Bang Bang
ottobre 29, 2009
Il Teatro Cassia di Roma, completamente rinnovato, apre i battenti al pubblico inaugurando la stagione 2009/2010 con lo spettacolo “Bang Bang!” già presentato in anteprima estiva da Edoardo Sylos Labini che concesse con l’occasione un’intervista ad Artoong.
Un po’ emozionato, ancora visibilmente sopraffatto dall’inaspettato ritorno al successo dovuto al singolo “Bang Bang!” tratto dal suo ultimo album, dopo averci presentato tutti i componenti della sua band – la cantante Ottavia Fusco, il dj Coccia (Antonello Aprea), il bassista Ciccio (Mario Rivera) e alle tastiere Gionfri (Gianfranco Mauto) – il leader protagonista di questo spettacolo racconta ad un immaginario intervistatore di nome Red (evidente il riferimento a Red Ronnie e al Roxy Bar) il suo passato di star travolta dal mondo del rock, fatto di mondanità, frenesia, donne e soprattutto droghe di ogni genere. Ma ne parla in maniera quasi innocente come giustificandosi ed ispira simpatia mentre beve tranquillo il suo the caldo, cercando di convincerci che ormai ne è fuori.
Ricorda, così, la prima esperienza “mistica” o addirittura – come dice, esaltato, lui – “esoterica” in cui, sotto effetto delle droghe, riuscì a produrre musica di alto livello con i suoi amici musicisti. Rivederlo e ascoltarlo mentre interpreta di nuovo quei brani, a distanza ormai di 10 anni dalla loro nascita, ispira a tratti persino un po’ di compassione… e forse è per questa ragione che la Fusco lo interrompe con una risata quasi disperata.
Questo breve excursus introduttivo che ci narra il passato della band arriva al culmine quando un giorno il leader rimane “fulminato” da una frase banale, piena di luoghi comuni, pronunciata dal presentatore di un talk show e ascoltata per caso alla tv, che lo porta a decidere di farla finita con le droghe.
Edoardo riesce a raccontare ogni aneddoto, più o meno significativo, con una leggerezza ed una spontaneità incredibili, si tratti di descrivere momenti all’apparenza drammatici o semplici bravate: il nostro leader se la cava sempre con un sorriso, facendo apparire tutto come la conseguenza naturale ed ovvia delle circostanze.
Il primo brano tratto dall’album presentato si intitola “Noi siamo il mondo”, versione italiana chiaramente parodistica di “We are the world”. Il testo dice tutto: “Viviamo in una fogna immensa in un mondo di merdaaaa!” canta la band con passione ed enfasi e parte del pubblico si piega dalle risate, ma forse dentro ciascuno di noi nasce una riflessione su quanto sia verosimile la situazione descritta in quel brano, facendo un raffronto con la condizione che viviamo oggi…
Si passa poi al secondo brano dal titolo “Essere cane” e con esso si delinea pian piano la differenza sempre più marcata tra i personaggi presentati in ciascuna canzone (e nel nostro caso sul palco). Protagonista stavolta è un cane – e senza risparmiarsi Edoardo abbaia e scodinzola abilmente per calarsi nella parte – che ci presenta il suo punto di vista, il mondo umano, quello che definisce “normale”, visto dalla sua prospettiva di cane dell’italiano medio. Valuta l’ipotesi di ricercare anche lui una “vita normale” ma l’abbandona subito: il suo sogno è diventare ricco e famoso per azzittire tutti quelli che lo hanno umiliato in passato, augurandosi così di ottenere una parvenza di rispetto… ma non appena il discorso si fa troppo serio, ecco che per sdrammatizzare e giustificare tutto, Edoardo riprende ad abbaiare e scodinzolare, per non rendere i toni mai eccessivamente pesanti e fingere che si tratti sempre solo di uno scherzo, anche se in conclusione - ci dice – lui è l’unico che sa di essere un animale mentre tutti noi “normali” siamo ciechi a non accorgerci di appartenere alla sua stessa razza…
Il terzo brano è “L’ultimo amico va via” ed il protagonista qui è il bassista Ciccio che si trova a un passo da un matrimonio non desiderato solo per via di una scommessa persa. Quello che viene descritto è il suo folle addio al celibato – con qualche accenno disilluso sull’amore e la vita matrimoniale ai nostri giorni – e se il contenuto del racconto è quasi inconsistente (non succede nulla di davvero interessante o significativo), la ricchezza della narrazione sta in una serie di piccole trovate a livello linguistico, che riescono a catturare l’attenzione dello spettatore, come quel tornare continuamente al momento in cui Ciccio “strizza il coso del ketchup in faccia al butta fuori”.
Si va ancora avanti con “Qui si sta bene” dove Sylos Labini si trasforma magnificamente in un fragile disadattato metropolitano che si accontenta di vivere ogni giorno con un tramezzino tonno e pomodoro, un caffè, una sigaretta, il giornale e un posto per dormire. È estremamente semplice ed efficace nei suoi ragionamenti, balbetta un po’, ha un sorriso aperto ed ingenuo, si accalora per l’aumento del prezzo del caffè e ci dice così che ha deciso di privarsi anche di quei due piccoli vizi, il caffé e le sigarette. Ci fa una tenerezza incredibile, quando da inguaribile ottimista conclude che “Un bicchiere mezzo pieno è… meglio di niente, ecco!”.
Il brano numero 5 è “Sono una trans, non sono una santa” ed è uno sketch breve e leggero, il sesto invece “Top manager” Vede entrare il trasformista Edoardo alle spalle del pubblico nei panni di un uomo d’affari che parla al telefono arrabbiato col suo avvocato e passando tra le file delle poltrone ci trasmette tutta la sua agitazione. Tutto l’episodio consiste in un susseguirsi di telefonate di ogni genere in cui il protagonista si trasforma ogni volta indossando una maschera diversa per rispondere alle esigenze di ciascun interlocutore e dirgli sempre quello che vuole sentirsi dire. Intelligente l’idea di usare un apparecchio telefonico diverso per ogni chiamata, che ne rappresenti il più possibile il carattere (come quello fuxia a forma di labbra, per la telefonata clandestina all’amante).
Il settimo brano “Scarfeis” parla di un boss camorrista che proclama “C’è chi è nato per servire e chi per comandare” ed offre la sua prospettiva cinica della realtà, comandata da un Dio che segue i suoi umori ed esercita un potere senza giustizia né pietà.
Arriviamo alla conclusione: il brano numero 8, dal titolo “Bang Bang!”. L’uomo è ormai visto come un topolino in gabbia che deve far girare la ruota sempre più veloce senza un senso né una direzione perché “Se non facciamo quello che ci dicono di fare… perdiamo tutto”. Si immagina un futuro non troppo lontano in cui il mondo sarà controllato da macchine e videofonini privi di emozioni. Secondo questa prospettiva, anche l’uso di droghe rischia di essere giustificato “Secondo voi perché la gente si fa le canne? Perché se fosse lucida mollerebbe tutto e smetterebbe di vivere”.
Il leader comincia così a spogliarsi – è, a questo punto, Edoardo che si spoglia del personaggio e dell’arte – fino a rimanere in mutande, mentre ci spiega che l’unico modo per sfuggire a questo sistema è non fare niente e non produrre più nemmeno l’arte, limitandosi a crearla nella propria testa, dove nessuno può entrare.
L’espressività di Edoardo Sylos Labini non conosce limiti ed è questo che ci conquista. Riesce a sostenere per un’ora e mezza il palco, quasi completamente da solo e ad esserne protagonista assoluto senza esitazioni, anche grazie a tante piccole trovate e dettagli importanti – quel berretto rosso calzato con la visiera di lato, i pantaloni che calano e scoprono la pancia esibita con tanta disinvoltura.
Tutto lo spettacolo è costruito con cura dei dettagli, il testo è riscritto in maniera coerente ed uniforme, cercando continuamente di affrontare tra le righe con apparente leggerezza ed evitando la seriosità, argomenti e situazioni terribilmente attuali e cocenti.
Non ne sbagliano una quelli della “band”, che sostengono e caricano la narrazione con una scelta perfetta di suoni e musiche; da notare l’intervento discreto ma efficace alla fisarmonica di Gianfranco Mauto nel settimo episodio.
Laura Mancini
Grafie – Il festival delle arti performative
ottobre 18, 2009
Particolarmente piacevole il contesto in cui veniamo accolti in occasione della prima serata del Festival di Arti Performative “Grafie 2009” dedicato in questa prima edizione ad Alonso Chisciano, presso la nuovissima Sala Luigi Pintor di Roma, a via Dello Scalo di San Lorenzo. Un bel parquet sotto i nostri piedi, luci soffuse e misurate per creare atmosfera, tavoli circondati da sedie al posto delle classiche file di poltrone e dalle 20.30 la possibilità di gustare un delizioso buffet della casa, in attesa che lo spettacolo cominci. Sembra un po’ come essere in un wine bar-restaurant ed al contempo ci si rilassa come quando si guarda un film in salotto mentre si cena: vengono combinati eleganza e capacità di far sentire lo spettatore/ospite a casa sua.
Lodevoli, poi, gli intenti che muovono l’Associazione “I Fools” in tutte le iniziative realizzate fin dall’apertura della sala, durante la scorso inverno, ad oggi, tutti volti ad avvicinare il quartiere all’arte popolare ma di buon livello a costo bassissimo ed allo stesso tempo a dare ai giovani artisti spazi per esibirsi, sempre a costi sostenibili.
Venerdì 2 Ottobre i ragazzi della compagnia Fools, che curano appunto la direzione artistica della sala, hanno scaldato simpaticamente l’atmosfera con una piccola sigla/presentazione introduttiva, visibilmente emozionati ed entusiasti.
A seguito di questa prima semifinale, sono passati alla finale del 10 ottobre 3 corti: poco mi convince il primo, un adattamento da Jaques Prévert, “Il cavallo solitario” per la regia di Cristina Spizzamiglio. La prima parte del corto è noiosa ed incomprensibile: le due giovani protagoniste si sfidano in un gioco dal significato oscuro usando quattro pupazzetti “Mio Mini Pony” a testa. “Trovare una relazione mantenendo una distanza…” vanno declamando nella loro insolita partita a scacchi. Ha scritto la compagnia, nella presentazione di questo lavoro, che chi alza la voce fuori dal coro non viene ascoltato e la poetica di Prévert, in tal senso, rivela una scomoda attinenza con la nostra civilissima realtà… e così le ragazze/cavalle si mettono a gridare “imbizzarrite” le lamentele dell’animale che decide di ribellarsi ai maltrattamenti subiti dall’uomo. Ma il significato non passa, la messa in scena è frammentaria e non assume una direzione chiara e l’interpretazione lascia a desiderare.
Il secondo è “Vacanze d’estate”, testo molto bello, decisamente più chiaro e comprensibile, tratto dall’opera di Quim Monzò, diretto ed interpretato da Teodora Grano e Daniele Bernabei. La giovane coppia alle prese con un tema drammatico come quello dell’aborto è presentata dall’autore catalano in maniera a tratti cinica a tratti grottesca. Brava ed espressiva la protagonista femminile (anche se dovrebbe tirar fuori un po’ di più la voce), buone le pause, le variazioni di toni, la mimica del volto; va bene anche il marito che, da semplice comparsa distratta quale può sembrare all’inizio, fa invece poi davvero suo il personaggio. Toccante l’umanità dei due coniugi che anche nell’assurdità della situazione presentata, fanno emergere, commuovendoci, il loro desiderio di essere genitori.
Il terzo finalista ci ha rallegrato un po’: si tratta di “Dopo le Ventiquattro” scritto, diretto ed interpretato da Angela Bruni e Elena D’Angelo che si presentano come compagnia di cabaret dell’assurdo “Idiomi e idioti”. Le due ragazze perdono troppo tempo nell’allestimento – per carità, accuratissimo e grazioso – della scena e nei cambi d’abito – anche quelli scelti bene – che avvengono davanti ai nostri occhi. Sembrano addirittura provarci gusto e mostrano in questo una punta di presunzione. Sfuggono, in alcuni momenti del primo sketch i legami che dovrebbero essere dettati dal linguaggio, nella conversazione astratta tra marito e moglie e sono forse solo le loro “facce buffe” a far sorridere. Più caricaturale e ilare e riuscita, nel secondo sketch, l’interpretazione delle due vecchie pettegole.
Non è passato in finale, invece, “Wafer al cioccolato”, testo di Lucia Lasciarrea, per la regia di Antonella De Angelis.
Sabato 3 Ottobre sono stati scelti altri due finalisti, dai 5 corti presentati. Il primo è “Dulcinea va a sposare” di Francesca De Rossi, per la regia di Massimo Roberto Beato e Jacopo Bezzi. Protagonista Dulcinea, interpretata da un’intensa Nicoletta La Terra, la quale ogni volta che tenta di diventare sposa di un uomo, vede ricomparire il fantasma del suo primo amore carnale, Don Chisciotte, qui realizzato con forza e presenza scenica da Francesco Montanari, e spinta dall’esasperazione si trova a chiedergli di portarla con lui nel mondo degli inferi. Un corto breve, conciso, completo, che alterna rapidamente ed efficacemente umori e sentimenti senza dimenticarsi mai dello spettatore.
L’altro finalista è invece “Il cantico del lamento”, scritto e diretto da Davis Tagliaferro, consiste in un monologo interpretato da Annarita Colucci. La ragazza – davvero troppo giovane per farci vedere, anche con tutto il lavoro di trucco, una donna anziana nei suoi atteggiamenti e nelle sembianze – declama il testo dando l’impressione di viverlo poco e risulta artificiosa, fredda, finta. A poco servono, così, le bellissime musiche, il testo interessante, riflessivo ed interiore e dell’atmosfera “inquietante” preannunciata dalla compagnia nella presentazione del lavoro non arriva nulla. La protagonista è una donna che rifiuta la sua esistenza e da questa condizione dovrebbe sgorgare il lamento, lo sfogo. Persino il costringersi a stare su una sedia a rotelle si rivela una scelta dovuta alle profonde insicurezze della donna, che è arrivata a considerare quell’inutile oggetto il suo trono. Ma ahimé, questo “esplodere” della tensione emotiva della protagonista non è reso minimamente e neanche le lacrime che abilmente l’attrice riesce a far sgorgare nel finale riescono ad andare oltre l’esercizio tecnico e a commuovere.
Non passano, invece, i corti “Mogli ebree alle ceneri” tratto da Brecht e Pinter, di e con Daniela Ferri, “Il gioco del silenzio” scritto, diretto ed interpretato da Massimo Dobrovic e “Nuovo Ordine Mondiale” ispirato ad un testo di Harold Pinter e riadattato e diretto da Rosario Mastrota, con Laura Garofoli e Desirée Cozzolino.
E veniamo alla finale: i tre Corti premiati dal Festival proclamati a conclusione della sera di sabato 10 Ottobre non hanno vinto denaro, ma luoghi, sostegno tecnico e pubblicità per poter rappresentare gli sviluppi delle proposte in concorso. Il coordinamento delle attività proposte e la direzione artistica saranno a cura dell’Associazione culturale Fóòls, patrocinata dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico.
Non sono mancati i “colpi di scena”: due dei corti passati in finale non si sono potuti presentare e così è stato ripescato “Nuovo ordine mondiale” e a concorrere per i 3 premi (più quello del pubblico) sono state quattro compagnie.
Vince il primo premio ed anche il premio del pubblico “Il cantico del lamento”: stavolta vediamo la protagonista godersi un po’ di più il testo con tutte le sue pause, anche se c’è ancora molto lavoro da fare sulla mimica facciale e nella costruzione del personaggio.
Il secondo premio va proprio ai “ripescati”: “Nuovo ordine mondiale” stavolta presenta una performance un tantino più uniforme e credibile ma anche a loro auguriamo di sfruttare bene il tempo a venire per arricchire lo spettacolo di contenuti, che altrimenti, dopo la simpatica introduzione musicata e coreografata con grande cura dei dettagli, latitano. Bravissimi ed espressivi, comunque, i tre interpreti.
Il terzo premio è per “Vacanze d’estate” che inspiegabilmente, stavolta, viene presentato con poca convinzione degli attori, i quali sembrano meno immersi nelle rispettive parti; resta però la profondità del testo e l’impressione di una grande potenzialità della compagnia.
Resta fuori il cabaret dell’assurdo “Dopo le Ventiquattro” che risulta più lento e meno coinvolgente e a differenza della prima volta, non riesce a strapparci nemmeno un sorriso: forse non è serata ma senza dubbio le due attrici devono lavorare ancora molto sulla loro coalizione.
La peculiarità del Festival è quella di proporsi come occasione di crescita e di integrazione artistica, mettendo alla pari tutte le discipline artistiche che possono trovare nel teatro il loro luogo di esposizione, senza distinzioni e ponendo nella giuria esperti di ogni disciplina artistica contemplata. È così che, a conclusione delle performance e a seguito delle premiazioni si è svolta una tavola rotonda tra giurati e compagnie partecipanti, per un interessante confronto.
Laura Mancini
“Bang Bang!!” di Edoardo Sylos Labini
luglio 6, 2009
Da un testo “profetico” di Bogosian del 1992 alle problematiche della nostra società
Martedì 7 luglio 2009, alle ore 21 30 presso Macro Future Testaccio, in anteprima nazionale ZTL Associazione Culturale presenta “Bang Bang !!”. Una famosa band musicale ed il suo leader presentano al pubblico il loro nuovo album “Bang Bang!!”, composto da sette pezzi più il singolo che da il nome alla rappresentazione. La prima si svolgerà quindi nell’ambito di “Roma in Scena (Estate romana)” evento organizzato dall’Ass. alle Politiche Culturali del Comune di Roma ed in seguito la compagnia sarà in tour, tornando a Roma presso il Teatro Cassia dal 14 al 20 Ottobre 2009.
Lo spettacolo, che vede Edoardo Sylos Labini all’opera per la terza volta in questa stagione teatrale, ancora con un lavoro ed un’idea completamente nuovi, si presenta come un’occasione per ridere delle nostre nevrosi di massa: ma ridere non è necessariamente un sintomo di divertimento.
Protagonisti della scena, sono infatti otto caratteri che affrontano quello che stiamo vivendo politicamente, socialmente ed affettivamente ai giorni nostri, in una irrefrenabile ed ironica compilation di personaggi in deflagrazione. Si passa dall’artista disilluso alla trans neomelodica, dal manager iperteso al cane dell’italiano medio, dal boss camorrista anti–Saviano fino al fragile disadattato metropolitano.
“Bang Bang !!”, omaggio al profetico “Sesso Droga E Rock ‘N Roll” (1992), è un ironico canto disperato di chi sa che ormai non è più lecito nemmeno il desiderio di poter esser ciò che si vorrebbe essere… forse di ciò che si dovrebbe essere.
Sylos Labini presenta la sua nuova “stand up commedy”, coaduivato da un juke box vivente, Ottavia Fusco e dalla sua “strampalata” e straordinaria band, il dj Antonello Aprea (Coccia), il bassista Mario Rivera (Ciccio), le tastiere di Gianfranco Mauto (Gionfri).
Novanta minuti esilaranti che fanno da specchio distorto dei nostri giorni.
Ce ne parla l’ideatore ed interprete, Edoardo Sylos Labini.
- Come ti è venuta l’idea di questo soggetto, quanto hai tratto ispirazione dalla realtà quotidiana e quanto da Sesso Droga E Rock ‘N Roll?
“Sesso Droga” è stato il punto di partenza. Il profetico testo di Bogosian ci ha raccontato nel 92 quello che sarebbe successo nella nostra società occidentale. Bogosian parla però dell’era Reaganiana e di fatti avvenuti in quegli anni negli Stati Uniti; venti anni dopo situazioni simili sono si sono verificate qui da noi. Io ho preso spunto da quel climax, per dipingere otto
personaggi della nostra società italiana in deflagrazione. Non si tratta di un adattamento ma di una riscrittura, un omaggio ad una drammaturgia ancora tagliente e dissacrante.
Mi interessava parlare della nostra vita quotidiana, dei nostri fantasmi, di ciò che viviamo freneticamente e famelicamente ogni giorno. Dopo il positivismo del Futurismo la sua speranza verso il futuro ed il progresso, mi sembrava giusto raccontare il nichilismo che 100 anni dopo ha attanagliato la società occidentale.
- Come ti sei preparato per interpretare il tuo personaggio, chi ti ha aiutato?
Il lavoro che faccio da anni con il mio staff e più in particolare con il dj Antonello Aprea è un percorso di costruzione di spettacolo ormai collaudato: arrivo all’interpretazione di un personaggio
appoggiandomi alle musiche, alle sonorità che provengono dalla consolle dj. La drammaturgia diventa come una partitura ed il personaggio esce, si materializza quasi da solo. Non c’è psicologia del personaggio per arrivare all’interpretazione, c’è suggestione, “pancia” applicata ai suoni di un
vinile ai rumori musicati. Ormai è una mia cifra è un linguaggio che un critico anni fa ha ribattezzato discoteatro. In questa nuova avventura oltre ad Aprea poi sono accompagnato da due straordinari musicisti Mario Rivera al basso e Gianfranco Mauto alle tastiere e dalla bravissima interprete Ottavia Fusco, presenza dark di “Bang Bang!!”.
- Che reazioni speri di ottenere dal pubblico?
Voglio far divertire il pubblico (abbiamo bisogno di ridere) ma farlo anche ragionare, far fare allo spettatore i conti con se stesso. Tutti i personaggi che affronto hanno qualcosa di ognuno di noi.
- Non hai paura di disorientarlo, presentandoti sempre in una veste ed in un genere totalmente nuovo?
Essere eclettici oggi è una risorsa basilare per un attore. Bisogna adeguarsi al mercato: saper recitare in una soap, in uno spot, in un film, in uno spettacolo classico in uno di sperimentazione. Esser pronti al cambiamento senza ridicole snobberie, in un momento come questo dove più che mai i cast si fanno tra ville e ristoranti ed è necessario farsi trovare sempre preparati per poi dimostrare sul campo quello che si sa fare. Al pubblico il giudizio.
- Nello staff di “Bang bang!!” tornano dei nomi a fianco dei quali ti sei già trovato a lavorare. Come è nata questa collaborazione e credi che proseguirà ancora con altri spettacoli?
Come ti dicevo prima, Antonello Aprea è un prolungamento delle mie ideazioni è il mio deus ex machina, senza la sua presenza dovrei sicuramente rivedere il mio lavoro…
- Questa è stata per te una stagione davvero intensa e di successo: “Rum & Vodka” portato in scena già per diversi anni consecutivi, “Donne Velocità Pericolo” che ci ha fatto scoprire un Edoardo “futurista” in occasione del Centenario del Movimento ed ora “Bang Bang!!”. E’ possibile per te dire quale di queste esperienze ti ha dato di più?
Questi spettacoli sono come dei figli per me, non posso dire che c’è n’è uno che preferisco. Li amo in modo alternato… ma l’ultimo innamoramento è per “Bang Bang!!”: è il più giovane e lo voglio viziare un po’!
- Non sei certo un interprete alle prime armi, ma in un anno teatralmente impegnativo come questo, ti sei sentito crescere in senso artistico? Cosa hai imparato, anche a livello umano?
Si cresce, per me soltanto lavorando ed in questo momento difficile per l’arte e la cultura nel nostro Paese, l’importante è creare comunque qualcosa anche sotto casa, non per forza in un teatro da mille
posti. Bisogna recuperare l’artigianato anche in campo teatrale, credere e combattere per un progetto è una grande risposta a chi vorrebbe fare della nostra Nazione un villaggio Valtur (con tutto il rispetto parlando..).
Quindi è inutile piangersi addosso ma bisogna rimboccarsi le maniche e combattere, se si ha la necessità di farlo. I soldi che ho guadagnato con la tv negli ultimi anni li ho tutti investiti nei miei progetti perché ci credo e non potrei fare altro, poi non esistono più produttori coraggiosi, il teatro
italiano si è incacrenito attorno ai soliti titoli e ai soliti nomi in via d’estinzione. Vuoi mettere la soddisfazione di fare tutto da solo… e non dover bussare la porta di nessuno? Si dorme meglio la notte!
Con: Edoardo Sylos Labini, Ottavia Fusco, Dj Antonello Aprea, Mario Rivera (basso), Gianfranco Mauto (tastiere) e con la partecipazione straordinaria di Maurizio Partino in arte Poldo. Coordinamento alla regia Stefano Reali, Disegno luci Angelo Ugazzi, Costumi Beatrice Gigli, Fonica Paolo Astolfi, Aiuto regia Giovanna Guida, Coordinamento artistico Pierpaolo De Mejo, Foto Pino Le Pera.
Laura Mancini
Un giorno, in Cina…
giugno 4, 2009
E’ con vero piacere che oggi segnaliamo la pubblicazione del primo libro di Laura Mancini, collaboratrice di Artoong, dal titolo : Un giorno, in Cina…
Un fresco esempio di letteratura di viaggio di una giovane donna in una realtà complessa e infinitamente più grande di lei.
Ci affidiamo per un’attenta e affettuosa analisi dell’opera, alla penna di Jessica Carrieri, direttamente dalle pagine del suo Blog personale.



