Premio nazionale letterario fotografico “Roma nel tempo”

ottobre 31, 2009

Il concorso, dedicato e ispirato alla città di Roma, luogo simbolo di storia, arte e cultura, ci ha visto partecipare con entusiasmo, ispirati per motivi affettivi da una città che viviamo ogni giorno. Abbiamo voluto contribuire, a nostro modo, attraverso le immagini e la scrittura a raccontare il fascino di Roma che scorre, fatalmente immutabile, sui binari del tempo.

Lo scatto di Paolo Piccolo è risultato vincitore del Primo Premio della sezione Fotografia della prima edizione del Premio Nazionale letterario fotografico “Roma nel Tempo” 2009.

piazza popolo1 Premio nazionale letterario fotografico Roma nel tempo

In questa fotografia l’elemento antropomorfo si diluisce in quello strutturale effondendo due contrastanti sentimenti dello scorrere del tempo: la transitorietà dell’uomo contemporaneo con la sua vita frenetica, volatile, frugale e l’immanenza granitica della storia che, attraverso la solennità delle vestigia romane, proietta ininterrottamente evanescenze di un tempo remoto, un tempo di altri uomini transitori eppure congelati per sempre nel pigmento di un flusso temporale.
La fotografia è la metafora della vita: in questo scatto l’uomo è un “passaggio” in dissolvenza sullo sfondo della stratificazione del tempo.

A “La repubblica dei gatti”, racconto di Jessica Carrieri, la Giuria ha assegnato il Premio Speciale per la sezione Narrativa della prima edizione del Premio Nazionale letterario fotografico “Roma nel Tempo”2009.

Il mio racconto vuole essere un piccolo tributo alle visionarie emozioni che Roma mi ha regalato quando mi sono traferita in questa città, oramai sedici anni fa, da un paese contadino del Sud Italia. Incanto e rapimento e nuovi occhi per guardare.

LA REPUBBLICA DEI GATTI

Il cielo di Roma in una notte densa di molti anni fa.

<<Pronto, ciao Flavio che fai?>>

<<Guardo la televisione, mi annoio>>.

<<Ci vediamo? Non ho sonno>>.

<< Va bene, ma cosa facciamo?>>

<<Non so davvero, vediamoci fra mezz’ora poi decidiamo>>.

Era sera inoltrata, un lunedì uggioso, gli esami lontani, la televisione, un cielo novembrino senza nuvole, le strade vuote per il lungo ponte di Ognissanti.

Un colpo di clacson. Eccolo. La borsa, le chiavi.

Flavio era un buon amico, un quasi architetto con velleità artistiche e lo sguardo sempre curioso. Gli volevo bene, in sua compagnia mi sentivo speciale, diversa, sempre emozionata e pronta a guardare il mondo attraverso i suoi occhi.

<<Che aria fresca stasera e che pace, allora che facciamo Fla’?>>

Sui sedili posteriori la sua macchina fotografica.

<< Inseguiamo i gatti questa sera>>.

<<Di che gatti parli?>> Il mio sguardo doveva essere tra l’attonito e il divertito.

Sorrisi ma non indagai oltre, mi sembrava più stralunato del solito.

La macchina scivolava nella notte a velocità moderata per non turbare la percezione di quella desolazione. Guidammo per venti minuti ascoltando le note di una stazione radio che trasmetteva underground notte e giorno.

Parcheggiammo senza difficoltà, a mezzanotte piazza Venezia era solo per noi. Flavio indossò la macchina fotografica e insieme ci dirigemmo verso le scale del Campidoglio.

Salimmo senza scambiarci una parola ascoltando l’eco dei nostri tacchi per le scale, avevamo quasi lo stesso passo. L’immensa ragnatela, la statua di Marco Aurelio.

Il profumo della quiete notturna ci riempiva; il nostro affanno dopo la lunga scalinata appariva il giusto tributo a quella immensità immobile e rarefatta.

Un piede dopo l’altro giungemmo dinanzi a quel bivio che si presenta al viandante chiedendogli di scegliere fra i due declivi che dolcemente discendono verso i fori accarezzandone i contorni.

Una tentazione quella di dividerci e lasciarci rotolare come palle nel nero vetusto di quella Roma antica.

Invece rimanemmo immobili con i piedi pesanti e gli occhi che cercavano intorno e in tondo; il vento arrivava sottile e pungente. Come per scrollarmi dal torpore Flavio mi spinse con la spalla:

<<sei silenziosa questa sera>>.

Abbassai lo sguardo, avrei ricordato a lungo quel momento. Mi prese sottobraccio e lentamente mi sospinse. Mi lasciai guidare mentre lo ascoltavo:

<<ti porto a vedere la luna>>.

La luna? Mi sembrava una sera tanto buia e densa che non mi ero accorta ci fosse e infatti non la vedevo. Ero molle. Abdicai a lui la mia volontà e mi lasciai trascinare in quel nero.

<<Arrivati>>, mi disse all’improvviso destandomi da quel torpore fluido.

Spinsi in là lo sguardo, un ultimo passo, e quasi non credetti ai miei occhi: sotto di me un teatro a cielo aperto nascosto sino a quel momento dal Palazzo Senatorio. Mi avvicinai alla balaustra. Una luce bianca e irreale si irradiava in ogni direzione.

Quella sera la luna era una mongolfiera gonfia di vento. Ferma come un immenso faro rischiarava col suo freddo ogni profilo. Sotto di noi il Foro Romano mi appariva come un magazzino di quinte teatrali dismesse e accantonate.

Ero scossa. Aggrappata al passamani non parlavo per l’emozione. Sforzai gli occhi per abituarmi a quella nuova luce e a quelle nuove forme.

Mi sembrava di violare un luogo sacro, di guardare dritto negli occhi qualcosa che non mi era permesso guardare.

Respirai profondamente, mi abbandonai alla balaustra, mi sporsi con il busto in avanti e dilatai gli occhi su quel teatro lunare.

Le colonne del Tempio di Saturno accarezzate da una luna abbondante e flaccida sembravano di carta colorata.

Flavio cominciò a scattare fotografie, poi mi passò la macchina predisposta con un potente zoom che indossai come si fa per inforcare un paio di occhiali: l’architrave, i fregi, i capitelli ionici, le colonne di granito rosastro…

Intravidi qualcosa fra le basi delle colonne. Guardai Flavio che non distoglieva gli occhi dal mio viso. Riguardai nell’obiettivo.

gatto colonia roma 170204 300x152 Premio nazionale letterario fotografico Roma nel tempoUn gatto scuro, immobile seduto sulle zampe posteriori era lì come se stesse scrutando la vallata, testa in su e muso ad annusare l’aria. Non si muoveva, nero, pesante, lucido.

Deglutii, mi spostai con l’obiettivo per guardare la luna, ma dopo qualche secondo ritornai ai piedi del Tempio.

Uno, due, tre, quattro, cinque, forse sei gatti che non avevo visto prima dormivano ai piedi delle colonne. Tra loro il gattone nero sempre seduto diritto sulla schiena come se fosse in trono.

Un po’ stizzita ripassai la macchina fotografica a Flavio che mi chiese: << e allora?>>

<<Allora cosa?>> Feci finta che quel teatrino felino non mi avesse toccato.

<<Chiudi gli occhi>>, mi disse Flavio <<e apri i sensi a questo silenzio e a questo buio>>.

Rimanemmo con le palpebre serrate per qualche minuto. Credetti, dal torpore dei muscoli, di essermi addormentata per qualche secondo. Sentivo l’aria fresca che cristallizzava quelle sensazioni. Aprii gli occhi e come dopo un momento di lunga cecità all’inizio non vidi bene.

Il mio viso era rivolto al podio della Basilica Giulia e ai suoi gradini sottostanti; quell’immenso rettangolo pieno soltanto di qualche semicolonna decapitata sembrava un campo di calcio senza giocatori.

Gatti di RomaNon era così. Dovetti ricredermi. Una colonia infinita di gatti popolava quell’area vuota di storia. Molti erano addormentati sui gradini, altri accovacciati sulle colonne o sui pilastri. Ma la maggior parte passeggiava con passo lento all’interno del perimetro della basilica. Un tappeto felino in movimento.

<<Ti presento i veri cittadini di Roma>>, mi sussurrò Flavio stendendo una mano come si fa per annunciare l’entrata in scena di un artista. Mi stavo perdendo in quei piccoli e lenti movimenti mentre cercavo di dare un senso a quello che vedevo.

Ero spaventata da quella folla felina, spaventata da Flavio che mi aveva portata lì, spaventata da quelle centinaia di iridi fosforescenti e intermittenti che il buio sollecitava e che si diluivano rimandandomi l’immagine di un prato colmo di lucciole.

Guardavo Flavio e fingevo di non sentire i miagolii che piano piano il vento ci riportava amplificati. Lamenti, richiami, conversazioni feline si trasformavano in cantilene. Il brusio animale diventava sempre più familiare man mano che mi abituavo allo stridore di quei suoni. Mi pareva di cogliere parole.. frasi..

Feci un passo indietro e strizzai gli occhi per abbracciare con lo sguardo la massima porzione di quello spazio. Erano infiniti, mobili, urlanti i gatti che vivevano e popolavano il Foro muovendosi al suo interno come in una sagra di paese affollata.

Suggestioni mi dicevo: la notte, la luna, il mio stravagante amico.

Avvertivo la presenza di Flavio che con voce calma mi parlava in un orecchio dello spirito degli antichi romani che si incarnava di notte nei gatti di Roma. Con l’altro orecchio, invece, mi sembrava di udire sferruzzamenti, voci umane, litanie, applausi e grida. Mi vennero in mentre le descrizioni di Plinio il Giovane sugli affollati processi a cui i romani partecipavano in massa.

Era davvero troppo. Un tonfo. Il buio. Silenzio.

Il suono sordo e metallico del telefono fu come uno squarcio improvviso.

<<Pronto>>, sentii la mia voce rispondere bassa e cupa.

<<Sono Flavio, ti aspetto sotto al portone da oltre mezz’ora, cos’hai deciso? Scendi o no?>>

Mi ci volle un lungo attimo per realizzare che mi ero addormentata aspettando Flavio. Balzai in piedi. La borsa. Le chiavi. Uscii sbattendo la porta.

<<Ciao Flavio, scusa, mi sono addormentata>> gli dissi vedendolo appoggiato sul cofano dell’auto a braccia incrociate.

<<Ti perdono, dai sali in macchina>>. Sui sedili posteriori la sua macchina fotografica. Il motore si avviò rumorosamente mentre, come da lontano, sentivo Flavio che mi diceva:

<< Stasera ti porto a vedere la luna>>.

Sprofondai nel sedile e socchiusi gli occhi. Sapevo che saremmo andati a caccia di gatti.

Jessica Carrieri

Roald Dahl: l’uomo che rideva per non piangere

giugno 18, 2009

 39700319 dahl203 Roald Dahl: luomo che rideva per non piangereI suoi libri sono popolati da personaggi incredibili che hanno affascinato intere generazioni di piccoli lettori. Le sue armi vincenti sono il paradosso e l’incontenibile ironia che tutto pervade e tutto spinge ad accettare.

Stiamo parlando del grandissimo, immortale Roald Dahl, uno scrittore per ragazzi davvero molto originale. Nei suoi libri non ci si annoia mai e spesso si deve fare un grande sforzo per riuscire a sospendere la lettura.

Ne parlavo tempo fa con una maestra che insegna in una scuola primaria di Roma.
- Certo che questo Roald Dahl doveva essere veramente un uomo molto allegro, un gran simpaticone- mi ha detto con l’espressione di chi pensava di aver capito tutto…E invece  non aveva capito niente, perché Roald Dahl era l’uomo che rideva per non piangere.
La sua vita è stata costellata da una serie infinita di disgrazie, lutti e malattie che hanno colpito lui e un po’ tutti i suoi cari. Qualcun altro forse sarebbe caduto in depressione, arrivando magari al suicidio ma il grande Roald no: riuscì a trovare un rifugio sicuro nella sua grande ironia.
Con le sue streghe, i suoi mostri, i suoi giganti ha esorcizzato i demoni che attanagliavano il suo animo e lo costringevano a vegliare per interminabili ore notturne, raggomitolato, lui che era alto quasi due metri, nella sgangherata poltrona del suo disordinatissimo studio. Così è riuscito a sopravvivere e ci ha regalato delle pagine davvero indimenticabili.
E’ morto ancor giovane agli inizi degli anni ’90, ma le sue storie gli sono sopravvissute e continuano ad affascinare ragazzi  di tutte le età ed adulti che sanno ancora sognare…un grazie di cuore Roald, da parte di tutti noi!!!

Dario Amadei

Bibliografia

1943, I Gremlins, (The Gremlins)
1961, James e la pesca gigante, (James and the Giant Peach)
1964, La fabbrica di cioccolato, (Charlie and the Chocolate Factory)
1966, Il dito magico, (The Magic Finger)
1970, Furbo, il signor Volpe, (Fantastic Mr Fox)
1973, Il grande ascensore di cristallo, (Charlie and the great glass elevator)
1975, Danny il campione del mondo’, (Danny, The Champion Of The World)
1977, Un gioco da ragazzi e altre storie, (The Wonderful Story of Henry Sugar)
1978, Il coccodrillo enorme, (The Enormous Crocodile)
1980, Gli Sporcelli, (The Twits)
1981, La magica medicina, (George’s Marvellous Medicine)
1982, Il GGG, (The BFG)
1982, Versi perversi, (Revolting rhymes)
1983, Sporche bestie, (Dirty beasts)
1983, Le streghe, (The Witches)
1984, Boy, (Boy. Tales of Childhood)
1985, Io, la giraffa e il pellicano, (The Giraffe and the Pelly and Me)
1986, In solitario, diario di volo, (Going Solo)
1988, Matilde, (Matilda)
1989, Agura trat, (Esio trot)
1991, I Minipin, (The Minipins)
1993, Storie impreviste, (Tales of the Unexpected)
1993, Storie ancora più impreviste, (More Tales of the Unexpected)

I delfini nuotano nel mare di Corviale

giugno 10, 2009

Uomo libero, sempre tu amerai il mare!
Il mare è il tuo specchio; tu miri,
nello svolgersi infinito delle sue onde, la tua anima.
Il tuo spirito non è abisso meno amaro.
Ti compiaci a tuffarti entro la tua propria immagine;
tu l’abbracci con gli occhi e con le braccia,
e il tuo cuore si distrae alle volte dal suo battito
al rumore di questo lamento indomabile e selvaggio.
Siete entrambi a un tempo tenebrosi e discreti:
uomo, nessuno ha mai misurato la profondità dei tuoi abissi;
mare, nessuno conosce le tue ricchezze segrete,
tanto siete gelosi di conservare il vostro mistero.
E tuttavia sono innumerevoli secoli
che vi combattete senza pietà né rimorsi,
talmente amate la carneficina
e la morte, eterni lottatori, fratelli.

L’uomo e il mare, Charles Baudelaire

Se tu hai una mela e io ho una mela e ce le scambiamo, allora tu e io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un’idea e io ho un’idea e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.” Questo ci insegna George Bernard Shaw e il racconto scritto nel gruppo Quelli che nella prossima vita diventeranno delfini, su Facebook, è riuscito a interpretare proprio questo principio di condivisione, di reciprocità, di scambio.

Il social network, utilizzato da milioni di utenti, è una finestra aperta sul mondo, un’agorà dove ogni sfaccettatura umana trova la sua dimensione, il suo spazio per esprimersi. C’è chi lo usa per gioco, chi per promuovere le sue attività, o per divulgare eventi e informazioni, chi solo per curiosità e chi riesce con una sorprendente spontaneità a mettere insieme tante persone diverse coinvolte in un continuo e reciproco scambio di idee e emozioni.

È questo quello che è successo agli iscritti del gruppo, che si sono ritrovati a scrivere a più mani condividendo la creazione di questo racconto.
L’esperimento di scrittura collettiva ha riscontrato un grande successo forse inaspettato, ma sperato, il viaggio intrapreso dai delfini è metafora del viaggio interiore di ogni partecipante: ogni luogo visitato, ogni incontro fatto, ogni avventura intrapresa, ogni sensazione provata è stato il tramite per descrivere e fermare i ricordi, le emozioni, le paure, i sogni, la fantasia di ogni improvvisato scrittore che con grande passione e amore è riuscito in questa impresa letteraria.
Walter Elias Disney diceva “Andiamo sempre avanti, aprendo nuove porte e facendo cose nuove, perché siamo curiosi… E la curiosità ci porta verso nuovi orizzonti.”, i nostri amici delfini queste porte le hanno aperte e la curiosità non li ha abbandonati, anzi è il motore che li spinge ad andare alla scoperta di nuovi mondi e di nuove emozioni.
Ogni partecipante, culturalmente e geograficamente distante dall’altro, si è riconosciuto gruppo non solo perché iscritto, ma perché si è sentito parte della rete che si è andata sviluppando attraverso i vari legami emozionali che sono nati, perché ha sviluppato la propria identità nel gruppo seguendo una regola non scritta ma condivisa di interdipendenza e di co-creazione.
Ogni elemento inserito ha dato valore al racconto e come Walt Withman citava nei suoi versi, “che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso.”

Artoong vi aspetta  Venerdi 12 Giugno alle ore 17.30 per la presentazione del racconto che si terrà nei locali della Biblioteca comunale Corviale, Via Mazzacurati 76  a Roma .

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare


Arrivederci fratello mare, Nazim Hikmet

Dario Amadei

Un giorno, in Cina…

giugno 4, 2009

un giorno in cina front opt Un giorno, in Cina... E’ con vero piacere che oggi segnaliamo la pubblicazione del primo libro di Laura Mancini, collaboratrice di Artoong, dal titolo : Un giorno, in Cina…

Un fresco esempio di letteratura di viaggio di una giovane donna in una realtà complessa e infinitamente più grande di lei.

Ci affidiamo per un’attenta e affettuosa analisi dell’opera, alla penna di Jessica Carrieri, direttamente dalle pagine del suo Blog personale.

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