unico cenno significativo all’esistenza del nazareno lo fa Giuseppe Flavio, uno storico di origine ebraica vissuto nel primo secolo d.C., nella sua ponderosa opera Antichità Giudaiche. In tutto egli dedica a Gesù pochissime righe che, per altro, sono generalmente ritenute false o almeno fortemente alterate.
In definitiva il Figlio dell’Uomo, pur con l’importanza e la bellezza del suo messaggio, pur con tutto il suo carisma e tutti i suoi miracoli (compresa la pretesa resurrezione), passò attraverso il suo tempo come un personaggio assolutamente secondario. Se non avesse almeno avuto fama presso i contemporanei di potente operatore di miracoli, oggi non ne avremmo più alcuna traccia. Non solo da un punto di vista storico, ma anche da quello più propriamente spirituale la figura di Gesù acquista rilevanza proprio in conseguenza di un preciso miracolo: la resurrezione dai morti. È San Paolo stesso, l’apostolo dei gentili nonché il vero ideologo del Cristianesimo, che ce lo dice esplicitamente nella sua prima epistola ai corinzi: “ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati” (1Cor 15, 17). Il messaggio originale di Gesù, il contenuto delle sue parole (che comunque è ricostruibile solo in parte e con parecchia incertezza) senza dubbio sono stati importanti e hanno contribuito alla costruzione sia del nucleo iniziale dei suoi seguaci, sia successivamente della comunità dei fedeli, ma quel messaggio nella sostanza non è così tanto differente da quello di tanti altri maestri dello spirito da giustificare l’enorme successo della Chiesa.
Dunque la fama, la credibilità e persino la rilevanza spirituale di Gesù riposano, in larghissima misura, sul cardine della resurrezione e si puntellano sulle fama di poteri sovranaturali del nazareno. Ma quei miracoli sono credibili? Che valore possiamo dare ai racconti che ci presentano episodi miracolosi?
Questa domanda, per una persona incline alla razionalità, ha una risposta così ovvia che non vale neppure la pena di formularla: i miracoli non esistono. Ma nonostante ciò, una fetta assai cospicua dell’umanità tende inspiegabilmente a credere in essi. D’altronde la razza umana include pure esemplari capaci di credere al potere terapeutico dei cristalli, alla capacità di levitare che si manifesta in certi yogi, alle predizioni dei cartomanti e a non poche altre panzane … cosicchè il fatto che qualcuno accetti pure i miracolucci cattolici non dovrebbe sorprendere.
La nostra cultura, tanto che siamo cattolici, tanto che non lo siamo, è completamente impregnata dell’immagine dei miracoli di Gesù. Essi ci vengono narrati e ripetuti in modo acritico sin dai nostri primissimi anni di vita e raramente vengono messi esplicitamente e chiaramente in discussione nel nostro ambiente culturale. Dopo aver imparato a convivere per anni con certe narrazioni esse finiscono per spostarsi al di fuori dell’ambito di ciò che è soggetto ad analisi critica, entrano in un limbo i cui elementi, pure se non del tutto accettati, non sono più neppure messi apertamente in discussione. A quel punto l’idea di un Gesù operatore di miracoli finisce per apparire, se non del tutto credibile, almeno non completamente dissonante con ciò che abbiamo interiorizzato. Oltre tutto esiste un attore di spicco della nostra società, la Chiesa cattolica, che usa la sua indiscutibile autorevolezza e importanza per sostenere esplicitamente e fortemente l’autenticità dei molti miracoli narrati nei testi sacri; questa autorevolezza induce non poche persone ad accettare e credere supinamente.
Ma l’essere immersi in una determinata cultura e le pressioni di un organismo pur potente e antico come la Chiesa non sono sufficienti a trasformare in verità una cosa falsa. La tendenza ad accettare e addirittura cercare il magico, il trascendente, ha caratterizzato tutte le fedi e tutti i tempi. I miracoli di Gesù non sono un caso unico, né un caso diverso. Essi sono solo una delle tante manifestazioni della nostra forte tendenza a credere al soprannaturale.
Due millenni fa, ancora più di oggi, l’accettazione di eventi miracolosi non era un problema e anzi, persino molti eventi assolutamente naturali venivano spiegati mediante il ricorso a cause extranaturali e magiche. Noi siamo forse abituati a pensare ai miracoli collegandoli principalmente a Gesù di Nazareth, ma la realtà è che la Palestina dei secoli attorno all’anno zero era tutta un pullulare di guaritori, maghi, maghelli, indovini, profeti, veggenti e via miracolando. La gente non aveva problemi a farsi abbindolare credendo a tutto quello che le si raccontava. I giudei di quell’epoca erano nulla più che una massa di creduloni ignoranti e Gesù era semplicemente uno dei moltissimi che dovevano la loro fama alla diffusa credulità.
Abbiamo una moltitudine di fonti che ci aiutano a ricomporre l’universo variopinto dei magonzoli itineranti. Uno di essi si chiamava Haninah ben Dosa. egli fu un maestro, guaritore e operatore di miracoli vissuto nel primo secolo dopo Cristo e allievo prediletto di Johanan ben Zakkai. La sua popolarità (già in vita) fu enorme e gli vale un posto fra i più famosi mistici di sempre; essa era dovuta non tanto al suo pensiero e al suo insegnamento quanto alla sua santità e alle straordinarie facoltà taumaturgiche e miracolose. A lui poi si attribuiscono anche diverse massime come, per esempio, quella che dice: “Colui che sa guadagnarsi l’amore dell’umanità è amato anche da Dio, ma colui che non è amato dagli uomini, neppure Dio lo ama”. Ad Haninah la tradizione collega numerose guarigioni miracolose, operate anche a distanza. Fra le altre quelle del figlio di Johanan ben Zakkai e del figlio di Gamaliele II. Quest’ultimo fu guarito a distanza con la preghiera e Haninah annunciò la sua avvenuta guarigione senza neppure averlo mai visto, suscitando lo stupore del messaggero che si era recato a chiederne l’intervento.
Un altro simpatico eremita capace di compiere miracoli fu un tale Banus di cui ci parla Giuseppe Flavio nella propria autobiografia, ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Addirittura sono le stesse fonti cristiane, in particolare il Nuovo Testamento che riconoscono senza problemi la capacità di compiere guarigioni e miracoli persino a Simon Mago, che pure viene presentato come personaggio assolutamente negativo e le cui abilità di sicuro non possono derivare dalla fede in Cristo. Simone, personaggio citato negli Atti degli Apostoli e in altri testi apocrifi; nato probabilmente in Samaria, insegnava una dottrina che viene spesso considerata gnostica. Tra l’altro, egli sosteneva di essere Dio (!). In At 8,9-25 viene narrata una sua controversia con gli apostoli e con Pietro in particolare. Ma l’aspetto interessante è che egli viene definito “mago” e si afferma che era in grado di strabiliare le folle con i suoi poteri.
9 V’era da tempo in città un tale di nome Simone, dedito alla magìa, il quale mandava in visibilio la popolazione di Samaria, spacciandosi per un gran personaggio. 10 A lui aderivano tutti, piccoli e grandi, esclamando: “Questi è la potenza di Dio, quella che è chiamata Grande“. 11 Gli davano ascolto, perché per molto tempo li aveva fatti strabiliare con le sue magie. (At 8,9-11).
Una delle versioni tramandateci della morte di Simon Mago vuole addirittura che egli sia passato a miglior vita nel contesto di una sorta di gara di prodigi. Invidioso della fama di S.Pietro, volle dare una pubblica dimostrazione di levitazione per mostrare a tutti quanto egli fosse strafichissimo. La dimostrazione ebbe pieno successo e Simon Mago si innalzò così in alto che a un certo punto Pietro, forse roso da una certa invidia, si mise a pregare Dio affinchè mettesse fine a quello spettacolo inopportuno. Dio in effetti intervenne e spezzò l’incantesimo del mago facendolo così precipitare e morire.
Questo racconto, ovviamente del tutto leggendario come tutti quelli in cui si narrano prodigi e miracoli, se fosse vero da una parte attesterebbe che S.Pietro era effettivamente in grado di ottenere dei prodigi mediante l’intervento divino, ma dall’altra toglierebbe ai miracoli quasiasi valore di natura spirituale. Tant’è che pure Simon Mago ne aveva fatto uno di grande clamore alzandosi da terra così tanto che quando precipitò non potè sopravvivere alla caduta.
Ovviamente la capacità di operare miracoli non si esaurisce in Giudea, Samaria o Galilea. In tutte le epoche e un po’ ovunque se ne sono verificati a iosa. Moltissimi personaggi della spiritualità (o sedicenti tali) hanno goduto di tale abilità. Innumerevoli miracoli sono attribuiti, per esempio, a Buddha il quale, fra l’altro, condivide con Gesù pure il privilegio di essere nato da una vergine (Siddharta sarebbe sceso dall’empireo sotto forma di un elefante bianco e penetrato così nel grembo verginale di sua madre Maya. Non sorprende che la madre sia morta a causa del parto, date le modalità di quella nascita, ma piuttosto è abbastanza strano che sia riuscita a sopravvivere addirittura una settimana!). Gautama Buddha, che venne al mondo portando addosso 32 grossi segnacci e ben 80 segni un po’ più piccoli (forse tatuaggi???), aveva poteri straordinari; per esempio guarì dalla cecità sua moglie che aveva perso la vista per il troppo piangere quando lui se ne andò per intraprendere la strada dell’illuminazione. Come S.Pietro, pure il fondatore del Buddhismo si trovò a partecipare a delle vere e proprie gare di miracoli contro alcuni maestri rivali.
Anche Lao Zi, fondatore del Taoismo a cui, secondo la tradizione, si deve il fondamentale testo chiamato Dao De Jing, ebbe dei natali decisamente … insoliti. La madre rimase infatti incinta per effetto di un raggio di sole e, dopo 80 anni di gravidanza, partorì il figlio Lao Zi dall’ascella sinistra, sotto un albero di susine. Altro che verginità! Di fronte a una gravidanza di 80 anni, il parto verginale di Maria ci fa la figura di un topolino di fronte a un elefante.
Nell’induismo gli eventi sovranaturali sono all’ordine del giorno. Tanto per dirne una, è noto che quando Brahma, avendo visto sua figlia Sarasvati in estasi erotica, senza far troppo caso alle questioni di consanguineità decise di prenderla come seconda moglie, gli spuntarono di colpo ben cinque teste. Siva, come punizione per aver avuto un rapporto incestuoso con la propria figlia, gliene mozzò subito una. Visnù invece si trasformò in leone per punire un ricco sovrano il quale si era permesso di esprimere dubbi sull’onnipotenza del dio.
E anche in tempi recenti miracoli e miracolucci continuano a essere onnipresenti. Chi pratica la meditazione trascendentale, per esempio, ha la possibilità di giungere ad acquisire il potere della levitazione. Un vero e proprio campione della magia è il ben noto Sai Baba il quale ha già compiuto e continua a compiere numerosi miracoli, non di rado sotto lo sguardo adorante dei suoi accoliti.
E per tornare a luoghi a noi più prossimi, chi non ricorda il presunto miracolo della lagrimazione di una statuetta raffigurante la Madonna, a Civitavecchia? Secondo i testimoni l’idoletto versò numerose volte lagrime di sangue e fu visto da numerose persone diverse, fra le quali l’arcivescovo della diocesi di Civitavecchia.
Allo stesso modo in India sono testimoniati episodi in cui le statue della dea Parvathi hanno “mestruazioni sacre” e nel settembre del 1995 le statue di Ganesh, ma anche di Parvathi e Siva, iniziarono a bere il latte che veniva loro offerto ritualmente dai fedeli. Questo specifico miracolo è molto recente e molti di coloro che leggono queste righe probabilmente lo ricorderanno; per quelli che non ne fossero al corrente segnalo che nell’archivio storico del Corriere è ancora possibile rintracciare gli articoli che parlarono del fenomeno. Tra gli altri, potete leggere quanto riportato a questa pagina:
“Sono qui dalle 8 del mattino […] e ho visto sparire davanti alle labbra degli dei almeno 300 litri di latte” è la dichiarazione di un fedele che si era recato davanti a un tempio.
Dunque i miracoli non caratterizzano affatto la nostra religione e non sono minimamente un’esclusiva di Gesù. Eppure in qualche modo, per via della nostra matrice culturale, il nostro giudizio sui miracoli altrui è spesso diverso da quello sui miracoli del nazareno. Episodi come quello di Ganesha che beve latte ci paiono sciocche fantasie di un popolo superstizioso e ignorante. Ridicole manifestazioni di primitiva e inverosimile credulità. Ci viene da pensare che gli hindu, gli africani e molti altri credono “perché è la loro cultura”, che “si tratta di popoli dove l’analfabetismo e la superstizione sono molto diffusi”, ecc.. Dentro di noi sentiamo il bisogno di supporre che certe credenze e certi miti appartengano per lo più ad un tempo passato in cui la cultura scientifica non era diffusa. Al contrario, difficilmente siamo disposti ad emettere giudizi altrettanto severi a riguardo della nostra propria società e della nostra cultura. Non siamo forse noi gli “occidentali”? Quelli che sono andati sulla Luna? Quelli che riescono a clonare le cellule? Se nella nostra società vi è ignoranza, ci viene da pensare, non è perché essa è intrinsecamente parte del nostro essere uomini, sia pure occidentali, ma è piuttosto un fatto specifico di pochi individui. L’accettazione di tutto un substrato culturale magimiracolistico filtra, nel corso degli anni giovanili, al di là della nostra capacità critica.
È realmente difficile accettare pienamente e con il cuore, oltre che con la mente, quella che invece è la vera e ovvia verità ossia che, nonostante l’apparenza, il nostro mondo, per quanto progredito, sia caratterizzato da superstizioni, credulità e forme di ignoranza esattamente identiche a quelle degli Zulu o degli Indiani. È difficile credere che la nascita verginale di Cristo o la sua resurrezione siano balle, frutto di abissale ignoranza, esattamente come le mestruazioni sacre di Parvathi o l’episodio di Visnu che si trasforma in leone e si mangia il sovrano dubbioso.
E invece, nonostante le nostre resistenze psicologiche, non esiste alcuna distinzione fra “miracoli seri” e “storielle per creduloni”. Esiste soltanto una drammatica e irresistibile pulsione di molti umani verso il soprannaturale e, insieme, una scarsissima attitudine alla razionalità che affligge ancora oggi la maggioranza di noi “sapiens”, anche se occidentali.
Bene. Abbiamo parlato fin’ora di come gli eventi miracolosi non siano una prerogativa del cristianesimo, bensì ne siano avvenuti innumerevoli in tutte le epoche e in tutte le religioni. Sanno fare miracoli Krishna e Lao Zi, Mani e Buddha, Sai Baba, Simon Mago e mille altri. Dunque il fatto miracoloso, anche a volerci credere, non può in nessun modo essere usato come supporto per sostenere la credibilità di alcuna dottrina religiosa o meno.
Esiste un altro punto importante da esaminare ossia che cosa, nelle varie epoche e culture, venga riconosciuto come miracolo. Quanto siamo attenti e selettivi noi uomini nel catalogare un certo evento come miracoloso? La risposta è sconfortante. Gli esseri umani sono capaci di considerare miracolosi eventi che sono chiaramente del tutto fasulli. Uno dei migliori esempi di come fatti che sono manifestamente insignificanti possano essere ritenuti miracolosi ci viene, ancora una volta, dal Nuovo Testamento.
È ben noto che, dopo l’ascensione di Gesù, gli apostoli e i numerosi discepoli furono pervasi dallo Spirito Santo e manifestarono una serie di capacità straordinarie e miracolose, fra cui quella di “parlare le lingue”. Ora effettivamente il fatto che un povero pastore o pescatore palestinese ignorante e buzzurro improvvisamente inizi a parlare in corretto cinese o nella lingua degli indiani algonchini potrebbe destare un certo stupore ed essere considerato un evento miracoloso.
Ma analizziamo la situazione. Se io fossi un poveraccio di giudeo ignorante e vedessi all’improvviso un altro poveraccio come me, uno che conosco da sempre e del quale conosco bene l’abissale ignoranza, fermare per la via un ricco signore egiziano e iniziare con lui un lungo discorso nella sua lingua, potrei avere il dubbio che qualcosa di strano (non necessariamente un miracolo) sia effettivamente accaduto. Se poi, pochi minuti dopo, recandomi al porto col mio amico, lo vedessi pure discorrere in greco con un mercante, avrei il diritto di rimanere alquanto basito.
Ma quando nel Nuovo Testamento si parla del “dono del parlare le lingue” si intende qualcosa di questo tipo? Assolutamente no. Parlare le lingue, nell’accezione di Paolo e Luca non significa affatto esprimersi correttamente in linguaggi esistenti e codificati, ma sconosciuti e non appresi precedentemente. Quando ho iniziato a interessarmi di storia delle religioni e a documentarmi seriamente la verità mi è balzata agli occhi: con l’espressione assai ingannatrice “parlare le lingue” S.Paolo e gli altri protocristiani intendevano semplicemente l’emettere suoni e sillabe inarticolate e incomprensibili non corrispondenti ad alcuna parola che fosse a loro nota e, inoltre, non nel contesto di un dialogo con un interlocutore capace di capire se ciò che veniva detto avesse senso. Da quanto dicono le fonti neotestamentarie, in nessun modo è possibile dedurre che i suoni pronunciati corrispondessero a parole realmente esistenti in qualsivoglia linguaggio umano. Anzi, in realtà emerge esattamente il contrario.
A conferma dell’assoluta insensatezza dei suoni emessi da coloro che “parlano le lingue”, Paolo più volte fa riferimento all’esistenza di altri fedeli illuminati dallo Spirito che hanno ricevuto il dono complementare al parlare le lingue, ossia sono capaci di interpretare i suoni incomprensibili emessi dagli altri. A questo proposito l’apostolo dei gentili trova occasione di esprimersi in un modo che lascia trapelare persino una punta di sarcasmo nel capitolo 14 della Prima Lettera ai corinzi che (stranamente?) non viene di solito troppo citato.
1 Ricercate la carità. Aspirate pure anche ai doni dello Spirito, soprattutto alla profezia. 2 Chi infatti parla con il dono delle lingue non parla agli uomini, ma a Dio, giacché nessuno comprende mentre egli dice per ispirazione cose misteriose. 3 Chi profetizza, invece, parla agli uomini per loro edificazione, esortazione e conforto. 4 Chi parla con il dono delle lingue edifica se stesso, chi profetizza edifica l’assemblea. 5 Vorrei vedervi tutti parlare con il dono delle lingue, ma preferisco che abbiate il dono della profezia; in realtà è più grande colui che profetizza di colui che parla con il dono delle lingue, a meno che egli anche non interpreti, perché l’assemblea ne riceva edificazione.
6 E ora, fratelli, supponiamo che io venga da voi parlando con il dono delle lingue; in che cosa potrei esservi utile, se non vi parlassi in rivelazione o in scienza o in profezia o in dottrina? 7 È quanto accade per gli oggetti inanimati che emettono un suono, come il flauto o la cetra; se non si distinguono con chiarezza i suoni, come si potrà distinguere ciò che si suona col flauto da ciò che si suona con la cetra? 8 E se la tromba emette un suono confuso, chi si preparerà al combattimento? 9 Così anche voi, se non pronunziate parole chiare con la lingua, come si potrà comprendere ciò che andate dicendo? Parlerete al vento! 10 Nel mondo vi sono chissà quante varietà di lingue e nulla è senza un proprio linguaggio; 11 ma se io non conosco il valore del suono, sono come uno straniero per colui che mi parla, e chi mi parla sarà uno straniero per me.
12 Quindi anche voi, poiché desiderate i doni dello Spirito, cercate di averne in abbondanza, per l’edificazione della comunità. 13 Perciò chi parla con il dono delle lingue, preghi di poterle interpretare. 14 Quando infatti prego con il dono delle lingue, il mio spirito prega, ma la mia intelligenza rimane senza frutto.
[…]
22 Quindi le lingue non sono un segno per i credenti ma per i non credenti, mentre la profezia non è per i non credenti ma per i credenti. 23 Se, per esempio, quando si raduna tutta la comunità, tutti parlassero con il dono delle lingue e sopraggiungessero dei non iniziati o non credenti, non direbbero forse che siete pazzi?
[…]
26 Che fare dunque, fratelli? Quando vi radunate ognuno può avere un salmo, un insegnamento, una rivelazione, un discorso in lingue, il dono di interpretarle. Ma tutto si faccia per l’edificazione. 27 Quando si parla con il dono delle lingue, siano in due o al massimo in tre a parlare, e per ordine; uno poi faccia da interprete. 28 Se non vi è chi interpreta, ciascuno di essi taccia nell’assemblea e parli solo a se stesso e a Dio.
[…]
39 Dunque, fratelli miei, aspirate alla profezia e, quanto al parlare con il dono delle lingue, non impeditelo. 40 Ma tutto avvenga decorosamente e con ordine. (1Cor 14)
Paolo non fa dunque mistero della incomprensibilità di coloro che parlano in lingue. Non solo ciò che dicono è incomprensibile per gli ascoltatori, ma addirittura lo è per coloro stessi che hanno parlato, tanto che l’apostolo dei gentili li esorta a pregare affinchè si possa ricevere dallo Spirito Santo anche il dono di decifrare ciò che è stato detto. Insomma siamo in una situazione in cui alcune persone, forse in stato di coscienza alterato, emettono suoni irriconoscibili dai quali i presenti non riescono a evincere alcun significato e dei quali neppure coloro che hanno parlato sanno spiegare il senso. Non a caso Paolo, pur cercando di non essere troppo duro, non riesce a trattenersi dal sottolineare che un eventuale estraneo che assistesse a certe manifestazioni finirebbe per credere che i cristiani sono sostanzialmente pazzi.
Questo parlare confuso, paragonato da Paolo ai suoni della materia inanimata, viene interpretato nelle comunità cristiane del primo secolo come un effetto miracoloso dovuto allo Spirito Santo. C’è di che rimanere sbalorditi. Se questo è il modo di riconoscere e valutare i miracoli che caratterizzava i primi cristiani e gli ebrei al tempo di Cristo non sorprende che ci fossero presunti profeti, maghi e guaritori a ogni angolo di strada. Non sarà dunque che pure i cosiddetti miracoli operati da Gesù siano stati valutati in modo un filino discutibile dai suoi contemporanei?
Ma qui credo sia necessario, per chiudere, richiamare ancora una volta la questione iniziale: se i miracoli di Gesù non sono credibili, se molti di quelli narrati sono palesemente fittizi o, come nel caso del “parlare le lingue”, frutto di malintesi, se comunque di presunti miracoli ne hanno compiuti a iosa pure Simon Mago, Ganesha, Buddha e infiniti altri, allora cosa ci rimane della credibilità di Gesù come figlio di Dio? Cosa rimane delle religioni cristiane?
La risposta è una sola: nulla. Vorrei poter dire che rimane almeno il fatto che Gesù stesso affermò di essere Figlio di Dio. Ma in realtà non è vero neppure questo, dato che oggi gli studiosi indipendenti (non vincolati alla dottrina cattolica) sono concordi nel riconoscere che in nessun brano dei testi sacri che sia affidabilmente autentico, Gesù si riferisce a se stesso come al figlio di Dio. Tutti i brani dai quali si potrebbe desumere che Gesù abbia affermato la propria divinità sono falsi o fortemente dubbi. Paiono invece autentici, almeno in parte, i brani in cui egli si definisce Figlio dell’Uomo. Decisamente non è la stessa cosa. E d’altronde se il nazareno ci avesse mai lasciato in eredità parole chiare sulla sua propria natura divina, allora non avrebbero avuto senso tutte le infinite polemiche su questo argomento che invece fiorirono dopo la sua morte e che si protrassero per secoli producendo discordie e lotte interne alla Chiesa nascente.
Un Gesù che non fa miracoli (o un Gesù che fa miracoli come li fanno anche molti altri) è un Gesù decisamente umano. Un uomo buono, un abile predicatore, una persona con uno sviluppato senso della giustizia, ma nulla più che un uomo. E forse verrà il giorno in cui il posto di Gesù come fondatore della più diffusa religione del mondo verrà preso da qualche altro semplice uomo che, come lui, fa qualche “miracolo”. Uno forse, chissà, tipo Sai Baba.



