La storia antica del conflitto israelo-palestinese
maggio 11, 2009
Con questo post prende il via la collaborazione di Sveva Flaminia Mazzini con Artoong. L’argomento che viene affrontato, in diversi post, è quello della storia antica alla base del conflitto Arabo-Palestinese.
La storia del conflitto israelo-palestinese è una storia di sangue, rabbia e vittime innocenti, ma soprattutto è una storia di rivendicazione territoriale. Una sola terra, due popoli, ciascuno dei quali rivendica come proprio quel piccolo territorio compreso tra Giordano e Mediterraneo da una parte, Egitto e Libano dall’altra. Entrambi, Israeliani e Palestinesi, arabi ed ebrei, reclamano il proprio diritto ad abitarla in quanto popolazione autoctona, installatasi là ben prima dell’avvento degli “altri”, quegli altri che, a seconda dell’ottica adottata, sono di volta in volta crudeli colonizzatori o spietati terroristi. I post che verranno qui pubblicati non hanno, né intendono avere, la pretesa di sciogliere i dubbi e le domande intorno al conflitto, ma sono piuttosto intesi come un contributo di carattere storico per andare alle origini della guerra, origini così lontane nel tempo che se n’è quasi persa traccia. Dato che ciascuno dei due gruppi di abitanti avoca a sé il diritto concessogli dalla Storia a rivendicare l’occupazione di quelle terre, volgiamoci allora alla Storia e guardiamo cosa essa ha da dirci.
Archeologicamente si conosce molto poco della terra di Canaan (così chiamata anche dall’Antico Testamento, ad es. Gen. 12,7; Lev. 20,24; passim) nelle prime fasi della storia. Si sa che nel III millennio a.C. era un territorio ad insediamento misto, vi convivevano cioè installazioni urbane e gruppi che praticavano un semi-nomadismo di tipo agro-pastorale, e che era disseminata di piccoli regni a dimensione cantonale. Alla metà del II millennio a.C. risalgono invece le prime attestazioni delle popolazioni di cui ancora oggi si parla: Filistei ed Ebrei.
I Filistei sono costituiti da gruppi di popoli venuti dall’esterno, probabilmente dall’area della penisola balcanica, in almeno due ondate migratorie successive: una intorno al 1.500 a.C. (testimoniata da ritrovamenti della ceramica e dei caratteristici sarcofagi fittili antropomorfi) da cui gli Egiziani trassero mercenari durante la loro occupazione militare della zona; e una seconda, ben più consistente, verso il 1.200 a.C., quando tutto il Vicino Oriente antico fu percorso dall’onda migratoria dei cosiddetti “Popoli del Mare”, di cui anche i Filistei facevano parte. Il loro ruolo non è da sottovalutare: da essi infatti prese il nome la regione, che si chiamò appunto Palestina (FLŠT -> PLŠT, con scambio f/p frequente nei testi coevi). E con questo nome la conosceva anche Erodoto: “[...] il territorio appartiene ai Siri detti Palestini” (III, 5); “[...] la Siria detta Palestina” (III, 91). Anche gli Ebrei, dal canto loro, sono attestati più o meno nello stesso periodo e con le stesse modalità dei Filistei, ossia come gruppi di popolazioni nomadiche provenienti dalle aree urbanizzate del Vicino Oriente. Il loro nome deriva con ogni probabilità dalla parola ~abiru, termine che indicava gruppi di debitori insolventi e per ciò asserviti che tentarono di trovare rifugio nelle aree meno insediate e popolate della regione.
Intorno al 1500 a.C., la Palestina, divisa in piccoli regni e incapace di dare una risposta unitaria, cadde sotto la dominazione faraonica, che durerà fino all’inizio del XII secolo a.C. Al crollo del dominio egiziano si insediarono a sud i Filistei, occupando l’area lungo la costa e fino al medio Giordano, e gruppi nomadici, primi fra tutti gli ~abiru/Ebrei, in Cisgiordania e Transgiordania. Entrambe le popolazioni crearono stati e regni autonomi che prosperarono sino all’arrivo degli Assiri dalla Mespotamia nell’VIII-VII secolo a.C., arrivo che segnò l’inizio di una nuova decadenza e una conseguente nuova colonizzazione della Palestina. Agli Assiri succedettero i Babilonesi ed è proprio la conquista babilonese l’evento storico più significativo perché determinante per l’intera area. I Babilonesi, al contrario degli Assiri, la cui politica era di governare le terre conquistate con una sorta di protettorato, senza esautorare del tutto la classe politica locale, creeranno un vuoto demografico e politico con la deportazione in massa degli abitanti. Questo vuoto verrà colmato a est del Giordano da popolazioni di lingua araba e da gruppi parlanti aramaico (la lingua di Gesù) nel nord del territorio. I deportati palestinesi a Babilonia, in particolare i Giudei, membri delle élite palatine e templari, tentarono di conservare la purezza della loro lingua, dei loro usi e della loro religione, considerando se stessi come gli unici superstiti del disastro e guardando alla Palestina in generale e a Gerusalemme in particolare (distrutta insieme al primo Tempio da Nabucodonosor II nel 586 a.C.) come all’anelata patria cui far ritorno per poter di nuovo essere un popolo libero.
E’ qui a Babilonia, durante i lunghi anni dell’esilio, che nacque il motivo fondante della storia israelitica, il “ritorno alla terra“. E’ qui, sotto il giogo babilonese, che si fondò il mito della presenza in Canaan dei patriarchi (Abramo, Isacco, Giacobbe), i quali ricevono direttamente da Yahwè la promessa di diventare moltitudini e occupare tutto il territorio. E’ qui, asserviti a un popolo a loro estraneo ma ricco di tre millenni ininterrotti di storia, che nacque il mito di Abramo originario di una delle città più antiche del mondo, Ur, per dotarsi anch’essi di un’origine millenaria. E’ qui, a Babilonia, che gli esuli della Palestina divennero davvero un popolo, con una terra da rivendicare e a cui far ritorno. E tornarono, gli esuli di Babilonia. Tornarono e ricostruirono il loro Tempio e portarono con loro le storie dell’esilio, non solo le proprie ma anche le storie della tradizione mesopotamica come quella del Diluvio universale, e si ricostituirono in stato unitario. Fino all’arrivo delle legioni di Roma nel I secolo a.C.
Quando, nel 70 d.C., dopo quasi due secoli di occupazione militare, Tito e il suo esercito distrussero il secondo Tempio, iniziò la vera Diaspora degli Ebrei, che porterà con sé la trasformazione del tempo del mito – quello di Abramo nato a Ur per rivendicare un’origine cittadina e non nomadica, quello di Mosè che guida il popolo verso la “Terra Promessa” per rivendicare il diritto al ritorno, quello del patto con Yahwè per rivendicare il possesso di quella terra – in tempo della Storia.
Ma in questo conflitto la ricerca di una soluzione nella Storia è destinata a rimanere infruttuosa. Infatti, così come gli Ebrei erano estranei alla regione perché discendenti da popolazioni nomadiche e attestati per la prima volta solo nel Tardo Bronzo (1500-1200 a.C. circa), così i Palestinesi non sono imparentati con i Filistei, provenienti comunque dall’area della penisola balcanica e perciò esogeni, e soppiantati, come detto, da popolazioni arabe dopo la conquista babilonese.
Posti questi dati storici e tralasciando fattori religiosi fondanti “mitologicamente” la storia d’Israele, risulta impossibile, su base reale e documentata, stabilire a chi appartenga la Palestina, eppure su questa pretesa di possesso si basa uno dei conflitti più lunghi, sanguinosi e senza soluzione della storia.
Della guerra e della morte. La trilogia della città di K. di Agota Kristof
febbraio 25, 2009
Attenzione, la recensione qui di seguito contiene alcune anticipazioni della trama
C’era una volta la Guerra, c’era una volta la Morte: è una favola antica ma dannatamente attuale.
Permeata da un’atmosfera kafkiana, La trilogia della città di K. di Agota Kristof, è una storia nera e maledetta, di quelle che graffiano fin sotto l’epidermide, che scavano un tunnel nello stomaco del lettore e si aggrappano alle paure nascoste ferendo il senso del pudore e toccando il lato più oscuro delle verità.
Due bambini, due fratelli gemelli, Lucas e Claus nel mezzo di una grande guerra, probabilmente la seconda, in un non specificato paese dell’Est. La scrittrice non ci dice quale sia il paese in questione, quale la città, o di quale guerra stia raccontando, eppure l’orrore agghiacciante della guerra cala come una pesante cortina fra il lettore e la pagina scritta a dimostrazione che, di qualsiasi guerra si tratti e di qualsiasi paese, il dolore, la violenza, la morte che le guerre portano con sé destano il medesimo ribrezzo.
Abbandonati dalla mamma a casa della nonna materna, i due fratellini, iniziano una nuova vita che determinerà per sempre la fine dell’ infanzia e dell’innocenza. Gli affetti familiari perdono da subito i connotati rassicuranti: la nonna è una strega, sporca e crudele, non prova amore per la figlia, maltratta i nipoti, li sfrutta, li fa lavorare, li insulta e li abbandona a loro stessi. Ho l’impressione di trovarmi di fronte ad una delle fiabe dei fratelli Grimm con quelle note ambientazioni tetre e descrizioni lapidarie che ti fanno sentire il freddo della pietra nuda e vedere solo il grigio e il nero delle cose perché i colori sono stati inghiottiti dal dolore; e proprio come nelle loro fiabe avverti come uno schiaffo la crudeltà umana e la mancanza di speranza perchè i fatti di sangue, efferati ed esecrabili, sono prosaicamente scritti senza edulcorazioni e con quello stile semplice e coinciso comprensibile anche dai bambini.
Due gli elementi dai connotati fortemente interessanti dal punto di vista narrativo: la costruzione dei personaggi (due fratelli gemelli) e un manoscritto, ossia il diario sul quale i bambini annotano giorno per giorno la loro vita. Il romanzo è suddiviso in tre parti distinte ma che si diluiscono una nell’altra così come lo stile e i piani narrativi che si sdoppiano e si raddensano all’improvviso.
L’inseguimento del manoscritto-diario pone narrazione su un duplice livello: la voce narrante si accavalla e si confonde con il manoscritto facendo prevale in alcuni momenti ora l’una ora l’altra. E in questa alternanza si spalleggiano diversi registri narrativi: diario, lettera, confessione, flusso di coscienza.
La prima parte “Il grande quaderno” è un pugno nello stomaco, un dolore acuto, il cui ricordo ti accompagna per molto tempo; potrebbe sostenere da sola l’intero romanzo tanto è rivelatrice ed esaustiva. Sono le pagine del diario di Lucas e Claus raccolte non per data, come in un classico diario, ma per tema. Due paginette scandiscono un’esperienza, un episodio; ogni episodio è un nodo alla gola, un gradino nella scala di una difficile educazione alla vita che mostra sempre e costantemente il rovescio della medaglia: la morte. Il quaderno crea un legame indissolubile fra i due fratelli che si completano l’un l’altro, che vivono uno per l’altro; parola dopo parola i due fratelli definiscono la loro esistenza istruendosi, lavorando, autodeterminandosi con le proprie forze in un mondo violento che non conoscono ma di cui sono parte. Sono due bambini speciali, a tratti “magici” che riescono a fare di sofferenza e stenti una virtù, perché l’imperativo categorico è sopravvivere alla guerra, alla nonna, alla povertà, alla fame.
Il lettore avverte una vertigine mentre legge le pagine del diario sugli esercizi di sopravvivenza che Luca e Claus si impongono di fare per resistere e continuare a vivere: esercizio di irrobustimento del corpo, esercizio di irrobustimento dello spirito, esercizio di accattonaggio, esercizio di sordità e cecità, esercizio di digiuno, esercizio di crudeltà.
La vita scorre tra le sirene del coprifuoco, l’allarme dei bombardamenti, le violenze sessuali, gli omicidi, le malattie e la morte che ha un volto talmente familiare da non fare più paura. Il sesso è sporco, è una ferita, è una devianza morbosa, è violenza, è atto di sopraffazione, è un gesto anch’esso bellicizzato. I bambini si sottopongono ad una crescente desensibilizzazione nei confronti dell’umanità; Lucas e Claus hanno una ratio lucida e aprioristica che è al disopra del bene e del male e di ogni morale: bisogna fare ciò che è necessario per sopravvivere e anche la crudeltà autoimposta è indispensabile per raggiungere tale scopo. L’autrice, come i suoi piccoli protagonisti, non indulge alla pietas: le pagine sono brevi istantanee narrative che illuminano per un momento il fatto cruento spegnendosi subito dopo. La scrittrice non si sofferma sulle ferite; il fattaccio violento è ritratto in due parole, come un fendente che in un attimo attraversa il corpo. Lo stile è scarno e soffocato, le parole non hanno alcuna valenza suggestiva, servono solo a registrare un avvenimento; a tratti però ritroviamo un copioso utilizzo degli aggettivi che, con una pioggia di virgole, colano sulla pagina come zampilli di sangue.
Questa prima e superlativa parte termina con la divisione dei due fratelli gemelli.
Nella seconda parte “La prova“ il lettore rimane accanto ad uno dei due fratelli, Lucas, sopravvissuto alla separazione con Claus che ha varcato la frontiera alla ricerca di una nuova vita lontano dalla guerra; questa seconda parte si caratterizza per la ricerca di una ricostruzione, di una normalizzazione necessaria per ricominciare; sono dinanzi a noi le macerie che la fine del conflitto porta con sé: gli uomini scomparsi, imprigionati, giustiziati, la povertà assoluta, la fame e le malattie che si propagano ma anche l’istinto vitale di rimettere insieme i pezzi, la ricerca dell’amore, il desiderio di una famiglia, di una casa e di una stabilità. Ma è tutto sbagliato: si cercano gli affetti ma si allacciano rapporti umani dettati dalla disperazione, dalla pietà, e da un senso di rabbia e sadismo. Lucas finirà col crescere e adottare un bambino menomato che alla fine si suiciderà rendendo vani i suoi tentativi di dare un senso alla propria vita e portandolo sull’orlo della follia.
Nella III parte “La grande menzogna” assistiamo in un certo qual modo al ricongiungimento dei gemelli, ma questo ritrovamento innesta un rimescolamento delle carte. Ricompare la forma diaristica miscelata ad un delirio in forma di scrittura. Il manoscritto-diario si confonde con la voce narrante, uno stesso episodio viene raccontato da più punti di vista e da diversi personaggi destabilizzando il lettore che perde le certezze di quanto assunto fino a quel momento. Un onirismo accentuato si confonde con la verità e ribalta i punti di vista in un’alternanza tra il vero e il falso che rovescia il gioco narrativo; il lettore si sente tradito e, lasciato da solo, non può fare altro che abbandonarsi al fluire delle nuove infiorescenze narrative senza cercare di rimettere in piedi la storia. Il ritrovamento e il riconoscimento dei due fratelli, in una realtà completamente stravolta dalla guerra, determina la tragica fine dei sentimenti; non vi è senza speranza ma solo disperazione e una lucida follia che culmina con il suicidio di Lucas e la probabile emulazione da parte di suo fratello Claus.
Il diario riporta solo menzogne? Lucas e Cluas sono realmente esistiti? Sono due fratelli? Sono la stessa persona? Questi gli interrogativi alla fine del romanzo. Se Lucas e Cluas fossero la stessa persona, ci troveremmo di fronte ad una lucida schizofrenia, ad una doppia personalità, una malattia mentale determinata e alimentata dalle conseguenze delle nefandezze della guerra.
Se la scrittrice ci avesse realmente parlato di due gemelli, la tragica fine sarebbe una nitida ed inevitabile conseguenza delle devianze e delle ferite mortali inferte allo spirito e al corpo dei due fratelli che pur amandosi non sono riusciti a ricostruire e a tutelare la propria sanità psicofisica dopo la guerra.
Lucas e Claus sono un’anima e due corpi che si confondono a partire dal nome, l’uno l’anagramma dell’altro; sono lo specchio di un doppio narrativo molto spesso presente nella narrativa del Novecento. Provando ad applicare un’analisi psicanalitica alla letteratura, si può appena accennare al fatto di come la figura del doppio sia legata spesso alla paura della morte; il doppio rappresenta la raffigurazione della scissione psicologica che dà luogo ad un altro io, il quale a sua volta corrisponde ad una proiezione del conflitto interiore e può scatenarsi da un senso di colpa. Il senso di colpa può avere diverse origini e Freud lo ha dimostrato: può essere dovuto alla distanza tra l’io ideale e quello reale, oppure può nutrirsi di un’intensa paura di morte e dare luogo a forti impulsi autopunitivi che possono portare anche al suicidio. Il romanzo di Agota Kristof autorizza e suggerisce molteplici interpretazioni proprio perchè il teatro sul quale muovono i personaggi è quello della decadenza morale degli uomini nell’assurdità e nell’atrocità della guerra. E può succedere in un mondo al contrario, nell’assurdo del conflitto bellico e dell’odio da cui è generato e che a sua volta alimenta, che siano proprio i bambini, le prime vittime della guerra, a diventare quasi degli automi perfetti in grado di essere bastevoli a se stessi e portare avanti una famiglia.
Un grido di dolore, potrebbe essere questo il sottotitolo del romanzo, un dolore come quello che probabilmente ha provato la stesa scrittrice, ungherese di nascita, costretta a rifugiarsi in Svizzera durante l’invasione sovietica.
Vorrei lasciarvi con le parole del romanzo che rappresentano un secco j’accuse femminista alla società degli uomini, maschilista e guerrafondaia, che utilizza la guerra come strumento di sopraffazione:
- Tu chiudi il becco! Le donne non sanno niente della guerra.
La donna dice:
- Non sanno niente? Coglione! Abbiamo tutto il lavoro, tutte le preoccupazioni: i bambini da sfamare, i feriti da curare. Voi, una volta finita la guerra siete tutti degli eroi. Morti: eroi. Sopravvissuti: eroi. Mutilati: eroi. E’ per questo che avete inventato la guerra, voi uomini. E’ la vostra guerra. L’avete voluta voi, fatela allora, eroi dei miei stivali!
Scrivere è vivere ma leggere a volte è un po’ come morire dentro.
Jessica Carrieri






