Premio nazionale letterario fotografico “Roma nel tempo”

ottobre 31, 2009

Il concorso, dedicato e ispirato alla città di Roma, luogo simbolo di storia, arte e cultura, ci ha visto partecipare con entusiasmo, ispirati per motivi affettivi da una città che viviamo ogni giorno. Abbiamo voluto contribuire, a nostro modo, attraverso le immagini e la scrittura a raccontare il fascino di Roma che scorre, fatalmente immutabile, sui binari del tempo.

Lo scatto di Paolo Piccolo è risultato vincitore del Primo Premio della sezione Fotografia della prima edizione del Premio Nazionale letterario fotografico “Roma nel Tempo” 2009.

piazza popolo1 Premio nazionale letterario fotografico Roma nel tempo

In questa fotografia l’elemento antropomorfo si diluisce in quello strutturale effondendo due contrastanti sentimenti dello scorrere del tempo: la transitorietà dell’uomo contemporaneo con la sua vita frenetica, volatile, frugale e l’immanenza granitica della storia che, attraverso la solennità delle vestigia romane, proietta ininterrottamente evanescenze di un tempo remoto, un tempo di altri uomini transitori eppure congelati per sempre nel pigmento di un flusso temporale.
La fotografia è la metafora della vita: in questo scatto l’uomo è un “passaggio” in dissolvenza sullo sfondo della stratificazione del tempo.

A “La repubblica dei gatti”, racconto di Jessica Carrieri, la Giuria ha assegnato il Premio Speciale per la sezione Narrativa della prima edizione del Premio Nazionale letterario fotografico “Roma nel Tempo”2009.

Il mio racconto vuole essere un piccolo tributo alle visionarie emozioni che Roma mi ha regalato quando mi sono traferita in questa città, oramai sedici anni fa, da un paese contadino del Sud Italia. Incanto e rapimento e nuovi occhi per guardare.

LA REPUBBLICA DEI GATTI

Il cielo di Roma in una notte densa di molti anni fa.

<<Pronto, ciao Flavio che fai?>>

<<Guardo la televisione, mi annoio>>.

<<Ci vediamo? Non ho sonno>>.

<< Va bene, ma cosa facciamo?>>

<<Non so davvero, vediamoci fra mezz’ora poi decidiamo>>.

Era sera inoltrata, un lunedì uggioso, gli esami lontani, la televisione, un cielo novembrino senza nuvole, le strade vuote per il lungo ponte di Ognissanti.

Un colpo di clacson. Eccolo. La borsa, le chiavi.

Flavio era un buon amico, un quasi architetto con velleità artistiche e lo sguardo sempre curioso. Gli volevo bene, in sua compagnia mi sentivo speciale, diversa, sempre emozionata e pronta a guardare il mondo attraverso i suoi occhi.

<<Che aria fresca stasera e che pace, allora che facciamo Fla’?>>

Sui sedili posteriori la sua macchina fotografica.

<< Inseguiamo i gatti questa sera>>.

<<Di che gatti parli?>> Il mio sguardo doveva essere tra l’attonito e il divertito.

Sorrisi ma non indagai oltre, mi sembrava più stralunato del solito.

La macchina scivolava nella notte a velocità moderata per non turbare la percezione di quella desolazione. Guidammo per venti minuti ascoltando le note di una stazione radio che trasmetteva underground notte e giorno.

Parcheggiammo senza difficoltà, a mezzanotte piazza Venezia era solo per noi. Flavio indossò la macchina fotografica e insieme ci dirigemmo verso le scale del Campidoglio.

Salimmo senza scambiarci una parola ascoltando l’eco dei nostri tacchi per le scale, avevamo quasi lo stesso passo. L’immensa ragnatela, la statua di Marco Aurelio.

Il profumo della quiete notturna ci riempiva; il nostro affanno dopo la lunga scalinata appariva il giusto tributo a quella immensità immobile e rarefatta.

Un piede dopo l’altro giungemmo dinanzi a quel bivio che si presenta al viandante chiedendogli di scegliere fra i due declivi che dolcemente discendono verso i fori accarezzandone i contorni.

Una tentazione quella di dividerci e lasciarci rotolare come palle nel nero vetusto di quella Roma antica.

Invece rimanemmo immobili con i piedi pesanti e gli occhi che cercavano intorno e in tondo; il vento arrivava sottile e pungente. Come per scrollarmi dal torpore Flavio mi spinse con la spalla:

<<sei silenziosa questa sera>>.

Abbassai lo sguardo, avrei ricordato a lungo quel momento. Mi prese sottobraccio e lentamente mi sospinse. Mi lasciai guidare mentre lo ascoltavo:

<<ti porto a vedere la luna>>.

La luna? Mi sembrava una sera tanto buia e densa che non mi ero accorta ci fosse e infatti non la vedevo. Ero molle. Abdicai a lui la mia volontà e mi lasciai trascinare in quel nero.

<<Arrivati>>, mi disse all’improvviso destandomi da quel torpore fluido.

Spinsi in là lo sguardo, un ultimo passo, e quasi non credetti ai miei occhi: sotto di me un teatro a cielo aperto nascosto sino a quel momento dal Palazzo Senatorio. Mi avvicinai alla balaustra. Una luce bianca e irreale si irradiava in ogni direzione.

Quella sera la luna era una mongolfiera gonfia di vento. Ferma come un immenso faro rischiarava col suo freddo ogni profilo. Sotto di noi il Foro Romano mi appariva come un magazzino di quinte teatrali dismesse e accantonate.

Ero scossa. Aggrappata al passamani non parlavo per l’emozione. Sforzai gli occhi per abituarmi a quella nuova luce e a quelle nuove forme.

Mi sembrava di violare un luogo sacro, di guardare dritto negli occhi qualcosa che non mi era permesso guardare.

Respirai profondamente, mi abbandonai alla balaustra, mi sporsi con il busto in avanti e dilatai gli occhi su quel teatro lunare.

Le colonne del Tempio di Saturno accarezzate da una luna abbondante e flaccida sembravano di carta colorata.

Flavio cominciò a scattare fotografie, poi mi passò la macchina predisposta con un potente zoom che indossai come si fa per inforcare un paio di occhiali: l’architrave, i fregi, i capitelli ionici, le colonne di granito rosastro…

Intravidi qualcosa fra le basi delle colonne. Guardai Flavio che non distoglieva gli occhi dal mio viso. Riguardai nell’obiettivo.

gatto colonia roma 170204 300x152 Premio nazionale letterario fotografico Roma nel tempoUn gatto scuro, immobile seduto sulle zampe posteriori era lì come se stesse scrutando la vallata, testa in su e muso ad annusare l’aria. Non si muoveva, nero, pesante, lucido.

Deglutii, mi spostai con l’obiettivo per guardare la luna, ma dopo qualche secondo ritornai ai piedi del Tempio.

Uno, due, tre, quattro, cinque, forse sei gatti che non avevo visto prima dormivano ai piedi delle colonne. Tra loro il gattone nero sempre seduto diritto sulla schiena come se fosse in trono.

Un po’ stizzita ripassai la macchina fotografica a Flavio che mi chiese: << e allora?>>

<<Allora cosa?>> Feci finta che quel teatrino felino non mi avesse toccato.

<<Chiudi gli occhi>>, mi disse Flavio <<e apri i sensi a questo silenzio e a questo buio>>.

Rimanemmo con le palpebre serrate per qualche minuto. Credetti, dal torpore dei muscoli, di essermi addormentata per qualche secondo. Sentivo l’aria fresca che cristallizzava quelle sensazioni. Aprii gli occhi e come dopo un momento di lunga cecità all’inizio non vidi bene.

Il mio viso era rivolto al podio della Basilica Giulia e ai suoi gradini sottostanti; quell’immenso rettangolo pieno soltanto di qualche semicolonna decapitata sembrava un campo di calcio senza giocatori.

Gatti di RomaNon era così. Dovetti ricredermi. Una colonia infinita di gatti popolava quell’area vuota di storia. Molti erano addormentati sui gradini, altri accovacciati sulle colonne o sui pilastri. Ma la maggior parte passeggiava con passo lento all’interno del perimetro della basilica. Un tappeto felino in movimento.

<<Ti presento i veri cittadini di Roma>>, mi sussurrò Flavio stendendo una mano come si fa per annunciare l’entrata in scena di un artista. Mi stavo perdendo in quei piccoli e lenti movimenti mentre cercavo di dare un senso a quello che vedevo.

Ero spaventata da quella folla felina, spaventata da Flavio che mi aveva portata lì, spaventata da quelle centinaia di iridi fosforescenti e intermittenti che il buio sollecitava e che si diluivano rimandandomi l’immagine di un prato colmo di lucciole.

Guardavo Flavio e fingevo di non sentire i miagolii che piano piano il vento ci riportava amplificati. Lamenti, richiami, conversazioni feline si trasformavano in cantilene. Il brusio animale diventava sempre più familiare man mano che mi abituavo allo stridore di quei suoni. Mi pareva di cogliere parole.. frasi..

Feci un passo indietro e strizzai gli occhi per abbracciare con lo sguardo la massima porzione di quello spazio. Erano infiniti, mobili, urlanti i gatti che vivevano e popolavano il Foro muovendosi al suo interno come in una sagra di paese affollata.

Suggestioni mi dicevo: la notte, la luna, il mio stravagante amico.

Avvertivo la presenza di Flavio che con voce calma mi parlava in un orecchio dello spirito degli antichi romani che si incarnava di notte nei gatti di Roma. Con l’altro orecchio, invece, mi sembrava di udire sferruzzamenti, voci umane, litanie, applausi e grida. Mi vennero in mentre le descrizioni di Plinio il Giovane sugli affollati processi a cui i romani partecipavano in massa.

Era davvero troppo. Un tonfo. Il buio. Silenzio.

Il suono sordo e metallico del telefono fu come uno squarcio improvviso.

<<Pronto>>, sentii la mia voce rispondere bassa e cupa.

<<Sono Flavio, ti aspetto sotto al portone da oltre mezz’ora, cos’hai deciso? Scendi o no?>>

Mi ci volle un lungo attimo per realizzare che mi ero addormentata aspettando Flavio. Balzai in piedi. La borsa. Le chiavi. Uscii sbattendo la porta.

<<Ciao Flavio, scusa, mi sono addormentata>> gli dissi vedendolo appoggiato sul cofano dell’auto a braccia incrociate.

<<Ti perdono, dai sali in macchina>>. Sui sedili posteriori la sua macchina fotografica. Il motore si avviò rumorosamente mentre, come da lontano, sentivo Flavio che mi diceva:

<< Stasera ti porto a vedere la luna>>.

Sprofondai nel sedile e socchiusi gli occhi. Sapevo che saremmo andati a caccia di gatti.

Jessica Carrieri

La storia antica del conflitto israelo-palestinese

maggio 11, 2009

Con questo post prende il via la collaborazione di Sveva Flaminia Mazzini con Artoong. L’argomento che viene affrontato, in diversi post, è quello della storia antica alla base del conflitto Arabo-Palestinese.

La storia del conflitto israelo-palestinese è una storia di sangue, rabbia e vittime innocenti, ma soprattutto è una storia di rivendicazione territoriale. Una sola terra, due popoli, ciascuno dei quali rivendica come proprio quel piccolo territorio compreso tra Giordano e Mediterraneo da una parte, Egitto e Libano dall’altra. Entrambi, Israeliani e Palestinesi, arabi ed ebrei, reclamano il proprio diritto ad abitarla in quanto popolazione autoctona, installatasi là ben prima dell’avvento degli “altri”, quegli altri che, a seconda dell’ottica adottata, sono di volta in volta crudeli colonizzatori o spietati terroristi. I post che verranno qui pubblicati non hanno, né intendono avere, la pretesa di sciogliere i dubbi e le domande intorno al conflitto, ma sono piuttosto intesi come un contributo di carattere storico per andare alle origini della guerra, origini così lontane nel tempo che se n’è quasi persa traccia. Dato che ciascuno dei due gruppi di abitanti avoca a sé il diritto concessogli dalla Storia a rivendicare l’occupazione di quelle terre, volgiamoci allora alla Storia e guardiamo cosa essa ha da dirci.

Archeologicamente si conosce molto poco della terra di Canaan (così chiamata anche dall’Antico Testamento, ad es. Gen. 12,7; Lev. 20,24; passim) nelle prime fasi della storia. Si sa che nel III millennio a.C. era un territorio ad insediamento misto, vi convivevano cioè installazioni urbane e gruppi che praticavano un semi-nomadismo di tipo agro-pastorale, e che era disseminata di piccoli regni a dimensione cantonale. Alla metà del II millennio a.C. risalgono invece le prime attestazioni delle popolazioni di cui ancora oggi si parla: Filistei ed Ebrei.

filistei opt La storia antica del conflitto israelo palestinese

Filistei - Il Guercino

I Filistei sono costituiti da gruppi di popoli venuti dall’esterno, probabilmente dall’area della penisola balcanica, in almeno due ondate migratorie successive: una intorno al 1.500 a.C. (testimoniata da ritrovamenti della ceramica e dei caratteristici sarcofagi fittili antropomorfi) da cui gli Egiziani trassero mercenari durante la loro occupazione militare della zona; e una seconda, ben più consistente, verso il 1.200 a.C., quando tutto il Vicino Oriente antico fu percorso dall’onda migratoria dei cosiddetti “Popoli del Mare”, di cui anche i Filistei facevano parte. Il loro ruolo non è da sottovalutare: da essi infatti prese il nome la regione, che si chiamò appunto Palestina (FLŠT -> PLŠT, con scambio f/p frequente nei testi coevi). E con questo nome la conosceva anche Erodoto: “[...] il territorio appartiene ai Siri detti Palestini” (III, 5); “[...] la Siria detta Palestina” (III, 91). Anche gli Ebrei, dal canto loro, sono attestati più o meno nello stesso periodo e con le stesse modalità dei Filistei, ossia come gruppi di popolazioni nomadiche provenienti dalle aree urbanizzate del Vicino Oriente. Il loro nome deriva con ogni probabilità dalla parola ~abiru, termine che indicava gruppi di debitori insolventi e per ciò asserviti che tentarono di trovare rifugio nelle aree meno insediate e popolate della regione.

ebrei1 La storia antica del conflitto israelo palestinese

Intorno al 1500 a.C., la Palestina, divisa in piccoli regni e incapace di dare una risposta unitaria, cadde sotto la dominazione faraonica, che durerà fino all’inizio del XII secolo a.C. Al crollo del dominio egiziano si insediarono a sud i Filistei, occupando l’area lungo la costa e fino al medio Giordano, e gruppi nomadici, primi fra tutti gli ~abiru/Ebrei, in Cisgiordania e Transgiordania. Entrambe le popolazioni crearono stati e regni autonomi che prosperarono sino all’arrivo degli Assiri dalla Mespotamia nell’VIII-VII secolo a.C., arrivo che segnò l’inizio di una nuova decadenza e una conseguente nuova colonizzazione della Palestina. Agli Assiri succedettero i Babilonesi ed è proprio la conquista babilonese l’evento storico più significativo perché determinante per l’intera area. I Babilonesi, al contrario degli Assiri, la cui politica era di governare le terre conquistate con una sorta di protettorato, senza esautorare del tutto la classe politica locale, creeranno un vuoto demografico e politico con la deportazione in massa degli abitanti. Questo vuoto verrà colmato a est del Giordano da popolazioni di lingua araba e da gruppi parlanti aramaico (la lingua di Gesù) nel nord del territorio. I deportati palestinesi a Babilonia, in particolare i Giudei, membri delle élite palatine e templari, tentarono di conservare la purezza della loro lingua, dei loro usi e della loro religione, considerando se stessi come gli unici superstiti del disastro e guardando alla Palestina in generale e a Gerusalemme in particolare (distrutta insieme al primo Tempio da Nabucodonosor II nel 586 a.C.) come all’anelata patria cui far ritorno per poter di nuovo essere un popolo libero.

E’ qui a Babilonia, durante i lunghi anni dell’esilio, che nacque il motivo fondante della storia israelitica, il “ritorno alla terra“. E’ qui, sotto il giogo babilonese, che si fondò il mito della presenza in Canaan dei patriarchi (Abramo, Isacco, Giacobbe), i quali ricevono direttamente da Yahwè la promessa di diventare moltitudini e occupare tutto il territorio. E’ qui, asserviti a un popolo a loro estraneo ma ricco di tre millenni ininterrotti di storia, che nacque il mito di Abramo originario di una delle città più antiche del mondo, Ur, per dotarsi anch’essi di un’origine millenaria. E’ qui, a Babilonia, che gli esuli della Palestina divennero davvero un popolo, con una terra da rivendicare e a cui far ritorno. E tornarono, gli esuli di Babilonia. Tornarono e ricostruirono il loro Tempio e portarono con loro le storie dell’esilio, non solo le proprie ma anche le storie della tradizione mesopotamica come quella del Diluvio universale, e si ricostituirono in stato unitario. Fino all’arrivo delle legioni di Roma nel I secolo a.C.

Quando, nel 70 d.C., dopo quasi due secoli di occupazione militare, Tito e il suo esercito distrussero il secondo Tempio, iniziò la vera Diaspora degli Ebrei, che porterà con sé la trasformazione del tempo del mito – quello di Abramo nato a Ur per rivendicare un’origine cittadina e non nomadica, quello di Mosè che guida il popolo verso la “Terra Promessa” per rivendicare il diritto al ritorno, quello del patto con Yahwè per rivendicare il possesso di quella terra – in tempo della Storia.

Ma in questo conflitto la ricerca di una soluzione nella Storia è destinata a rimanere infruttuosa. Infatti, così come gli Ebrei erano estranei alla regione perché discendenti da popolazioni nomadiche e attestati per la prima volta solo nel Tardo Bronzo (1500-1200 a.C. circa), così i Palestinesi non sono imparentati con i Filistei, provenienti comunque dall’area della penisola balcanica e perciò esogeni, e soppiantati, come detto, da popolazioni arabe dopo la conquista babilonese.

Posti questi dati storici e tralasciando fattori religiosi fondanti “mitologicamente” la storia d’Israele, risulta impossibile, su base reale e documentata, stabilire a chi appartenga la Palestina, eppure su questa pretesa di possesso si basa uno dei conflitti più lunghi, sanguinosi e senza soluzione della storia.

Frammenti di un viaggio in Perù

aprile 29, 2009

peru 2007 2 119 pubblica opt Frammenti di un viaggio in Perù

di Marco Colcerasa.

L’aereo sta atterrando, ripenso a chi ho lasciato a migliaia di chilometri di distanza, in Italia, mentre sotto di me la pista dell’aeroporto Jorge Chavez si stende fino quasi al limite del porto del Callao, Lima mi aspetta proprio sotto la pancia dell’aereo.
Ho visto coloratissime montagne, tracce di percorsi che uniscono paesini sperduti su falde ripide e disboscate, mi sono immaginato che un giorno andrò a visitarle, magari accompagnato da qualcuno che già mi aspetta all’aeroporto.
La giornata estiva che mi attende, male si accompagna con il ricordo di Roma, dove il freddo pungente mi faceva sperare di partire anticipatamente, adesso che sono qui mi godo questo sole in tutto il suo splendore.
La prima cosa che farò dopo aver salutato i miei amici e riabbracciare Corrado sarà quella di affacciarmi sull’oceano da Larcomar, sorseggiare un Piscosauro e ripassare mentalmente il programma del mio viaggio.
Mi attende la Señora de Cao, insieme con un nuovo tempio risalente a 4.000 anni fa che è stato scoperto dall’archeologo peruviano Walter Alva, direttore degli scavi. La scoperta ha potuto mettere in luce uno dei più antichi edifici ritrovati nelle Americhe, situato all’interno di una vasta area di rovine che testimoniano primitive urbanizzazioni.
Saremo presto al nord, verso Trujillo, l’area si trova vicino alla valle di Lambayeque, nei pressi del complesso di Sipan, dove l’archeologo Alva ha già riportato alla luce il Signore di Sipan insieme al suo prezioso corredo funerario.

Affascinanti storie si tessono intorno alla Señora de Cao il cui ruolo, nella gerarchia della cultura Moche, non trova ancora risposte certe. Tutto il sito archeologico suscita un interesse spasmodico, le notizie dei ritrovamenti e le localizzazioni dei reperti sono tenute nella massima segretezza per evitare furti e profanazioni di tombe, i cui tesori potrebbero costituire una risorsa pressoché infinita per chi vive in miseria a ridosso degli scavi.
peru 2007 2 183 pubblica opt Frammenti di un viaggio in Perù In precedenza sono stato colpito dalla unicità delle costruzioni risalenti a circa 2000 anni prima di Cristo. Le piramidi del Sole e della Luna conservano pitture e caratteri ancora misteriosi, i templi hanno solitamente scale che conducono a piani sempre più elevati, fino all’altare. Le considerazioni sulla recente scoperta fanno ipotizzare che il tempio fosse destinato al culto del fuoco, nel sito denominato Ventarron.
Sono ancora stordito ed affascinato dall’ultima visita durante la quale ho potuto vedere, inglobata nella costruzione, anche la tomba di un conquistador spagnolo che nel seicento è stato deposto, quale ultima dimora alle sue spoglie, proprio dentro al tempio Moche.
Mi vengono in mente le parole dell’archeologo Walter Alva ” la scoperta di questo tempio, mostra che la regione di Lambayeque è stata un crocevia di scambi culturali fra la costa del Pacifico ed il resto del Perù”, aggiungerei che anche il resto del mondo si è affacciato attraverso questa terra magica, porta settentrionale al resto del paese.
Gli aspetti archeologici del Perù non si fermano certamente qui.
La capitale Lima ospita un meraviglioso museo, modernissimo, pieno di reperti e testimonianze di una civiltà trascorsa e mai dimenticata. Possiamo ripercorrere la storia dei popoli della costa ed apprendere come furono assoggettati, in maniera incruenta, dagli Incas che residenti sulla fascia montana, si limitavano a deviare i corsi d’acqua privando così le popolazioni costiere della principale risorsa per la sopravvivenza. Purtroppo mi ricordano condizioni ancora oggi perpetuate e praticate per sottomettere altre fasce di popolazione.
Nel “Museo de la Naciòn” possiamo ritrovare fedeli ricostruzioni del sito archeologico di Nazca e gli ori originali, ritrovati nei numerosi scavi condotti. Una visita preventiva permette di rendersi conto dello sviluppo che hanno avuto le molteplici civiltà peruviane, fino alla supremazia della civiltà Incaica che ci fa volare con la fantasia direttamente a Cuzco ed a Machu Picchu.

Il giorno dopo, rientrati dal nord e visitata Lima, voliamo a Nazca dove le misteriose tracce del deserto ancora fanno discutere gli storici e gli studiosi. Dall’alto possiamo ammirare la pianura desertica ed il colore delle montagne che a volte brune, a volte bianche, quasi iridescenti, rivelano la ricchezza dei minerali affioranti, così da farci comprendere perché le civiltà incas e costiere hanno fatto un uso del rame così diffuso, senza avere necessità di ricorrere ad altre particolari amalgame e senza utilizzare neppure il ferro. Possiamo solo immaginare quanto l’oro fu copioso e di uso comune, ma se bene dotati di forte immaginazione, ci è difficile comprendere quanto prezioso metallo fu trasportato in Europa ed alla corte di Spagna.
Ci viene alla mente che a Roma la comunità peruviana si riunisce presso Santa Maria della Neve, per molti Santa Maria Maggiore, dove il prezioso soffitto ricoperto di oro è stato realizzato proprio con le sfoglie provenienti dal Perù.
Sono trascorsi alcuni giorni e questo viaggio mi ha riservato ancora una volta molte sorprese, la fratellanza e l’amicizia che scambio con alcuni vecchi amici del posto riscalda i sentimenti e mi fa promettere un prossimo imminente ritorno, prima dovrò fare ancora due tappe, saremo a breve a Cuzco e poi a Lima di nuovo, per affrontare il volo di ritorno.
Sorvolare le Ande tra queste cime maestose, innevate, rende l’idea della difficoltà di trasporto e di comunicazione tra le popolazioni montane e quelle costiere.
Il cerro è impenetrabile, sigillato dalla Selva che lo divide inesorabilmente dalla fascia costiera desertica. Le montagne si aprono all’improvviso con scarsi altipiani completamente ricoperti di vegetazione ed a tratti punteggiati da villaggi nei quali le condizioni di sopravvivenza sono quasi sempre estreme. Siamo fortunati, al nostro arrivo a Cuzco ci attende un tempo splendido e se non ci ricordassimo di essere a circa 4000 metri di altezza, faremmo salti di gioia. Purtroppo dobbiamo cautamente avviarci in albergo per attendere il periodo di climatizzazione, il mal di montagna che minaccia i viaggiatori a Cuzco si chiama Soroche e miete malori frequenti, vittime gli incauti turisti che sottovalutano le difficoltà di respirazione ed ossigenazione, riscontrabili in quota. Abbiamo programmato una visita a Machu Picchu per il giorno dopo, vogliamo essere in perfetta efficienza per godere tutto il percorso lungo la valle dell’Urubamba. Durante il trasferimento in auto veniamo tamponati da una moto carrozzetta a tre ruote, l’impatto è violento, il vetro posteriore dell’autovettura mi viene proiettato contro e mentre cerco di ripararmi da altri oggetti, vedo il nostro investitore rotolare lungo l’asfalto, dietro di noi, insieme al suo passeggero.
Fortunatamente le ferite sono lievi e per noi nessuna conseguenza. La nostra guida si china a terra e ringrazia Pachamama per la generosità che ci ha concesso. Siamo presto ad Aguas Calientes, le cui terme ci offrono un po’ di relax prima dell’ascesa a Machu Picchu.
La mattina seguente siamo i primi ad entrare nella magia del sito archeologico leggendario. Dalla sua scoperta avvenuta nel 1911, molti interrogativi si addensano su questa città incaica. La scoperta si deve a Hiram Bingham, esploratore americano a capo di una spedizione organizzata dall’università di Yale. Ci vengono in mente le sue parole annotate sul diario ” chi mai potrà credere a quello che ho scoperto …”, visitiamo con attenzione le costruzioni, il tempio sacrificale a forma di Condor, ed osserviamo la parete centrale del tempio principale: la disposizione dei blocchi di pietra è stupefacente, sorprendente la perfezione e la bellezza degli intagli della pietra ed il loro accostamento, senza malte o sigillanti.
peru 2007 2 169 pubblica opt Frammenti di un viaggio in PerùGli amici ci aspettano a Lima per un saluto prima, della nostra partenza. La città ci avvolge con i suoi otto milioni di abitanti, nel taxi i quartieri si susseguono uno dietro l’altro lasciando trasparire i tratti coloniali e le urbanizzazioni che si sono sovrapposte in questo territorio, così pieno di storia e testimonianze.
Al tramonto la città si illumina di una luce affascinante, il cielo si estende sulle case, nelle strade e tra la gente. Dal quartiere Barranco si scende fino in riva al mare, attraversando il ponte degli innamorati. Un angolo ottocentesco di una meravigliosa città coloniale che va scomparendo sotto i colpi della speculazione e della edificazione di nuovi centri commerciali, oggetto di investimenti internazionali ed asiatici. Il percorso che ci conduce fino al mare si snoda ripido tra piccole case e tipici locali. Dal ristorante “Costa Verde” che detiene il Guinness dei primati per il numero delle portate del suo buffet, salutiamo Lima con un arrivederci caloroso e sincero. Il proprietario del ristorante si ricorda allora che è italiano come noi e che testimonia con la propria attività imprenditoriale, un’Italia fatta di emigranti volenterosi che hanno trovato solamente all’estero la propria fortuna. Arrivederci a Lima, torneremo volentieri ancora una volta per ritrovare ospitalità, avventura ed amicizia, per conoscere meglio la storia di un grande paese ancora misterioso.

Fotografie  di Marco Colcerasa

La scrittura creativa per bambini a Corviale

dicembre 16, 2008

Il Serpentone nel quartiere Corviale di Roma

Il Serpentone nel quartiere Corviale di Roma

Di famigerati corsi di “scrittura creativa” sono piene le bacheche di molte scuole e università, moltissimi italiani si sono cimentati nella difficile arte della narrativa con il sogno malcelato di poter un giorno pubblicare un best seller.

Quando però di scrittura creativa si parla a dei bambini, l’aggettivo creativo risulta essere pleonastico perchè tutto ciò che viene vissuto nell’infanzia è esso stesso creativo e magnifico. Se però è naturale per un bambino pensare e sognare seguendo i mille sentieri della fantasia che ne contraddistingue l’animo, più articolato e complesso diventa per lui strutturare questo pensiero in un racconto utilizzando la lingua italiana.

La Biblioteca Corviale di Roma, nel XV municipio, ha promosso una serie di incontri con un gruppo di bambini del quartiere affidati all’abilità dello scrittore per l’infanzia Dario Amadei. In quattro incontri un gruppo di otto bambini dai 7 ai 10 anni ha ideato, strutturato, scritto e illustrato un racconto per il prossimo Natale che è stato poi montato in un video, che vi proponiamo alla fine del post,  da loro stessi presentato nel corso di una piccola manifestazione tenutasi lo scorso 13 dicembre.

Un modo diverso per augurare Buone Feste a tutti i lettori di Artoong.

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