Siddharta, Gesù e le religioni che li hanno dimenticati (parte II)
aprile 12, 2009
RITIRO SPIRITUALE
Tanto Siddhartha, quanto Gesù (quasi si fossero messi d’accordo), prima di iniziare la fase pubblica della loro vita, trascorsero un periodo di isolamento, meditazione e privazioni. Ambedue, si racconta, furono tentati dallo spirito del male. Il primo, è ben noto, cercò per anni la chiave dell’illuminazione facendosi seguace di famosi maestri e poi, lasciati i maestri, mortificando la carne fino al limite estremo. Infine, quando ebbe imboccata la strada giusta, fu ripetutamente minacciato e tentato da Mara, dio del male. Ma ovviamente alla fine, come accade nei film, vinse il bene: Mara si ritirò con la coda fra le gambe (i cattivi hanno sempre la coda!) e il buon Sakyamuni raggiunse l’illuminazione, rendendosi in questo modo finalmente pronto per presentarsi al mondo.
Gesù era probabilmente un ragazzo più dotato del collega e non ebbe bisogno di cercare per anni e anni la strada giusta: gli bastò trascorrere quaranta giorni e quaranta notti nel deserto, da solo e senza mangiare, né bere (altro che sciopero della fame, Pannella avrebbe molto da imparare) e il gioco fu fatto.
Satana in effetti capì subito che quel giovanotto inappetente costituiva una seria minaccia e si diede da fare per tentarlo con tutti i mezzi e i trucchetti disponibili. Ma evidentemente Gesù ne sapeva una più del diavolo e se la cavò con disinvoltura. Anche lui, a quel punto, era pronto per entrare in scena. Per inciso, viene spontaneo chiedersi come abbiano fatto gli evangelisti a conoscere i dettagli del ritiro di Gesù nel deserto. Di fatto, all’epoca dei fatti il gruppo degli apostoli non esisteva ancora e Gesù era da tutti i punti di vista un privato cittadino, inoltre nel deserto era (si dice) rigorosamente solo. Il suo lungo digiuno dunque non ebbe testimoni. O fu lui stesso a raccontare la vicenda (ma essendo parte in causa avrebbe potuto anche “aggiustarla”) oppure qualcuno se la inventò poi di sana pianta. In ambedue i casi, è evidente, si tratterebbe di notizie storicamente poco affidabili.
Sia Siddhartha che Gesù lasciarono il loro contesto sociale e familiare, spezzarono i legami e si dedicarono a raccontare al mondo le loro verità. In entrambi i casi, sia pure in modi diversi, abbiamo indizi di un distacco piuttosto problematico. Nel caso del Risvegliato la leggenda ci racconta di un drammatico confronto con il padre, con il suo auriga e poi con messaggeri inviati a dissuaderlo. Gemiti, strepiti, lacerazione di vesti e capelli strappati in mezzo a fontanelle di lagrime a profusione. Certamente in tutto ciò c’è molto di mito, ma al di là dell’aneddotica, la scelta del distacco, per quanto in sintonia con le usanze del tempo, fu drastica. E il fatto che ci sia stata tramandata come tale non è senza significato.
Il caso di Gesù non ci è noto con abbondanza di particolari, tuttavia diversi passi evangelici ci forniscono indizi che sono abbastanza interpretabili. Il primo è costituito dal già ricordato episodio in cui il futuro Messia, si mise a polemizzare nel tempio e, rintracciato infine dai genitori, li rimbeccò con tono piuttosto acido: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49). Poi abbiamo altri passi in cui vengono sottolineati l’insofferenza nei confronti della famiglia (e particolarmente della madre, come nel caso celeberrimo delle nozze di Canaan) o i cattivi rapporti con essa e addirittura con i suoi compaesani (Lc 4, 21-30 e Mc 6, 1-6). In Mc 3, 31-35, di nuovo, abbiamo parole assai dure nei confronti della famiglia che la Chiesa si affanna da secoli a cercar di spiegare in modo accettabile (31Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. 32Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». 33Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». 34Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 35Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre»). E gli esempi potrebbero moltiplicarsi.
Giorgio Penco
IL POTERE DI RIMETTERE I PECCATI
giugno 14, 2008
di Giorgio Penco
Una delle merci più preziose di cui la Chiesa Cattolica dispone è sempre stata, senza dubbio, la facoltà di estinguere gli effetti delle nostre colpe o meglio, come si dice in gergo evangelico, di rimettere i peccati.
Come ben si sa gli umani sono peccatori molto-assai incalliti e producono incessantemente grandi quantità di colpe e colpicciole. Le colpe che noi bipedi produciamo sono un po’ come l’immondizia: costituiscono il sottoprodotto sgradevole della nostra vita quotidiana, del nostro desiderare, temere, ambire, invidiare, ecc.. I rifiuti e l’immondizia che generiamo incessantemente debbono, lo sappiamo bene, essere smaltiti ed eliminati onde evitare il rischio che se ne accumulino quantità tali da compromettere la qualità del nostro ambiente, trasformandolo in un inferno di sporcizia, cattivi odori e malattie.
Allo stesso modo anche i peccati debbono, in un certo senso, essere smaltiti se vogliamo evitare il rischio che si accumulino in quantità esagerate e che, quando poi ci ritroviamo all’altro mondo a chiedere il permesso di soggiorno in Paradiso, finiscano per puzzare così tanto da indurre gli addetti a rifiutarci il visto d’ingresso, trasformando così la nostra vita ultraterrena in un “inferno”.
E’ proprio per smaltire i residui immondi della propria vita, ossia i peccati, che gli uomini (ben consci di non essere proprio del tutto immacolati) hanno sempre desiderato potersi accaparrare grandi quantità di buoni-smaltimento. E proprio come l’esistenza dei rifiuti fisici ha dato vita a un business dello smaltimento (così allettante da aver attirato l’attenzione persino della malavita), anche l’esistenza dei rifiuti morali ha generato lo spazio per un analogo business della remissione che non ha mancato di attirare l’attenzione di taluni soggetti. Onestamente si deve riconoscere che se la Chiesa Cattolica è uno di tali soggetti, certamente non è l’unico.
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La remissione dei peccati un tempo veniva venduta sostanzialmente a peso, come il salame, ma negli ultimi decenni i meccanismi commerciali si sono raffinati e la Chiesa ha studiato nuove forme di marketing che nulla hanno da invidiare a quelle applicate dalle aziende più smaliziate.
In linea di massima i prodotti che la Chiesa propone al cliente sono rimasti gli stessi di mille anni fa, ma ne sono cambiati l’importanza relativa e il packaging. La remissione dei peccati non è più il fulcro dell’offerta o almeno non lo è in modo diretto ed esplicito, bensì in forma indiretta. Non si va più dal prete a comprare il perdono per dieci masturbazioni, quello lo si ottiene oramai sostanzialmente gratis. Però per averlo occorre entrare nei centri commerciali che lo erogano e stabilire dei contatti con gli agenti di vendita i quali troveranno prima o poi il modo per proporci, per esempio, di lasciare un offerta per i poveri o per il convento di Padre Pio o per la costruzione di scuole in qualche paese remoto del diciottesimo mondo o ….
La situazione non è molto differente da quanto avviene in molti altri settori. Per esempio qualche anno fa, per connettersi a Internet, si pagava a caro prezzo la connessione in sé. Ora quest’ultima è diventata gratuita o quasi, ma essa costituisce comunque il tramite mediante il quale si viene in contatto con una serie di altre merci che, invece, sono a pagamento. Insomma il perdono dei peccati, come la connessione a Internet, è in qualche modo uno specchietto per le allodole destinato ad attirare clienti che poi compreranno altre merci.
Non voglio soffermarmi oltre su questi meccanismi commerciali, dato che altri sono di gran lunga più competenti di me nel settore; la mia analisi è sin troppo semplificata, anche perchè essa non costituisce il punto centrale di queste mie riflessioni, e non pretende assolutamente di essere perfetta e completa. Molto altro si potrebbe dire (e qualcun altro ogni tanto lo fa, per esempio nel libro Gesù lava più bianco, di Bruno Ballardini, edito da Minimum Fax)
Tuttavia vorrei a questo punto, rinunciando ad approfondire gli aspetti commerciali e dimenticando questioni come il packaging, la rete di vendita e il prezzo della remissione dei peccati, introdurre una riflessione sul valore intrinseco della merce che ci viene fornita. Quanto vale, in soldoni, il poter ottenere la cancellazione per dieci masturbazioni, per un furto o per un pensiero impuro? Cosa riceviamo concretamente quando ci si dice che ci vengono rimessi i peccati?
A prima vista indubbiamente la remissione, specie se di un peccato grave, sembra essere una bella cosa. Difficile valutarla in modo preciso, ma francamente la prospettiva di fare 5 anni di più in Purgatorio o quella di finire addirittura all’Inferno costituiscono un buon incentivo per cercare di chiedere il condono. Almeno per chi crede all’esistenza di Paradiso, Inferno e Purgatorio. Tuttavia esiste un problema non piccolo.
L’idea che la Chiesa possa rimettere i peccati, è fondata sostanzialmente sul contenuto di un misero passo evangelico e sulle affermazioni (presumibilmente non disinteressate) della Chiesa stessa; tale idea purtroppo contiene in sé il germe di una grave incongruenza. Un’incongruenza tale da gettare un’ombra decisiva sulla possibilità di credere.
Cominciamo a dire che il passo evangelico su cui si fonda la delega divina alla gestione dei peccati è il seguente: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,22-23). Questo passo non lascia adito ad alcun dubbio sul suo significato e non dà spazio ad eccezioni. Tuttavia, naturalmente, ciò che vi si afferma potrebbe essere vero o non esserlo.
Ovviamente se il contenuto del passo evangelico di Giovanni fosse falso, ciò potrebbe essere dovuto a diversi motivi: per esempio Gesù potrebbe essere stato solo un esaltato e i suoi fedeli potrebbero essere rimasti vittime di proprie fallaci illusioni. Oppure qualcuno potrebbe avere, nel corso del tempo modificato il vangelo di Giovanni introducendovi elementi spuri. O la delega a rimettere i peccati potrebbe essere stata limitata agli apostoli. Insomma, le spiegazioni potrebbero essere varie. A noi, in questo contesto, lo specifico motivo dell’ipotetica falsità non interessa. Ci interessa invece riflettere su cosa comportano, di fatto, l’eventuale falsità o la veridicità della delega divina.
Evidentemente, se per qualsiasi motivo quella delega alla gestione del business dei peccati non fosse credibile, nessun altro elemento significativo consentirebbe più di attribuire alla Chiesa un tale potere. Da ciò discenderebbero poi ulteriori importanti conseguenze, ma in questo contesto mi limiterò a riflettere sull’aspetto centrale: la remissione dei peccati nuda e cruda.
Occorre dunque interrogarsi sulla credibilità della delega divina. Poichè il passo evangelico chiaramente non ammette eccezioni, se esso dice il vero se ne deduce che Dio ha rinunciato alla prerogativa di valutare i peccati degli uomini: infatti se così non fosse e l’ultima parola spettasse comunque a Dio, se vi fosse la possibilità di un suo intervento, in caso di necessità, volto correggere e modificare le decisioni della Chiesa, allora le parole del vangelo giovanneo sarebbero false. Si determinerebbero cioè situazioni per cui, avendo la Chiesa assolto, il peccatore viene comunque condannato. O viceversa.
Ci sono solo due possibilità: o il vangelo dice il falso (e in una questione davvero decisiva) oppure Dio ha del tutto rinunciato alla possibilità di punire e assolvere. Supponiamo ora che questa seconda ipotesi sia quella corretta. In tal caso è possibile porsi alcune domande. Per esempio, cosa ne è stato di tutte quelle anime che la Chiesa ha assolto o condannato in base a criteri che essa stessa ha ormai abbandonato? Cosa ne è di tutte le anime di donne accusate di stregoneria e per questo motivo condannate alle fiamme dell’Inferno? Cosa ne è di tutti i potenti che nel medioevo accumulavano allegramente peccati su peccati per poi acquistare a suon di denaro e di favori, indulgenze e perdoni? Cosa ne è delle anime dei prelati stessi, dei vescovi, dei cardinali e persino dei Papi che pur avendo commesso quelli che oggi considereremmo gravi e indubbi peccati, finivano per essere assolti da altri prelati compiacenti in quanto inseriti in un sistema di potere che ovviamente giustificava e assolveva se stesso?
Di esempi potrebbero citarsene molti, ma, senza attardarsi in lunghi elenchi, dirò che una cosa mi pare evidente. La Chiesa ha commesso veramente non pochi e non piccoli errori nel corso della sua storia. In parte questi errori sono oggi riconosciuti apertamente (sebbene con la dovuta discrezione e sempre a voce bassa) e hanno portato a un ripensamento assai ampio della dottrina e del modo di giudicare e valutare. E’ praticamente certo che nel corso dei secoli un gran numero di anime siano state assolte o condannate secondo criteri ingiusti e, altre volte, secondo criteri che sono mutati e quindi non sono stati applicati per tutti nello stesso modo.
Si tratta chiaramente di una considerazione abbastanza banale: chi non è al corrente delle pratiche inumane dell’Inquisizione che portarono numerose persone non solo a essere giustiziate, ma a essere contemporaneamente condannate alla dannazione?
Forse un po’ meno ovvia è l’enunciazione delle conseguenze dirette delle considerazioni precedenti. Si hanno, di fatto, due sole possibilità: o Dio accetta gli errori della Chiesa senza intromettersi oppure tiene gli occhi aperti e interviene per modificare le decisioni dei suoi rappresentanti in Terra.
E’ mai possibile che un Dio perfetto, onnisciente, buono, ecc. abbia permesso l’applicazione di una giustizia soggetta a cambiare con i gusti e le opinioni degli uomini? E’ possibile che egli abbia lasciato certi giusti soffrire all’Inferno solo perchè i prelati di turno avevano sbagliato nel valutarne i peccati? E’ mai possibile che un malvagio sia finito in Paradiso solo perchè egli aveva comprato l’assoluzione?
Ognuno può fornire per queste domande la risposta che più gli pare giusta: una controprova non c’è e non l’avremo mai. Ma le nostre risposte hanno un’importanza decisiva ai fini della nostra fede: chi reputa che ciò sia possibile saprà bene che, per andare in Paradiso, gli basterà trovare un prete compiacente che lo assolva per inganno oppure in cambio di favori, denaro o altro. Chi reputa che ciò non sia possibile saprà invece che scegliere il Bene e il Male in funzione dei criteri dettati dalla Chiesa è una cosa che non ha senso: tanto poi non è lei che decide chi verrà punito e chi assolto. Come forse accadde quando la Chiesa stessa condannò la streghe.
In entrambe i casi c’è materiale su cui riflettere.
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