Premio nazionale letterario fotografico “Roma nel tempo”

ottobre 31, 2009

Il concorso, dedicato e ispirato alla città di Roma, luogo simbolo di storia, arte e cultura, ci ha visto partecipare con entusiasmo, ispirati per motivi affettivi da una città che viviamo ogni giorno. Abbiamo voluto contribuire, a nostro modo, attraverso le immagini e la scrittura a raccontare il fascino di Roma che scorre, fatalmente immutabile, sui binari del tempo.

Lo scatto di Paolo Piccolo è risultato vincitore del Primo Premio della sezione Fotografia della prima edizione del Premio Nazionale letterario fotografico “Roma nel Tempo” 2009.

piazza popolo1 Premio nazionale letterario fotografico Roma nel tempo

In questa fotografia l’elemento antropomorfo si diluisce in quello strutturale effondendo due contrastanti sentimenti dello scorrere del tempo: la transitorietà dell’uomo contemporaneo con la sua vita frenetica, volatile, frugale e l’immanenza granitica della storia che, attraverso la solennità delle vestigia romane, proietta ininterrottamente evanescenze di un tempo remoto, un tempo di altri uomini transitori eppure congelati per sempre nel pigmento di un flusso temporale.
La fotografia è la metafora della vita: in questo scatto l’uomo è un “passaggio” in dissolvenza sullo sfondo della stratificazione del tempo.

A “La repubblica dei gatti”, racconto di Jessica Carrieri, la Giuria ha assegnato il Premio Speciale per la sezione Narrativa della prima edizione del Premio Nazionale letterario fotografico “Roma nel Tempo”2009.

Il mio racconto vuole essere un piccolo tributo alle visionarie emozioni che Roma mi ha regalato quando mi sono traferita in questa città, oramai sedici anni fa, da un paese contadino del Sud Italia. Incanto e rapimento e nuovi occhi per guardare.

LA REPUBBLICA DEI GATTI

Il cielo di Roma in una notte densa di molti anni fa.

<<Pronto, ciao Flavio che fai?>>

<<Guardo la televisione, mi annoio>>.

<<Ci vediamo? Non ho sonno>>.

<< Va bene, ma cosa facciamo?>>

<<Non so davvero, vediamoci fra mezz’ora poi decidiamo>>.

Era sera inoltrata, un lunedì uggioso, gli esami lontani, la televisione, un cielo novembrino senza nuvole, le strade vuote per il lungo ponte di Ognissanti.

Un colpo di clacson. Eccolo. La borsa, le chiavi.

Flavio era un buon amico, un quasi architetto con velleità artistiche e lo sguardo sempre curioso. Gli volevo bene, in sua compagnia mi sentivo speciale, diversa, sempre emozionata e pronta a guardare il mondo attraverso i suoi occhi.

<<Che aria fresca stasera e che pace, allora che facciamo Fla’?>>

Sui sedili posteriori la sua macchina fotografica.

<< Inseguiamo i gatti questa sera>>.

<<Di che gatti parli?>> Il mio sguardo doveva essere tra l’attonito e il divertito.

Sorrisi ma non indagai oltre, mi sembrava più stralunato del solito.

La macchina scivolava nella notte a velocità moderata per non turbare la percezione di quella desolazione. Guidammo per venti minuti ascoltando le note di una stazione radio che trasmetteva underground notte e giorno.

Parcheggiammo senza difficoltà, a mezzanotte piazza Venezia era solo per noi. Flavio indossò la macchina fotografica e insieme ci dirigemmo verso le scale del Campidoglio.

Salimmo senza scambiarci una parola ascoltando l’eco dei nostri tacchi per le scale, avevamo quasi lo stesso passo. L’immensa ragnatela, la statua di Marco Aurelio.

Il profumo della quiete notturna ci riempiva; il nostro affanno dopo la lunga scalinata appariva il giusto tributo a quella immensità immobile e rarefatta.

Un piede dopo l’altro giungemmo dinanzi a quel bivio che si presenta al viandante chiedendogli di scegliere fra i due declivi che dolcemente discendono verso i fori accarezzandone i contorni.

Una tentazione quella di dividerci e lasciarci rotolare come palle nel nero vetusto di quella Roma antica.

Invece rimanemmo immobili con i piedi pesanti e gli occhi che cercavano intorno e in tondo; il vento arrivava sottile e pungente. Come per scrollarmi dal torpore Flavio mi spinse con la spalla:

<<sei silenziosa questa sera>>.

Abbassai lo sguardo, avrei ricordato a lungo quel momento. Mi prese sottobraccio e lentamente mi sospinse. Mi lasciai guidare mentre lo ascoltavo:

<<ti porto a vedere la luna>>.

La luna? Mi sembrava una sera tanto buia e densa che non mi ero accorta ci fosse e infatti non la vedevo. Ero molle. Abdicai a lui la mia volontà e mi lasciai trascinare in quel nero.

<<Arrivati>>, mi disse all’improvviso destandomi da quel torpore fluido.

Spinsi in là lo sguardo, un ultimo passo, e quasi non credetti ai miei occhi: sotto di me un teatro a cielo aperto nascosto sino a quel momento dal Palazzo Senatorio. Mi avvicinai alla balaustra. Una luce bianca e irreale si irradiava in ogni direzione.

Quella sera la luna era una mongolfiera gonfia di vento. Ferma come un immenso faro rischiarava col suo freddo ogni profilo. Sotto di noi il Foro Romano mi appariva come un magazzino di quinte teatrali dismesse e accantonate.

Ero scossa. Aggrappata al passamani non parlavo per l’emozione. Sforzai gli occhi per abituarmi a quella nuova luce e a quelle nuove forme.

Mi sembrava di violare un luogo sacro, di guardare dritto negli occhi qualcosa che non mi era permesso guardare.

Respirai profondamente, mi abbandonai alla balaustra, mi sporsi con il busto in avanti e dilatai gli occhi su quel teatro lunare.

Le colonne del Tempio di Saturno accarezzate da una luna abbondante e flaccida sembravano di carta colorata.

Flavio cominciò a scattare fotografie, poi mi passò la macchina predisposta con un potente zoom che indossai come si fa per inforcare un paio di occhiali: l’architrave, i fregi, i capitelli ionici, le colonne di granito rosastro…

Intravidi qualcosa fra le basi delle colonne. Guardai Flavio che non distoglieva gli occhi dal mio viso. Riguardai nell’obiettivo.

gatto colonia roma 170204 300x152 Premio nazionale letterario fotografico Roma nel tempoUn gatto scuro, immobile seduto sulle zampe posteriori era lì come se stesse scrutando la vallata, testa in su e muso ad annusare l’aria. Non si muoveva, nero, pesante, lucido.

Deglutii, mi spostai con l’obiettivo per guardare la luna, ma dopo qualche secondo ritornai ai piedi del Tempio.

Uno, due, tre, quattro, cinque, forse sei gatti che non avevo visto prima dormivano ai piedi delle colonne. Tra loro il gattone nero sempre seduto diritto sulla schiena come se fosse in trono.

Un po’ stizzita ripassai la macchina fotografica a Flavio che mi chiese: << e allora?>>

<<Allora cosa?>> Feci finta che quel teatrino felino non mi avesse toccato.

<<Chiudi gli occhi>>, mi disse Flavio <<e apri i sensi a questo silenzio e a questo buio>>.

Rimanemmo con le palpebre serrate per qualche minuto. Credetti, dal torpore dei muscoli, di essermi addormentata per qualche secondo. Sentivo l’aria fresca che cristallizzava quelle sensazioni. Aprii gli occhi e come dopo un momento di lunga cecità all’inizio non vidi bene.

Il mio viso era rivolto al podio della Basilica Giulia e ai suoi gradini sottostanti; quell’immenso rettangolo pieno soltanto di qualche semicolonna decapitata sembrava un campo di calcio senza giocatori.

Gatti di RomaNon era così. Dovetti ricredermi. Una colonia infinita di gatti popolava quell’area vuota di storia. Molti erano addormentati sui gradini, altri accovacciati sulle colonne o sui pilastri. Ma la maggior parte passeggiava con passo lento all’interno del perimetro della basilica. Un tappeto felino in movimento.

<<Ti presento i veri cittadini di Roma>>, mi sussurrò Flavio stendendo una mano come si fa per annunciare l’entrata in scena di un artista. Mi stavo perdendo in quei piccoli e lenti movimenti mentre cercavo di dare un senso a quello che vedevo.

Ero spaventata da quella folla felina, spaventata da Flavio che mi aveva portata lì, spaventata da quelle centinaia di iridi fosforescenti e intermittenti che il buio sollecitava e che si diluivano rimandandomi l’immagine di un prato colmo di lucciole.

Guardavo Flavio e fingevo di non sentire i miagolii che piano piano il vento ci riportava amplificati. Lamenti, richiami, conversazioni feline si trasformavano in cantilene. Il brusio animale diventava sempre più familiare man mano che mi abituavo allo stridore di quei suoni. Mi pareva di cogliere parole.. frasi..

Feci un passo indietro e strizzai gli occhi per abbracciare con lo sguardo la massima porzione di quello spazio. Erano infiniti, mobili, urlanti i gatti che vivevano e popolavano il Foro muovendosi al suo interno come in una sagra di paese affollata.

Suggestioni mi dicevo: la notte, la luna, il mio stravagante amico.

Avvertivo la presenza di Flavio che con voce calma mi parlava in un orecchio dello spirito degli antichi romani che si incarnava di notte nei gatti di Roma. Con l’altro orecchio, invece, mi sembrava di udire sferruzzamenti, voci umane, litanie, applausi e grida. Mi vennero in mentre le descrizioni di Plinio il Giovane sugli affollati processi a cui i romani partecipavano in massa.

Era davvero troppo. Un tonfo. Il buio. Silenzio.

Il suono sordo e metallico del telefono fu come uno squarcio improvviso.

<<Pronto>>, sentii la mia voce rispondere bassa e cupa.

<<Sono Flavio, ti aspetto sotto al portone da oltre mezz’ora, cos’hai deciso? Scendi o no?>>

Mi ci volle un lungo attimo per realizzare che mi ero addormentata aspettando Flavio. Balzai in piedi. La borsa. Le chiavi. Uscii sbattendo la porta.

<<Ciao Flavio, scusa, mi sono addormentata>> gli dissi vedendolo appoggiato sul cofano dell’auto a braccia incrociate.

<<Ti perdono, dai sali in macchina>>. Sui sedili posteriori la sua macchina fotografica. Il motore si avviò rumorosamente mentre, come da lontano, sentivo Flavio che mi diceva:

<< Stasera ti porto a vedere la luna>>.

Sprofondai nel sedile e socchiusi gli occhi. Sapevo che saremmo andati a caccia di gatti.

Jessica Carrieri

Un giorno, in Cina…

giugno 4, 2009

un giorno in cina front opt Un giorno, in Cina... E’ con vero piacere che oggi segnaliamo la pubblicazione del primo libro di Laura Mancini, collaboratrice di Artoong, dal titolo : Un giorno, in Cina…

Un fresco esempio di letteratura di viaggio di una giovane donna in una realtà complessa e infinitamente più grande di lei.

Ci affidiamo per un’attenta e affettuosa analisi dell’opera, alla penna di Jessica Carrieri, direttamente dalle pagine del suo Blog personale.

Il Soffio della terra

maggio 7, 2009

il soffio della terra cover opt2 Il Soffio della terraTitolo: Il soffio della terra

Regia: Stefano Russo
Cast: Fabio De Caro, Enrico Ianniello
Fotografia: Rocco Marra
Musiche originali: Pasquale Catalano
Produzione: Davide Contessa, Marisa Evangelista

E’ la storia di una scelta, della scelta.

Parteciperà ai più importanti Festival internazionali il nuovo cortometraggio di Stefano Russo Il Soffio della terra, proiettato in questi mesi secondo la modalità partecipativa del cinedibattito, voluta dallo stesso regista al fine di stimolare, attraverso il film,  una discussione collettiva su una tematica importante come quella del fine vita.

Le proiezioni di Napoli  (Marabù Club, 1 marzo) e Roma (Caffè letterario, 28 marzo) hanno contato sulla significativa presenza, oltre che di associazioni impegnate sul fronte dei diritti civili, come l’Associazione Luca Coscioni e Certi Diritti, di un pubblico attento e ricettivo, desideroso di comprendere e confrontarsi su un tema di dolorosa attualità che costringe le coscienze sopite a porsi degli interrogativi.

Paura fondante e naturale dell’uomo, passaggio obbligato e momento finale di una parabola terrena, la morte sembra diventare sempre più estranea alla nostra società che riflette il messaggio dell’invincibilità dell’uomo contemporaneo che attraverso il progresso e la tecnologia si illude di esercitare un pieno controllo sulla natura. La morte ci fa paura, cerchiamo di estrometterla dalle nostre vite, di negarla fino a non sentirla più come un accadimento naturale, eppure è  quotidianamente sotto i nostri occhi a ricordarci che non siamo né invincibili né immortali.

Trascurando le considerazioni di ordine etico su un argomento tanto sentito quanto controverso, vorrei soffermarmi esclusivamente sul cortometraggio, quel ganglio artistico in cui la narrazione (la storia in sé) e il narrare (i modi della narrazione) si coniugano attraverso il ricco linguaggio cinematografico. Il  mio intervento si pone, quindi, dalla parte della storia narrata solo per suggerire alcune riflessioni sulla dolorosa poesia che scaturisce dal racconto di Stefano Russo e sull’immaginario e i simboli che esso richiama.

Il Soffio della terra narra per immagini la vita e la morte, l’uomo e la natura. Tra frasi sussurrate, suggestioni animistiche e sfumature panteistiche affiora un percorso di vita, una storia fra tante con un finale fra quelli possibili.

Nicola vive in ospedale da anni a causa di una malattia degenerativa che lo costringe a letto e ad un respiratore artificiale. La quotidianità ospedaliera, ricca, nonostante tutto, di relazioni umane e affetti, viene improvvisamente interrotta da un circostanza scatenante che muoverà gli avvenimenti e farà procedere l’azione: l’arrivo di un respiratore portatile.

Ora che ne ha la possibilità Nicola chiede al suo medico e amico Daniele di aiutarlo a realizzare un desiderio: rivedere il mare. La narrazione subisce un’accelerazione e si dirige in tutt’altra direzione, verso una scelta radicale dalla quale il protagonista non vorrà e  potrà tornare più indietro.

La struttura binaria della storia permette di isolare due momenti narrativi del corto: in una corrispondenza speculare, pervasa da un sentimento quasi panistico della natura, si contrappongono spazi chiusi e spazi aperti che riflettono le contrapposte categorie di Artificiale/Naturale che, a loro volta, si declinano in due pragmatiche alternative: vita artificiale/morte naturale:

Spazi chiusi/Spazi aperti

Vita Artificiale/Morte naturale

Scienza/Natura

L’ospedale (scienza) e la terra (natura) rappresentano l’incipit e il climax di un filo diegetico in cui le ambientazioni sceniche sono semanticamente funzionali alla comprensione del sottotesto. Le scene girate negli interni raccontano di una vita condizionata, legata artificialmente ad una macchina: una non vita.

Le scene girate in esterna raccontano di un viaggio in una natura viva, a volte prepotente e cruenta, una natura che contempla la morte come congenita e che proprio per questo riflette il ciclo della vita nella sua interezza.

La  fotografia e le musiche assecondano in maniera connotativa la dualità del registro narrativo. Il riverbero dell’atmosfera fredda e azzurrina dell’ospedale si contrappone ai colori vividi e brillanti della natura; la poesia si sprigiona dal basso verso l’alto, dalla terra fino al cielo, in un vortice di verde, foglie, brezza.

Le musiche originali di Pasquale Catalano accompagnano con vibrante espressività questa immersione nella natura: esse riproducono la disarmonia tra il respiro umano e quello della terra, l’orecchio avverte due ritmi distinti, due echi che si rincorrono e si sovrappongono. Sono i due battiti, quello della natura  e quello dell’uomo.

Lo spettatore percepisce che Nicola è come attirato e guidato verso una meta: il mare, forse! Non sappiamo se il paesaggio marino anelato dal protagonista sia un ricordo, un desiderio, un sogno; sicuramente è un paesaggio della coscienza  necessario da raggiungere per sciogliere i nodi della propria esistenza, un luogo dell’anima che si conquista solo a contatto con la natura.

Forse Nicola ha già deciso quando i suoi occhi stanchi si posano sulla porta dell’ospedale che sbattendo lascia intravedere un altro mondo o, quando, in macchina vuole sentire l’aria sul viso nel tentativo di ingoiare il vento e sovrapporlo al suo tenue respiro.

set conca della campania 2 opt Il Soffio della terra

Il rapporto medico/paziente subisce una trasformazione durante il viaggio verso il mare. Si divarica per sempre lo stato d’animo dei due protagonisti: mentre il medico vive con entusiasmo le potenzialità del nuovo apparecchio di ventilazione che permetterà al suo paziente/amico di vivere una vita più completa e dignitosa, Nicola, intento a raggiungere il suo obiettivo, si distacca sempre più dalla contingenza.

La rottura è totale, il crescendo di rabbia di Daniele nell’intuire le vere intenzioni dell’amico, si contrappone alla quieta fermezza di Nicola oramai totalmente rivolto a quella terra che sente appartenergli più che il respiratore artificiale. Il ritorno verso la natura è un viaggio verso se stessi e in quanto tale è difficoltoso: la terra nuda è dura, pesante, umida, la carrozzina di Nicola arranca sul soffice e spesso tappeto di foglie che rallenta la sua corsa permettendogli di ancorare i suoi pensieri in maniera risolutiva.

Il corto vuole raccontare uno dei possibili percorsi che portano ad una scelta e lo fa piegandosi, secondo le direttive del regista che non si schiera ma racconta, su una curva narrativa poetica ma mai, assolutamente, patetica. La rappresentazione narrativa della scelta passa attraverso l’immagine del confine tra vita e non vita, un confine talmente sottile che copre la distanza di un respiro.

Il regista lascia parlare le immagini delegando ad esse parte della funzione narrativa. Ariose e generose inquadrature si contrappongono a primi piani tesi a indagare più a fondo l’animo dei protagonisti delle cui vite sappiamo molto poco.

Non c’è accanimento e morbosità nella costruzione dei personaggi: poche e decise pennellate delineano i caratteri dei protagonisti con un distacco funzionale ad evitare una immedesimazione epidermica da parte dello spettatore che è costretto a cercare, dentro di sé, un riscontro oggettivo di quanto vede messo in scena.

Il talentuoso Enrico Iannello recita nella parte del medico, personaggio fortemente combattuto tra l’entusiasmo professionale ed una consapevole ed empatica comprensione dei tormenti dell’amico.

Convincente la performance del bravo attore napoletano Fabio de Caro nelle vesti del protagonista che regala un’interpretazione intensa in cui la gestualità, gli sguardi e la fisicità reggono ad arte la rappresentazione di una sofferenza fisica e di uno stato d’animo specchio di una coscienza combattuta. I dialoghi brevi, incisivi, con sfumature sospese di poesia aprono gli spazi necessari alla riflessione dello spettatore.

Le suggestioni etimologiche suggerite dal titolo del cortometraggio, acuiscono il senso poetico di una visione dell’esistenza che, al di là della mera biologia, si diluisce  nello spirito dell’universo.

Il soffio richiama alla mente un immaginario polisemantico e ancestrale:  il soffio fisiologico della natura, il vento, l’aria (dal greco anemos) da un lato e il respiro biologico dell’uomo dall’altro.

Ma ancora, anemos nella versione latinizzata, il corradicale animus, è andato a indicare la razionalità e l’emotività dell’interiorità umana fino ad acquistare definitivamente, con il diffondersi del cristianesimo, l’accezione di parte spirituale e immortale dell’uomo.

Il soffio è respiro e anima, è vita che permea l’uomo e la natura, è poesia dell’universo.

E se, fra crocicchi etimologici un po’fumosi e digressioni irrorate da un afflato animistico, i pensieri si inarcano distaccandosi dalla prosaicità letteraria e contingente del film, non importa, l’arte fa anche questo, donarci la possibilità di divagare con la mente inseguendo allitterazioni emotive e cognitive.

E’ ora di lasciare Nicola al suo viaggio di ritorno alla natura, a contatto con quella terra di cui vuole sentire il battito e alla quale ha deciso di regalare quel soffio vitale che, secondo una concezione antica, viene espirato fuori al momento della morte.

Nicola si perde nell’anima della natura, il “soffio” artificiale del respiratore lascia il posto al “soffio” di una terra che lo abbraccerà e che respirerà per lui e con lui oramai per sempre.

Jessica Carrieri

Trailer

La natura negata. Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun

aprile 9, 2009

creatura di sabbia fronte 184x300 La natura negata. Creatura di sabbia di Tahar Ben JellounIl profumo prepotente del cumino e i colori intensi del Maghreb avevano invaso i miei sensi quando a diciannove anni leggevo per la prima volta Creatura di Sabbia; il vuoto allo stomaco e il cerchio alla testa provenivano, invece, dall’indignazione per una realtà che le pagine, una dopo l’altra, andavano svelando. Dopo quindici anni ho voluto rileggere il romanzo di Tahar Ben Jelloun, scrittore marocchino di lingua francese, per ritrovare un’eco di quelle giovanili emozioni. Avrei ceduto all’esotismo anche questa volta?

Mi chiedo quanto siamo disposti noi lettori europei, mangiatori di cus cus e biscottini al sesamo, a decentrarci, a rifiutare il fascino dell’esotico che subiamo inchiodati al nostro punto di vista eurocentrico e avvicinarci, in maniera “critica” e “infedele”, ad un libro che apre le porte ad una società e una cultura araba problematicamente ricca e profondamente destabilizzante.
Io voglio provare a liberarmi del mio pregiudizio etnocentrico, voglio essere una lettrice libera e consapevole, voglio rovesciare la mia geografia e credere di essere io a Sud di quel Nord, a Sud del Maghreb, a Sud dell’Africa.

La mia seconda e più adulta lettura del romanzo dovrebbe suggerirmi di non protendere per la facile condanna di una società marocchina patriarcale e maschilista, di conseguenza, vorrei pormi solo delle domande in un totale abbandono a questo racconto pregno di poetica musicalità che parla al cuore di ogni uomo e di ogni donna.

E’ la storia di un corpo e un anima martoriati, dell’ottava ed ennesima figlia di un patriottico padre marocchino che dovrà portare il nome di un uomo, Ahmed, e dovrà essere uomo agli occhi di una società che vive come una disgrazia la nascita di figlie femmine, una maledizione che si traduce concretamente nel tessuto sociale con la dispersione dell’eredità per la famiglia che non ha eredi maschi.

Ahmed è l’emblema di una identità violata. E’ una creatura senza sesso, un baco da seta avvolto nel suo bozzolo che cerca di crescere come un uomo forte e autoritario, di riscattarsi dalla violenza subita e dimenticare il giorno in cui i sensi le hanno svelato il suo essere donna, poiché essere donna, nella famiglia e nella società marocchina, vuol dire essere un’ombra che cammina rasente ai muri.

Il viaggio verso la definizione di sé come uomo porterà però Ahmed a percepirsi come un fantasma senza età che vive sulla pelle il tempo che stratificandosi lo lascia immobile, e, allo stesso tempo, lo trasforma in un Giano bifronte in un delirio farneticante di sesso, violenza e ambiguità: “Sono me e un altro, albero e linfa, architetto e dimora”.

Creatura di sabbia è un romanzo di “confine”, in bilico tra due culture: araba e occidentale, cultura orale e scritta, maschio e femmina, vita e morte, spirito e carne.

Per noi occidentali che affidiamo la quasi totalità del sapere alla pagina scritta è difficile comprendere integralmente le culture che fondano la propria storia e le proprie tradizioni anche sulla trasmissione orale della conoscenza: le gesta degli antenati, le cosmogonie, le storie fondanti, le leggende epiche necessitano di un bardo che narri e di un uditorio attento e ricettivo che recepisca e memorizzi.
Creatura di sabbia é un romanzo che andrebbe “letto con l’udito” proprio come si ascolta il racconto di un vecchio narratore, con l’orecchio teso e attento, come quello di un musulmano in attesa del canto del Muezzin.sz6 0403 01 La natura negata. Creatura di sabbia di Tahar Ben Jelloun

La narrazione si muove tra oralità e scrittura, ora affidata a un cantastorie, ora alle pagine del diario di Ahmed, ora ad altri narratori che si alternano pretendendo di essere gli unici detentori del racconto della vera vita del protagonista. La storia, rimescolata e reinventata, passa di bocca in bocca arricchita a volte di poesia e sensibilità a volte di sdegno e scherno.

Lo stile elegante si impreziosisce, proprio come nella scrittura araba, di decori e intarsi che proiettano gentili arabeschi fuori dalla pagina e si allungano poeticamente verso lo sfinimento dei sensi. La parola è corroborante, l’aggettivo generoso, enfatico, ridondante.

In questa mia resa incondizionata alla parola poetica, sento riecheggiare il mito platonico dell’androgino, archetipo di una coincidentia oppositorum, che mi parla di trasformazione, evoluzione, completezza e veggenza. E Ahmed è il figlio della Luna che partecipa alla natura sia dell’uomo che della donna in una interazione alchemica quasi divina: “Diceva di avere il naso di un cieco, l’udito di un morto ancora tiepido e la vista di un profeta“.

Ahmed reciterà la parte scritta per lui/lei fino a quando la natura vorrà riprendere il sopravvento sulla convenzione sociale. Ma l’indole oramai devastata dal dolore, dalla follia e da un’erronea percezione di sé, trascina rovinosamente questo figlio del deserto sino a farne il fenomeno da baraccone di un circo. Il viaggio di ritorno verso la sua natura sarà un viaggio verso la follia: “Non si ritorna mai così lontano come da se stessi“.

E queste pagine mi parlano, ancora, di sabbia, quella fine che scivola fra le dita quando vogliamo tenerla stretta in un pugno. La sabbia è simbolo di trasformazione: muta, si disgrega, vola col vento, cambia forma costretta dagli agenti atmosferici, si compone e si scompone, sparisce e riappare aggregata, ma sempre diversa e trasformata come Mohamed Ahmed, la creatura di sabbia che nel viaggio, da e verso se stesso, ha trovato la morte, ultima e definitiva trasformazione.

Consiglio e consegno questo romanzo a un lettore “di confine”, in bilico, che si senta sabbia, pronto a modellarsi sotto lo scirocco caldo d’Africa.

Jessica Carrieri

Pagina successiva »

SEO Powered by Platinum SEO from Techblissonline