La saga di Giampaolo Giuliani

giugno 30, 2009

giuliani c 300x224 La saga di Giampaolo GiulianiLa scossa principale dello sciame aquilano è ormai alle nostre spalle da più di due mesi, ma ancora qualche brivido lungo la pelle della Terra torna ogni tanto e le ultime scintille delle polemiche che hanno accompagnato la sequenza di sismi non sono ancora spente.

Questo terremoto si è verificato in un contesto insolito e una serie di vicende quanto meno interessanti lo hanno reso degno di essere ricordato, anche rispetto ad altri eventi magari più disastrosi. Il principale motivo di interesse è legato al fatto che un amatore, non un professionista della sismologia, sembra aver previsto la scossa principale con alcune ore di anticipo. Lo stesso amatore ha affermato di aver previsto anche altri sismi e di essere in grado di prevederne in futuro. Questo personaggio, al secolo Giampaolo Gioacchino Giuliani, è un tecnico che lavora presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso.

Dotato da madre natura di una perfetta “faccia da buono” standard, con un’espressione che ricorda il cane Napoleone nel film Gli Aristogatti, Giuliani ha tutto per piacere e per far tenerezza: la sua semplicità, l’umiltà apparente, lo sguardo liquido da cagnone, le limitazioni economiche, il senso quasi eroico della propria missione, l’esser costretto a lavorare lontano dai riflettori e con mezzi insufficienti e, soprattutto, l’essere schierato contro l’establishment. Il tecnico del Gran Sasso ha poi un modo di parlare disarticolato e un po’ faticoso, come se inseguisse pensieri che gli si sovrappongono e scompigliano fra le dita e faticasse a collegare le premesse con le conseguenze. Il ferreo rigore logico e la precisione lessicale non appartengono al suo bagaglio e questa lacuna, in qualche modo, accresce il senso di tenerezza. Debbo dire che umanamente Giampaolo Giuliani mi è simpatico. Allo stesso modo in cui mi è simpatico Paperino. Ma la simpatia, è necessario ricordarlo sempre, non trasforma una persona normale in un genio, né un tecnico volenteroso in uno scienziato competente.

Attorno alla figura di Giampaolo Giuliani si è sviluppata una feroce contrapposizione fra sostenitori e detrattori. La polemica sin dall’inizio ha trasceso i limiti dei contenuti tecnici e si è trasformata in una sorta di guerra fra buoni e cattivi, fra il Robin Hood della sismologia, forte solo della sua povertà e della buona volontà, e i potenti arroganti e antipatici. Ovviamente i panni del Robin Hood, del buono che vive alla macchia, emarginato e condannato dall’establishment, sono stati cuciti istantaneamente addosso a Giuliani, mentre la parte del cattivo sceriffo di Nottingham veniva interpretata dai rappresentanti della Protezione Civile (Bertolaso) e di quella che viene definita, con espressione piuttosto sciocca, la “scienza ufficiale” (Enzo Boschi e altri). Va da sé che, come sempre accade quando più che il valore degli argomenti contano le ondate emotive, chiunque avesse in qualche modo simpatizzato con Giuliani o gli avesse dato spazio è stato arruolato automaticamente nello schieramento dei “buoni”, mentre coloro che esprimevano delle perplessità o delle critiche diventavano ipso facto “cattivi”.

Stranamente quando le persone si gonfiano la bocca con la sprezzante locuzione “scienza ufficiale” dimenticano di colpo persino che proprio quella scienza (e non l’insieme dei ciarlatani e sedicenti stregoni di cui il mondo è pieno) è ciò che gli consente di girare per le strade in automobile o andarsene in vacanza in aeroplano. Quella scienza è ciò che produce risultati tangibili e concreti come i cellulari di cui non sapremmo più fare a meno, le telecamere e la televisione, gli hard disk che riempiamo di musica scaricata dal web, i CD e i DVD, i tessuti per i nostri giacconi invernali, il policarbonato dei caschi da moto, Internet, i frigoriferi, le lavatrici, le navi e tutto il resto che ci circonda. Se tutte queste cose funzionano, verrebbe logico pensare, dovremo pur riconoscere qualche credibilità alla scienza su cui esse si basano. Ma invece, in un gioco paradossale dove non c’è spazio se non per l’assurdo, mentre si parla magari con l’amante servendosi di un evolutissimo cellulare o mentre si legge un giornale che ha visto la luce grazie ai moderni sistemi di trasmissione delle notizie, la nostra fiducia, il credito, non vanno agli scienziati che quegli oggetti hanno dimostrato di saper creare, ma al Giampaolo Giuliani di turno, quasi fosse lui la sorgente di tutte le nostre conoscenze, il detentore della Verità, colui che può illuminare l’orizzonte del sapere. E tutti a ricordare, come si trattasse di chissà quale altissima rivelazione, che altri Grandi sono stati crocifissi, prima che le loro scoperte fossero riconosciute e accettate.

Ma i grandi personaggi sono rarissimi e tra Giuliani e loro, occorre dirlo senza mezzi termini, c’è una differenza decisiva: lui non è un Grande. Una brava persona, probabilmente, ma non un Grande. E il paragone con Galileo che fa capolino fra le frasi dei blog e dei forum di tutta Italia non sta proprio in piedi.

Vediamo di ricostruire lo svolgersi degli eventi e di analizzarli per cercare di costruire una visione razionale della realtà, basata sui fatti.

I PRIMI PASSI

La storia, secondo la narrazione di Giuliani stesso (tratta da un documento che era stato reso disponibile in Internet, nel sito Chiocciolandia, e ora non lo è più) ha inizio fra il 2000 e il 2001 quando un piccolo gruppo di persone che lavorano presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso (CNR-INFN) decidono, per comune interesse, di iniziare una ricerca sulle emissioni di 222Radon .

La ricerca viene svolta, almeno in linea di massima, con mezzi privati e con strumentazione progettata e costruita ad hoc, installata inizialmente nello scantinato di una comune abitazione alla periferia dell’Aquila. Sorge il sospetto che i materiali e le componenti utilizzati per costruire i rivelatori di radon siano stati presi almeno in parte da quelli in uso (per tutt’altri scopi) presso i LNGS, il che, se non esistesse un’autorizzazione al riguardo, costituirebbe un furto. Ma la faccenda non è certa e dunque passiamo oltre.

Le persone coinvolte sono:

•  Sig. Gioacchino Giuliani (LNGS)

•  Sig. Roberto Giuliani (tecnico informatico, LNGS)

•  Prof. Victor Alekseenko (ricercatore del Baksan Neutrino Observatory, Russia)

Gioacchino Giuliani sembra essere la mente e il cuore del piccolo gruppo o quanto meno è quello che si espone maggiormente. In effetti già questa constatazione appare piuttosto interessante: se nel gruppo opera anche uno scienziato vero e proprio (il ricercatore russo Alekseenko) come mai la posizione preminente appare coperta dal Giuliani? Viene spontaneo supporre che il russo fosse coinvolto solo marginalmente. Forse non credeva molto in quella ricerca o non era troppo interessato a essa. Forse si limitava a fornire qualche consiglio o cooperazione limitata in caso di necessità. Faremo in seguito alcune ulteriori considerazioni sul coinvolgimento di questo studioso russo.

Il gruppo progetta e costruisce alcuni dispositivi necessari per le rilevazioni. In particolare vengono realizzati:

•  un sismometro a pendolo verticale (a componente singola) con relativo sismografo,

•  vari tipi di contatori per la rilevazione delle emissioni alfa,

•  un rivelatore di emissioni gamma.

MAGGIO 2002, PRIMO RILEVATORE GAMMA

Il rivelatore gamma viene realizzato solo dopo che la misura delle emissioni alfa, eseguita con strumenti artigianali, si dimostra inefficace. Esso entra in funzione nel maggio 2002 e viene posto in un locale interrato, a circa 3 metri di profondità, nella zona di Coppito (Aq). Grazie al nuovo sensore gamma è possibile iniziare a raccogliere dati e a costruire grafici che mostrano l’andamento degli eventi (numero di particelle gamma rilevate) rispetto al tempo. In particolare nei grafici viene riportato il conteggio degli eventi per ogni intervallo di 7200 secondi (counting rate). Questi sono grossolanamente i grafici che tutti abbiamo visto in televisione.

DENARO E ISTITUZIONI

Intanto il gruppo comincia a darsi da fare per acquisire visibilità e ottenere dei fondi con cui finanziare ulteriori sviluppi della ricerca. Vengono presentate richieste di finanziamento alla Regione Abruzzo e alla Protezione Civile Abruzzo e in questo contesto hanno inizio i contatti del gruppo di aspiranti predittori di terremoti con le istituzioni. Essi si impegnano infatti, in cambio dei sospirati finanziamenti, a segnalare tempestivamente (ossia in anticipo sui terremoti) gli allarmi relativi alle predizioni di sismi con magnitudo Richter uguale o maggiore di 3.0. Prende insomma il via la prassi di trasmettere allarmi (sebbene non suffragati da alcuna conferma scientifica) a vari enti istituzionali. In particolare Giuliani dichiara che durante gli ultimi mesi del 2002 vennero inviati allarmi all’allora Assessore Regionale ai Lavori Pubblici, con delega per la Protezione Civile, Dr. Giorgio De Matteis.

Per farsi un’idea di quanto questo modo di procedere fosse sbalorditivamente scorretto, si consideri che dall’entrata in funzione del primo rilevatore di radon all’invio di dati verso interlocutori istituzionali passano meno di sei mesi. In altri termini, dopo che per decenni gli scienziati di mezzo mondo si erano scervellati invano, giungendo all’onesta conclusione di non poter fornire, con il radon, previsioni ragionevolmente sensate, Giuliani in meno di sei mesi, con un solo e unico sensore, avendo quindi a disposizione i dati di una sola, singola locazione (che potrebbe anche magari risultare per qualche motivo anomala senza che lui possa rendersene conto), senza aver mai sottoposto i suoi dati e le sue conclusioni al vaglio della comunità scientifica, ritiene di poter già inviare allarmi alle istituzioni!

Qualcosa non quadra. Che fine ha fatto il bonario, tenero, simpatico Giuliani che parla in televisione con atteggiamento dimesso? Questo Giuliani che ci troviamo di fronte non ha affatto un atteggiamento dimesso: è presuntuoso ai limiti della follia. Ed è così ignorante da non essere neppure in grado di rendersi conto dei limiti inevitabili del suo lavoro. Oltretutto la sua presunzione, la sua follia, è una follia con risvolti pericolosi. Per fortuna, almeno in apparenza, coloro che ricevono gli allarmi non gli danno troppo peso. Tuttavia anche loro sono profondamente colpevoli: un rappresentante delle istituzioni, infatti, non può e non deve accettare di ricevere dati sismici dal primo pazzo che si sveglia. Deve dire di no immediatemente e con chiarezza e non prestarsi a generare situazioni ambigue. Ma si sa come sono i politici e gli amministratori locali: vogliono sempre aver le mani in pasta in tutto ciò che potenzialmente potrebbe in futuro far perdere o guadagnare consensi e voti. Così qualcuno comincia ad accettare i dati di Giuliani … in fondo … non si sa mai …

La buona sorte dà inizialmente una mano a Giuliani e quegli amministratori locali che accettano i suoi dati: nella zona dell’aquilano non si verificano scosse significative per diversi anni. Anzi, per essere precisi, dall’inizio del 2000 (anno in cui Giuliani comincia a muovere i primissimi passi) fino all’inizio dello sciame del 2009 non si verifica entro un raggio di 30 Km da L’Aquila nessuna scossa con Ml stimata maggiore o uguale a 3.5 (secondo i dati INGV). Dato che 3.5 è ancora un valore decisamente basso, si deduce che in tutta la durata della sua attività di raccolta di dati sul radon, Giuliani non si era MAI imbattuto neppure in un sisma medio-debole prima che iniziasse lo sciame del 2009. Ossia la sua esperienza su terremoti di una qualche rilevanza era pari a zero.

Poiché non è affatto detto che sismi molto energetici si comportino nello stesso modo delle scossettine strumentali, se ne deduce che Giuliani ha iniziato a fornire i suoi dati a controparti istituzionali e ha continuato a farlo per anni, senza avere nessuna esperienza di misure su scosse degne di tale nome. Egli quindi, fra le altre cose, non può sapere fino a quale limite la taratura dei suoi strumenti sia da considerare valida. Come ho detto e ripeto, si tratta di un comportamento di una incoscienza sorprendente e potenzialmente pericolosa per la collettività.

PUBBLICAZIONI SCIENTIFICHE

Non solo i rapporti di Giuliani con le istituzioni sono decisamente strani, ma anche quelli con il mondo scientifico lo sono altrettanto. Qualsiasi studioso, persino il più strafico dei sismologi, una volta raccolti dati sufficienti per essere utilizzati concretamente, una volta capito che la ricerca in fase di svolgimento ha un qualche grado di credibilità, comincerebbe a organizzarsi per scrivere articoli e inviarli a riviste scientifiche peer-reviewed. Questo modo di procedere è praticamente obbligato per ogni studioso. Il confrontarsi con la comunità scientifica infatti ha almeno quattro fondamentali effetti:

1.       serve per ascrivere a se stessi il merito e la gloria degli studi svolti, evitando che altri ci scavalchino e possano presentare le stesse scoperte prima di noi;

2.       serve a far carriera, infatti il principale criterio di valutazione del lavoro di uno scienziato è il numero e la rilevanza delle sue pubblicazioni;

3.       serve in modo indiretto per ottenere finanziamenti utili a proseguire le ricerche (uno studio che abbia buona visibilità, giudicato valido e interessante, ha maggiore facilità nell’ottenere fondi dagli enti finanziatori);

4.       serve per confrontarsi con altre persone competenti e avere la conferma di non aver imboccato una strada sbagliata, di non aver commesso errori e di non aver omesso di valutare possibili fattori magari determinanti.

Nessuno scienziato è mai al di sopra delle conferme della comunità scientifica e ciò perché nessun uomo, scienziato o meno, può mai esser certo di non commettere errori, talvolta anche banali, e di non aver trascurato qualcosa. Inoltre, ovviamente, nessuno può essere esperto in tutti i settori dello scibile ed è inevitabile che uno studioso di sismologia, se decide di studiare il radon (per esempio) abbia bisogno di appoggiarsi anche alle competenze di esperti di geochimica o di altri settori ancora.

Possono esistere dei motivi per cui gli scienziati rinviano la pubblicazione dei loro studi, ma in linea di massima questi motivi sono riconducibili a uno solo: la pubblicazione viene rinviata quando le ricerche in corso non sono ancora sufficientemente “mature”. O non lo sono abbastanza da garantire allo scienziato certi vantaggi in termini economici (per esempio derivanti da possibili brevetti) e di fama oppure non lo sono abbastanza per esser presentate senza fare la figura dei polli.

Nel caso di Giuliani il problema dalla fama non esisteva: se il suo metodo fosse stato valido, ne avrebbe avuta a volontà. Neppure esisteva quello dei vantaggi economici, infatti egli già alla fine del 2002 aveva chiesto o ottenuto il brevetto per la sua tecnica di previsione sismica.

Si badi bene, ancora una volta voglio sottolineare che alla fine del 2002 Giuliani ha solo sei mesi di esperienza alle spalle e per di più con sismi di nessuna rilevanza, e tuttavia il problema del brevetto lo ha ormai risolto. Perché mai, dunque, egli non prova a pubblicare i risultati dei suoi studi? E perché non ci prova almeno Alekseenko, che essendo a pieno titolo addentro nel mondo della scienza ne conosce e ne vive fino in fondo i meccanismi? La risposta possibile è una sola: i dati che Giuliani produce non sono sufficientemente validi da esser pubblicati. E in tutto ciò non c’è davvero nulla di male; in fondo le ricerche sul radon, hanno già messo a dura prova per decenni le menti di innumerevoli studiosi assai più preparati del tecnico aquilano. Quello che però è male, molto male, è che quelle stesse ricerche che non sono abbastanza mature per esser pubblicate, vengano utilizzate per fornire allarmi alle istituzioni.

Per chiudere questa digressione sulla riluttanza di Giuliani a pubblicare, mi pare utile aggiungere che, nonostante dal 2002 sia ormai passato parecchio tempo, la riluttanza ura ancora; egli a tutt’oggi non ha dato alla luce neppure un solo articolo riguardante le sue ricerche. Ha sempre elegantemente schivato la verifica e l’eventuale critica della comunità scientifica e si è posto al di sopra del confronto.

BREVETTO

Il 20 Dicembre 2002 viene depositata a nome di Giuliani una domanda di brevetto per il sistema detto: “Precursore di eventi sismici”. Il tecnico aquilano sente già il profumo della gloria e decide di fare uno sforzo con i propri mezzi per costruire un secondo rivelatore gamma. Alcuni tentativi per migliorare il trattamento statistico dei dati vengono compiuti, anche se complessivamente il trattamento stesso, per quanto descritto da Giuliani, rimane sostanzialmente nullo. Viene infine sviluppato un applicativo SW per gestire i dati provenienti da un numero variabile di sensori e correlarli fra loro.

Verso la metà del 2003 si concretizza un contatto con un imprenditore interessato a sfruttare commercialmente il brevetto ottenuto dai tre. L’accordo sfuma, ma presto un diverso imprenditore propone a sua volta una collaborazione. Intanto, sentendosi già (non si sa come) sicuri del valore dei propri dati, i predittori di terremoti cominciano a interrogarsi su quale uso sia più opportuno farne. Interroga oggi, interroga domani, finisce che nella seconda metà del 2003 i nostri eroi contattano addirittura il sen. Zamberletti e, per suo tramite, ottengono una riunione allargata a una decina di persone interessate all’argomento fra le quali risultano esservi il Prof. Enzo Boschi (presidente INGV), il Dott.Galanti (direttore del Servizio Sismico Nazionale) e il Gen. Mollicone (Aeronautica Militare).

La riunione del 2003, narrata sempre dal tecnico dei LNGS, non fornisce i risultati sperati. Sembra avere un valore decisivo la stroncatura del prof. Boschi che, a detta degli aspiranti sismologi si comporta in modo addirittura scortese. Polemicamente Giuliani, in una sua memoria del 2006, commenta sottolineando che comunque nessuno fu in grado di trovare “errori o inesattezze sulle misure effettuate”. Con questa affermazione il Giuliani mostra un’ingenuità che rasenta la malafede. Infatti egli trascura di tener presente che persino l’eventuale mancanza di errori nelle misure è un requisito necessario, ma assolutamente insufficiente. Per produrre una teoria scientifica corretta, non basta misurare delle grandezze in modo più o meno attendibile, ma occorre anche interpretarle correttamente dando loro un significato e dimostrando, al di là di ogni dubbio, che quel significato è esattamente quello giusto.

Probabilmente gli intervenuti a quella riunione avranno gettato sì e no una mezza occhiata ai dati di Giuliani e il fatto che non vi abbiano scoperto errori non ha praticamente alcun valore, ma se pure li avessero valutati attentamente senza potervi riscontrare errori, persino quella valutazione non avrebbe avuto quasi nessun valore. La validità di una ricerca, infatti, non può essere confermata nel corso di una riunione. Occorrono verifiche delle procedure sperimentali, calcoli, confronti con i risultati di ricerche analoghe e via dicendo. Un giudizio negativo può esser dato, talvolta, anche con una sola occhiata (se si nota un errore macroscopico immediatamente percepibile), ma uno positivo richiede settimane di calcoli e controlli e magari pure mesi o anni di ulteriori approfondimenti, ricerche e verifiche concrete. In tutto questo la parola di Boschi, per quanto autorevole, è solo una goccia nel mare: la verità emerge dal consenso generale di tutta la comunità scientifica, non dalle parole più o meno confortanti di un singolo studioso che, oltretutto, potrebbe anche lui cadere in errore. Quindi si ritorna al punto di partenza: è necessario rendere disponibili i propri dati per l’intera comunità degli studiosi mediante la pubblicazione su riviste scientifiche peer-reviewed.

Con ciò non voglio dire che le idee e i metodi di Giuliani siano necessariamente del tutto infondati. È molto probabile che lo siano, ma esiste la possibilità che nel lavoro del tecnico abruzzese vi siano parti che possono avere un valore. Magari un valore solo locale. Però quel valore, se esiste, deve essere confermato dagli altri studiosi. Non può essere Giuliani a garantire per se stesso e non possono garantire per lui nemmeno i suoi molti simpatizzanti e fan.

E GLI ANNI PASSANO …

Con il passar del temp, un po’ alla volta, Giuliani si ritrova ad aver messo in piedi un’ampia rete di contatti e di relazioni con numerose persone alle quali egli ha spiegato che tipo di lavoro sta svolgendo. Probabilmente nella zona di L’Aquila c’è davvero parecchia gente che sa delle sue ricerche. D’altronde Giuliani non fa proprio nulla per mantenere un po’ di riserbo e, in un momento imprecisato, inizia persino a rendere disponibili i dati dei rilevamenti di radon in tempo reale pubblicandoli in un sito web. Ma nonostante tutto l’interesse della gente rimane abbastanza limitato e confinato a livello locale, nonostante tutti i tentativi fatti dal gruppo aquilano per farsi conoscere e ottenere finanziamenti. Il problema è che, come ho già scritto, nell’ultimo decennio di sismi a L’Aquila ce ne sono davvero pochini e pure piuttosto fiacchi, quindi nessuno sente l’urgenza di interessarsi alle misure di Giuliani. La situazione cambia però improvvisamente con l’inizio del recente sciame sismico, verso il finire del 2008. L’insolita e vistosa attività spinge alcune persone a una maggiore attenzione per la propria immediata incolumità e dunque anche per il lavoro di Giuliani.

Lo sciame sismico prosegue. Verso la fine di marzo vi è un certo incremento dell’attività sismica. Comincia a diffondersi l’inquietudine. Le notizie e le previsioni vengono fatte viaggiare di bocca in bocca tra amici e conoscenti, ma Giuliani continua anche ad avere contatti con rappresentanti di istituzionali cui segnala (ancora), più o meno informalmente, le previsioni derivanti dai dati che va raccogliendo.

LA PREVISIONE PER SULMONA

Nell’evolversi delle relazioni di Giuliani si inserisce l’episodio della previsione per il presunto sisma catastrofico di Sulmona. Come abbiamo sentito ripetere innumerevoli volte, il tecnico dei LNGS ha ricevuto una denuncia per procurato allarme in relazione, si suppone, a una previsione di forte sisma nella zona di Sulmona. Non è chiaro tuttavia a quale delle tante voci messe in giro dal tecnico si riferisca concretamente la denuncia. Giuliani cade dalle nuvole (o finge di farlo) sostenendo che, dopo la previsione del 3.8 del 29 marzo, lui ha addirittura rassicurato i surmontini affermando che nessun ulteriore problema vi sarebbe stato almeno nelle ore immediatamente successive. Gli organi ufficiali, ivi compreso l’INGV, sostengono invece che egli abbia prima fatto una previsione e poi se la sia rimangiata.

In effetti, quando si tengano presenti tutte le informazioni che sono note, sorge il sospetto che Giuliani stia tentando di rigirare la frittata.

Nella puntata di Porta a Porta del 6 aprile è andata in onda un’intervista di Bruno Vespa realizzata durante la stessa giornata e dunque a poche ore di distanza dalla scossa principale. Vespa chiede chiarimenti, fra l’altro, anche riguardo alla controversa previsione per Sulmona; Giuliani risponde partendo da un contatto con il sindaco di L’Aquila. Egli, secondo le sue stesse parole, durante la giornata del 27, aveva tranquillizzato il sindaco di L’Aquila affermando che nelle successive 24 ore ci sarebbe stato semplicemente un 2.2/2.4. Il giorno successivo (28 aprile) Giuliani legge nei suoi dati la previsione, per il 29, di una nuova piccola scossa a L’Aquila (ancora 2.2/2.4) e anche di un sisma a 50-70 Km da L’Aquila, in direzione di Sulmona egli definisce tale scossa semplicemente “molto più forte”. La piccola scossa aquilana, nonostante Giuliani affermi in contrario, non si verificherà (vi sarà invece un 1.8). Il sisma a Sulmona viceversa dà l’impressione di esser stato correttamente previsto, infatti il 29 marzo la cittadina viene colpita da un evento con Ml=3.8.

Come è sua abitudine, Giuliani approfitta subito della scossa di Sulmona per offrirsi di elaborare e fornire previsioni anche per quella cittadina e, dunque, per innescare un invio di dati anche verso l’altro comune. I dati che il tecnico comincia a fornire per Sulmona, dopo il 3.8, sono, per quanto egli dichiara, tranquillizzanti. Nessuna previsione di catastrofi. Di conseguenza Giuliani afferma di non capire come mai gli sia fatto pervenire un avviso di garanzia per procurato allarme. Ma forse non è a quei dati che si riferisce l’avviso di garanzia, anche perché egli lo riceve già la mattina del 30 e sarebbe veramente sorprendente se denuncia e recapito avessero richiesto complessivamente meno di 24 ore. Dunque, forse, la denuncia si riferisce alla previsione del giorno precedente, proprio quella del 3.8. E forse la denuncia dipende esattamente dal fatto che quel sisma è “appena” un 3.8 mentre dalle parole del tecnico si era temuto dovesse essere assai più forte.

Potrebbe effettivamente il sindaco di Sulmona aver paventato una scossa più forte di quel misero 3.8 poi verificatosi? A me pare che questa interpretazione sia molto credibile. In effetti in nessuna delle interviste rintracciabili il tecnico aquilano si sbilancia nel parlare di quanto precisa fosse stata la sua previsione. Egli non dice mai: “avevo previsto un 3.8”, né qualcosa di simile. Sembra piuttosto reticente e, anzi, addirittura si contraddice. In un’intervista a Byoblu egli dichiara infatti di aver previsto un evento “un po’ più forte” rispetto al 2.2/2.4 di L’Aquila, mentre nell’intervista concessa a Vespa, come ho già fatto notare, fa riferimento a un evento “molto più forte”. Le due cose sono chiaramente in contraddizione. Nel caso dell’irrilevante scossa prevista per il 28 a L’Aquila, Giuliani fa mostra di un orgoglioso puntiglio nello specificare di aver previsto un 2.2-2.4, perfettamente corrispondente alla scossa di 2.3 effettivamente verificatasi. Invece per quanto riguarda Sulmona egli glissa. Non è infondato il sospetto che egli, al momento di annunciare il sisma di Sulmona, sia rimasto troppo nel vago o abbia sbagliato di parecchio la magnitudo, ipotizzando (o inducendo a ipotizzare) un evento significativo. Magari compreso fra un 4.5 e un 5.0, qualcosa insomma di potenzialmente dannoso. Inoltre non sarebbe affatto sorprendente che la scossa di Sulmona fosse stata annunciata ad alcuni interlocutori privati (amici, colleghi, …) i quali potrebbero aver fatto rimbalzare l’allarme verso l’amministrazione di Sulmona in toni ancora più preoccupanti di quanto non fosse sensato in base alle previsioni di Giuliani. In fondo i dati del tecnico, a causa della sua leggerezza e imprevidenza, erano diventati praticamente di pubblico dominio.

Questa potrebbe essere la motivazione precisa della denuncia. Un’altra possibile e plausibile spiegazione è che la denuncia non abbia affatto a che vedere con le previsioni per il 28 e 29 marzo, ma dipenda invece da qualcosa avvenuto in giorni ancora precedenti. Infatti, per testimonianza esplicita di un’amica di Giuliani (Stefania Pace), tra le persone che avevano accesso ai dati online del tecnico ce ne erano state alcune che avevano preso l’iniziativa di rivolgersi a vari rappresentanti delle istituzioni. La stessa Pace, durante i primissimi giorni di aprile, aveva sollecitato un assessore di Poggio Picenze a organizzarsi, nel timore di una possibile scossa maggiore. Il sindaco di Sulmona potrebbe quindi aver ricevuto voci e dicerie incontrollate molto prima della scossa da 3.8 e aver proceduto alla denuncia per quel motivo. Dopo di che il sisma del 29 marzo si sarebbe andato ad aggiungere casualmente a una valanga già in movimento.

La denuncia appare comunque perfettamente corretta. Infatti per dare gli (eventuali) allarmi sismici esistono appositi enti a ciò preposti. Non è possibile e non è sensato che il primo privato che si sveglia, solo perché si è costruito qualche giocattolino rivelatore di radiazione gamma, pretenda di fornire pubblicamente dichiarazioni su presunti futuri eventi sismici. Tanto più che quel privato cittadino, come ripeto, un 3.8 fino a quel momento non lo aveva forse neppure mai visto (sin dal 2000, la prima scossa maggiore di 3.5 nell’aquilano è quella da 4.1 del 30 marzo). Se mai, possiamo dire che chi ha fatto la denuncia sembra essere stato l’unico ad aver fatto il proprio dovere in mezzo a tanti altri amministratori locali che invece hanno gravemente sbagliato.

I PICCOLI SISMI AQUILANI DEL 28

Ma torniamo ora alla previsione per L’Aquila del giorno precedente (27 marzo) che in effetti sembra essere stata assai precisa. In realtà anche in quel caso la precisione è più apparente che reale. Infatti Giuliani prevede “un” sisma con magnitudo pari a 2.2/2.4; invece nella giornata del 28 se ne verificano non uno, ma ben 3 di magnitudo grossolanamente comparabile a quella indicata. Più esattamente si contano, secondo i dati dell’INGV, due distinte scosse con magnitudo 2.4 e una con magnitudo 1.9. Insomma quella che parrebbe essere stata una previsione azzeccata, in realtà si rivela quanto meno largamente incompleta: egli azzecca, più o meno casualmente, un valore di magnitudo effettivamente verificatosi (per altro un valore basso e dunque assai facile a verificarsi nel contesto di uno sciame sismico in atto), però riesce a vedere, nella migliore delle ipotesi, un solo sisma su 3. E questa è ancora un’interpretazione benevola, mentre è senz’altro possibile vedere le cose con maggiore scetticismo: possiamo infatti pensare che Giuliani si illuda di vedere “qualcosa” che lascia semplicemente supporre la possibilità di un sisma minore e segnala quella possibilità stimando in qualche modo a occhio una magnitudo abbastanza probabile a verificarsi. La sua “previsione” finisce poi per giovarsi del gran numero di eventi di quei giorni e dell’elevata probabilità di beccarne almeno uno. Alla resa dei conti addirittura due distinti sismi o forse addirittura 3 finiscono per assomigliare a ciò che Giuliani aveva pronosticato. Ma allo stesso modo avrebbero potuto essere 10 o 30 oppure nessuno.

LA SCOSSA PRINCIPALE

Subito dopo la vicenda della previsione per Sulmona e la denuncia per procurato allarme notificatagli il 30 marzo, secondo Giuliani, il radon comincia ad aumentare nei dintorni di L’Aquila. Egli dichiara che vi è “un’innalzamento del radon al di fuori della norma”. Comunque, avendo appena ricevuto il suo avviso di garanzia, ovviamente esita a parlare. Per la verità il suo modo di tacere è assai peculiare: a coloro che gli chiedono qualcosa egli risponde usualmente con frasi tipo: “non posso parlare perché ho il telefono sotto controllo” oppure “non farmi parlare perché ho ricevuto l’avviso di garanzia”, però nel frattempo i suoi dati continuano a essere visibili in rete e, a coloro che gli telefonano, egli continua a fornire le sue previsioni. È emblematico a questo riguardo ciò che dichiara una sua amica, la già citata Stefania Pace, in un’intervista. Con riferimento alla notte fra il 5 e il 6 aprile, poche ore prima della scossa principale, la Pace dice di aver telefonato a Giuliani il quale le avrebbe risposto “se tu sei in macchina [...] non ti posso dire di più, ma comunque per mezzanotte ne dovrebbe arrivare un’altra.”

Ma torniamo agli avvenimenti che portano alla scossa principale. La sera del 5 aprile Stefania Pace telefona a Giuliani il quale va a controllare i suoi grafici e vi scorge un andamento anomalo. Secondo quanto racconta la ragazza, il tecnico aquilano pronostica una scossa (senza indicarne la magnitudo). Alle 22:48 (e dunque molto al di fuori dall’intervallo compreso fra 6 e 24 ore nel quale, secondo lo stesso Giuliani, le sue previsioni funzionano) se ne verifica una con Ml = 3.9, secondo i dati INGV. A quel punto la donna, intimorita, esce di casa con il figlio piccolo e possiamo supporre che altrettanto abbiano fatto anche altre persone. Dopo un po’ ritelefona a Giuliani il quale prevede una ulteriore scossa per la mezzanotte (di nuovo del tutto al di fuori dell’intervallo di validità dichiarato).

Alle 00:39 del 06-04-2009 si verifica una scossa con Ml = 3.5, secondo INGV.

Giuliani, chiamato al telefono da numerose persone, invita coloro che hanno case vecchie a passare la notte fuori casa.

Dopo la mezzanotte, ad un’ora imprecisata, un incaricato della Protezione Civile gira per la città e invita i cittadini che nel frattempo, allarmati, sono usciti, a rientrare nelle case sostenendo che non vi sono pericoli maggiori del solito. La gente, in genere, rientra in casa. Stefania Pace ritelefona a Giuliani il quale afferma che ci sarà una scossa più forte e la sollecita a non rientrare in casa. Ci sono voci sul fatto che intanto, verso la mezzanotte, la prefettura sia stata evacuata. Ma cosa vuol dire che la Prefettura è stata evacuata a mezzanotte? Chi c’era a quell’ora (della notte di domenica)? Il guardiano notturno? Oppure c’erano anche altre persone per qualche motivo? E quelle persone se ne sono andate “perché” temevano un sisma o solo perché non avevano più motivo di rimanere?

Nonostante le sollecitazioni della Protezione Civile, Stefania Pace, assieme a un’amica (Patrizia) si convince che è bene spingere la gente del posto a star fuori, anche in considerazione che la sua è una zona (località Il Colle) di case di pietra molto vecchie e fragili. Stefania, suo marito e l’amica Patrizia cominciano dunque a suonare ai campanelli e a svegliare la gente spingendo tutti quelli che possono a uscire.

Altre persone (in località S. Antonio) vengono raggiunte via SMS. Alle 3:32 viene la scossa principale; L’Aquila si sgretola nel rombo sordo della Terra che si scuote e di lì a poco, assieme alle grida e al pianto, sulle macerie s’accende la polemica.

LA PRESUNTA SCOSSA DEL 27 APRILE

In data 27 aprile 2009 Giuliani si cimenta, forse senza volere, in un’ulteriore previsione (che viene riportata in un’intervista a Byoblu). Se ci azzeccasse anche questa volta ci sarebbe forse motivo di cominciare a studiare la situazione, ma invece le sue parole aiutano a mettere in evidenza tutti i limiti delle sue tecniche.

Già dal 26 aprile si è diffusa la voce di un nuovo sisma previsto da Giuliani. La realtà però è diversa. La voce riguardante il sisma esiste e si propaga veramente, non è chiaro tuttavia quale ruolo abbia il tecnico aquilano in tutto ciò. Vi sono testimonianze di varie persone che confermano che addirittura i carabinieri, in modo non ufficiale, si danno da fare per evacuare certi edifici o per suggerire cautamente di uscire all’aperto. Ma chi li ha messi in allarme?

In un video pubblicato da Byoblu Giuliani afferma di aver reso disponibili i suoi grafici recenti per soggetti non identificati e lascia capire che si tratta di qualche non identificato rappresentante delle istituzioni; quest’ultimo, avendo notato un forte incremento del radon, avrebbe poi innescato la catena delle evacuazioni preventive “non ufficiali”. Ma in effetti Giuliani, in quell’occasione, ha previsto un sisma? La risposta è ni. Evidentemente lo sconosciuto personaggio che ha sollecitato le evacuazioni non può aver agito che con il conforto di Giuliani stesso, dato che solo lui è in grado di dare un valore e un significato ai suoi dati. D’altronde il tecnico ufficialmente non si è pronunciato in modo esplicito, probabilmente per il timore di ricadute giudiziarie. Che Giuliani, però, ritenesse possibile un sisma è indirettamente, ma chiaramente confermato dal fatto che, nel video già citato, egli conferma l’incremento del radon definendolo testualmente “un forte incremento di radon” dopo di che aggiunge: “che però si potrebbe risolvere scaricando in diversi colpi … spero non in tutt’uno”.

Giuliani afferma che l’incremento di radon si è verificato da “ieri sera” ossia, considerando che l’intervista è del 27 aprile, a partire dal 26.

Se andiamo a fare un po’ di verifiche tuttavia scopriamo che l’andamento dei sismi fra i giorni 26, 27 e 28 non mostra nessunissima irregolarità che possa corrispondere all’incremento di radon osservato. In particolare, considerando le scosse con Ml uguale o superiore a 2, abbiamo che sin dal giorno 14 aprile in poi, sia pure con qualche ovvia oscillazione, il numero di scosse ha sempre seguito un regolare andamento discendente. I giorni 26, 27 e 28 non fanno eccezione e rientrano pienamente nell’andamento generale. Anche l’andamento dei valori massimi giornalieri delle magnitudo rilevate non presenta anomalie. Insomma l’incremento (forte) di radon non ha avuto proprio nessuna conseguenza sismica apparente.

A questo punto le parole di Giuliani nell’intervista del 27 aprile parrebbero avere scarso rilievo … ma invece hanno una portata straordinaria. Esse ci dicono che:

1)       non vi è certezza (Giuliani non è in grado di capirlo e ammette ambedue le possibilità) su quando un incremento di radon sia connesso a un solo sisma forte o a molti di minore intensità;

2)       Giuliani non è in grado di dare una stima numerica della potenziale magnitudo del sisma e si deve limitare a dire che l’incremento di radon è “forte”;

3)       Giuliani in definitiva non ci azzecca; il suo “forte incremento di radon” passa e se ne va senza nessuna conseguenza apprezzabile.

E LE VANUATU?

Poco più di un mese dopo il tecnico aquilano è nuovamente coinvolto in una specie di strana previsione.

Un blogger che si è molto occupato della vicenda del terremoto aquilano (Claudio Messora, del blog Byoblu) parla con Giuliani il 2 giugno, alle ore 9:30 del mattino, e riporta una parte del contenuto della conversazione nel suo blog.  Messora scrive testualmente quanto segue.

“Ieri mattina alle 9.30, Giuliani mi stava raccontando di come dalla sera prima i suoi strumenti indicassero un imminente forte sisma, almeno un sei di magnitudo, dall’altra parte del pianeta. Alla fine del nostro colloquio, durato fino alle undici – che metterò online in più parti – arriva una telefonata. Un sisma di grado 6.5 si era verificato circa alle 4.17 (ora italiana) nei pressi delle Isole Vanuatu, nel Pacifico. Ho visto una venatura di comprensibile soddisfazione allargarsi come una faglia sul suo volto, mentre un collaboratore gli comunicava la notizia.”

E qui si rasenta il grottesco. Pensare che in Abruzzo si liberi del radon in preparazione di un sisma, per altro neppure troppo grave, che avverrà dall’altra parte del pianeta è una cosa che fa schiattare dalle risate. Se mai ciò accadesse veramente, poichè ogni giorno al mondo si verificano decine di sismi e poiché il radon si genera, in misura variabile, anche dove di sismi non ce ne sono affatto, sarebbe comunque impossibile discriminare gli effetti che si riferiscono alle varie zone del nostro pianeta l’uno rispetto all’altro. A ciò si aggiunga che, lo abbiamo appena visto, già solo con il radon locale, le correlazioni non sono per niente chiare e Giuliani è costretto a rinunciare alle certezze “sperando” che l’energia di dissipi in più scosse deboli, invece che una sola forte. La conclusione può essere una sola. Il tecnico aquilano ha completamente perso la testa. La notorietà, evidentemente, ne ha compromesso la lucidità.

ILLUSTRI STUDIOSI APPOGGIANO LE TESI DI GIULIANI … PER ESEMPIO IL DR. MORETTI …

Gli organi di informazione e lo stesso Giampaolo Giuliani hanno a più riprese asserito che studiosi di tutte le provenienze hanno dato ragione a Giuliani. La cosa mi pareva sospetta (sebbene il mondo sia pieno anche di studiosi che hanno idee strampalate e “proprio per questo” sia necessario che tutte le teorie siano verificate e validate dalla comunità scientifica nel suo complesso). Per togliermi i dubbi sono andato a fare qualche verifica. Uno dei nomi di scienziati pro-Giuliani in cui mi sono imbattuto più frequentemente nei blog e nei forum è quello del dr. Antonio Moretti. Ed ecco cosa ho trovato.

Antonio Moretti è personaggio che conosce il Giuliani molto bene e lo conosceva ben prima del sisma aquilano. Il suo atteggiamento verso Giampaolo Giuliani è assai benevolo, direi quasi affettuoso. Ma, nonostante ciò, Moretti in realtà non se la sente affatto di schierarsi con lui: in un articolo pubblicato su un quotidiano online (il Capoluogo d’Abruzzo) in tempi non sospetti (il 22 marzo 2009), pur non volendo essere troppo duro, ritiene opportuno richiamare il tecnico a un briciolo di sana obiettività e prendere le distanze dagli entusiasmi sul suo metodo di previsione. Moretti, fra l’altro, scrive:

È indubbiamente un metodo promettente, che tuttavia ha bisogno di moltissime precauzioni per fornire dati che, insieme a molti altri parametri e fenomeni precursori, indichino una probabilità significativa di accadimento di una scossa sismica.

E poco più sotto:

Nonostante questo, il valore di una sola stazione, ed ancor meno di un solo parametro (ossia l’emissione di radon, N.d.C.), non è assolutamente significativo: occorre associare dati di molti parametri potenzialmente precursori, ed interpretarli in funzione di stati di allerta di diverso livello: in occasione di grandi terremoti (magnitudo >6) è stato osservato che il flusso di radon può aumentare anche per mesi prima dell’evento …

Per poi concludere il suo articolo con un eloquente:

… prevedere i terremoti e salvare molte vite umane si potrà fare [...] basta con le Cassandre fai-da-te, la pelle delle persone è una cosa seria [...] Giampaolo Giuliani ha imboccato la strada giusta e sono sicuro che potrà dare un importante contributo alla scienza sismologica, ma [...] non è giusto, e nemmeno corretto, addebitargli responsabilità che non gli competono. Buon lavoro Giampaolo e … PRUDENZA!!!!!!

Sono parole chiarissime, ma volendole tradurre in termini ancora più espliciti potremmo riepilogarle come segue: Giampaolo Giuliani non può essere l’interlocutore delle istituzioni. È una responsabilità che non gli compete. Il suo metodo è interessante, ma per adesso non è affidabile e non lo sarà probabilmente mai, a meno che i dati che ne derivano non vengano considerati assieme a quelli di numerosi altri precursori. E anche quando ciò accadrà, probabilmente non sarà possibile prevedere un sisma in modo secco, ma bisognerà ragionare soltanto in termini di livelli crescenti di allerta (ossia di probabilità).

Dato che Moretti è considerato uno che dà ragione a Giuliani c’è da chiedersi come sia possibile che qualcuno abbia interpretato le sue parole come favorevoli al tecnico abruzzese. Credo che l’unica possibile spiegazione stia nell’ignoranza che dilaga: si parla per sentito dire, senza documentarsi e, persino quando ci si documenta, senza capire. Poi ognuno ha le sue verità prefabbricate e cerca di fare in modo che i fatti si incastrino nelle proprie idee. Nel caso dell’articolo di Moretti probabilmente espressioni come “metodo promettente” e altre sono state usate per piegare alle proprie convinzioni il senso dell’articolo, senza rendersi conto del fatto che esse hanno solo un valore umano e non scientifico (rispetto alle chiarissime prese di distanza).

I RUSSI

Se Moretti invita Giuliani alla prudenza, cosa dovremmo dire del fantomatico prof. Alekseenko? Ove si escluda il breve documento del 2006 in cui Giuliani ne parla, non se ne trova traccia da nessun altra parte. Sembra scomparso nel nulla come certe vittime della mafia. Possibile che proprio lui che ha seguito sin dall’inizio il lavoro di Giuliani (e forse vi ha anche contribuito) non si faccia sentire chiaramente? Non sostenga con orgoglio le teorie del tecnico aquilano? Non intervenga in difesa del valore dei dati prodotti? Viene da pensare che in fondo egli sia il primo a non crederci, in quei dati.

Altri studiosi vengono tirati in ballo da Giampaolo Giuliani. Si fa riferimento a scienziati della NASA, a russi, a israeliani e via elencando. Il blogger Claudio Messora afferma di averli visti con i suoi occhi. Ma tutte queste presunte collaborazioni, in quasi dieci anni, non hanno ancora prodotto neppure l’ombra di un articolo su una rivista specializzata o di una teoria che abbia la parvenza di essere non dico accettata, ma almeno presa in considerazione dalla comunità scientifica. Di tutte queste collaborazioni non esiste un prodotto tangibile, se non le parole di Giuliani stesso. Invece di studiosi che apertamente e con totale chiarezza si schierano contro Giuliani e sostengono teorie opposte se ne possono trovare ovunque. Non è un caso che Science, probabilmente la più importante rivista scientifica del mondo, in un articolo a firma di Richard Kerr del 17 aprile 2009 si sia schierata contro Giuliani dando spazio a esponenti dell’INGV. E non è un caso che anche la sismologa Susan Hough dell’USGS (l’istituto che costituisce l’omologo dell’INGV negli Stati Uniti) abbia dichiarato esplicitamente, in una intervista pubblicamente disponibile in Internet al sito dell’USGS, che attualmente i terremoti non possono essere previsti.

E comunque, per l’ennesima volta lo scrivo, gli scienziati veri o presunti della NASA, i russi, i giapponesi, l’USGS e tutti gli altri, fin quando Giuliani non produrrà dei dati ufficiali, cristallizzati e pubblicati, accessibili e verificabili per chiunque, non contano nulla. Giuliani, per ora è e rimane nulla più di un dilettante il cui lavoro in quasi dieci anni non ha prodotto nessun risultato verificabile.

INSOMMA …

A valle di questa ricostruzione possiamo riepilogare i concetti espressi e quelli direttamente deducibili. Una serie di chiare affermazioni possono, a mio giudizio, esser fatte. Eccole.

1)       Giuliani non ha mai “previsto” la scossa maggiore del 6 aprile. Egli si è semplicemente accorto che i grafici mostravano un incremento del radon e ha temuto che accadesse qualcosa. Ma il suo timore non costituisce una previsione scientificamente valida. Per puro caso ci ha in qualche modo azzeccato. Poiché però non sempre si è fortunati, quando poi egli ha visto un nuovo “forte incremento di radon” (fra il 26 e il 27 aprile) di fatto nessuna scossa a esso associabile si è verificata.

2)       Giuliani non è in grado di quantificare il rischio connesso ai picchi di radon che egli osserva. Nei colloqui con Stefania Pace tra il 5 e il 6 aprile si è sempre mantenuto molto sul vago suggerendo di non rientrare in casa, ma astenendosi da qualsiasi previsione precisa e di fatto non ha mai parlato di una scossa catastrofica.

3)       Giuliani non è in grado di sapere se un certo accumulo di tensioni nella crosta (che si manifesta mediante emissione di radon) provocherà una sola forte scossa o un gruppo di scosse minori.

4)       Giuliani non è serio oppure non ha neppure la capacità di capire ciò che lui stesso afferma. La pretesa previsione del terremoto alle Vanuatu è semplicemente grottesca. A meno che egli non avesse deciso deliberatamente di mentire. Non so quale delle due cose sia la peggiore.

A queste considerazioni se ne possono aggiungere almeno un altro paio di natura scientifica.

Per prima cosa, anche se nessuno finora (per quanto ne so) pare averci fatto caso, le previsioni di Giuliani non si basano direttamente sull’accumulo di radon, ma piuttosto dei suoi prodotti di decadimento, prodotti che si formano nel corso di più giorni dopo che il radon si è, a sua volta formato. Possiamo semplificare il discorso dicendo che, fra il picco di accumulo del radon e ciò che Giuliani realmente rileva, passano la bellezza di quasi quattro giorni! Poiché il tecnico aquilano sostiene che i suoi picchi anticipano gli eventi di un tempo compreso fra le 6 e le 24 ore si deve dedurre che la liberazione di radon precede regolarmente le scosse di un tempo compreso (approssimativamente) fra 4 e 5 giorni. E questo è davvero piuttosto inverosimile. Non si riesce a capire perché mai debbano essere proprio quattro e non quattordici o cinquantaquattro.

Una seconda osservazione riguarda le affermazioni del tecnico abruzzese secondo cui, disponendo di tre rilevatori, sarebbe possibile ricavare la posizione dell’ipocentro previsto mediante una triangolazione. Questa è una fesseria davvero grossolana. Giuliani ragiona per analogia con quanto si fa usando i sismografi, ma dimentica che i sismografi sono sensori che rilevano un unico fenomeno fisico (una frattura della crosta terrestre) mediante le onde emesse in corrispondenza di quel fenomeno. Inoltre le onde sismiche si propagano secondo leggi (relativamente) semplici e invarianti rispetto al contesto. È vero che il loro comportamento varia al variare del tipo di mezzo attraversato, ma è altrettanto vero che le variazioni sono relativamente piccole e comunque possono esser appianate mediante opportuni correttivi. Invece quando si misura il radon in località differenti non si sta misurando lo stesso fenomeno: il radon non si genera in corrispondenza di un’unica faglia (quella ove si scatena il sisma) per poi propagarsi, bensì si libera localmente come effetto di innumerevoli microfratture distinte ognuna delle quali ha un comportamento diverso in dipendenza delle caratteristiche locali del suolo. Le operazioni di triangolazione con i dati di rilevatori di radon non sono banali come quelle con i sismografi e non è neppure detto che siano lecite. O quanto meno la loro liceità va dimostrata dati alla mano e in un ampio numero di casi. Giuliani non solo non risolve il problema, ma la cosa più grave è che non si rende neppure conto della sua esistenza. E questo la dice lunga!

Giorgio Penco

Galileo Galilei nell’anno internazionale dell’Astronomia

giugno 16, 2009

galileo dialogo 208x300 Galileo Galilei nellanno internazionale dellAstronomiaIl Mensa Italia celebra Galileo Galilei Il 2009 e’ l’anno internazionale dell’astronomia. 400 anni fa, nel 1509, lo scienziato italiano Galileo Galilei alzo’ al cielo per la prima volta il suo cannocchiale, strumento che non aveva inventato, ma che perfeziono’ ed utilizzo’ in modo del tutto innovativo, dando inizio ad un’epoca di scoperte straordinarie.
Il Mensa Italia ha celebrato la ricorrenza dedicando proprio al grande astronomo e teorico della scienza un incontro intitolato: Galileo – Il cielo in una… lente.  L’incontro, coordinato dalla Prof.ssa Maria Vittoria Barbarulo, si e’ svolto il 24 maggio scorso.
Il video della conferenza e’ disponibile qui.

Un grande spreco, fortemente voluto

maggio 14, 2009

Tra i numerosi luoghi comuni, infondati ma pervicacemente radicati, con cui sono costretto a misurarmi nelle ormai pluridecennali esperienze di divulgazione sulle tematiche energetiche, ve n’è uno che tanto più viene vissuto come certezza dai miei interlocutori, tanto meno poggia su giustificazioni razionali: si tratta della convinzione che il combustibile più adatto a produrre elettricità sia il gas metano.

figura 1 opt Un grande spreco, fortemente voluto

Un tratto della storia della centrale termoelettrica situata a Fusina, in riva alla laguna di Venezia, la centrale “A.Palladio” (fig. 1), definita “policombustibile” perché in grado di utilizzare tutti i combustibili fossili, mi ha spinto ad approfondire un aspetto che quasi tutti danno ormai per scontato. Si ignora così o si misconosce una contraddizione che qualcuno, vista l’attuale situazione energetica italiana e le crescenti preoccupazioni per il progressivo ridursi della disponibilità di combustibili fossili sul pianeta, potrebbe giungere a definire “crimine energetico”.

Prima di entrare nel cuore della questione, è indispensabile esaminare alcuni aspetti del quadro in cui essa si colloca.

Il metano, come il petrolio, è un idrocarburo originatosi – a partire da oltre 230 milioni di anni fa – dalla fossilizzazione, in condizioni di temperatura e pressione particolari, dei resti di plancton ed alghe accumulatisi per lunghi periodi di tempo sul fondo marino. Gli strati di materia organica, animale e vegetale, portati dai movimenti tettonici alla profondità opportuna, hanno dato origine a composti di idrogeno e carbonio in forma gassosa (metano), liquida (petrolio) e semisolida (bitumi).

Anche se in pratica il greggio è sempre accompagnato da un certo quantitativo di gas, i giacimenti sfruttabili di metano sono distribuiti sul pianeta in luoghi che non coincidono sempre con la presenza di petrolio. Le maggiori riserve sono concentrate principalmente in Russia, Iran e Qatar.

Il trasporto sino ai luoghi di consumo, in tubazioni lunghe migliaia di km, risulta tecnicamente possibile e conveniente. Incontra però problemi pressoché irrisolvibili quando si debbano attraversare oceani profondi ed è esposto a rischio elevato quando i metanodotti attraversano aree politicamente poco affidabili o socialmente pericolose.

Inoltre la bassa densità, che caratterizza questo combustibile allo stato gassoso, rende molto problematico accumularlo in riserve o stoccaggi in quantità tale da garantirne la disponibilità per lunghi periodi, soprattutto se si è in presenza di elevati livelli di consumo. In caso di pesante riduzione o sospensione dell’approvvigionamento quotidiano dalle lontane fonti di estrazione, i quantitativi non certo abbondanti stoccati in tempi di forniture abbondanti difficilmente possono garantire il funzionamento di tutto un  sistema (industriale, produttivo e civile) per il tempo necessario al superamento della crisi. La cosa risulta aggravata dall’inevitabile incertezza sui reali quantitativi che del metano stoccato sarà concretamente possibile estrarre.

figura 2 opt Un grande spreco, fortemente volutoDa alcuni anni si utilizza anche un metodo di approvvigionamento alternativo, usando speciali navi gasiere (fig. 2). Nei pressi dei luoghi di estrazione il  gas viene trasformato in GNL (Gas Naturale Liquefatto) in impianti di liquefazione dove viene portato ad una temperatura di -160°C, che ne riduce il volume di 600 volte. Il GNL, caricato nei serbatoi delle gasiere, può essere trasportato a grandi distanze in tutto il mondo; a destinazione viene riscaldato e riportato allo stato gassoso in particolari impianti di rigassificazione ed immesso in rete per il consumo.

Percentuali crescenti di GNL soddisfano esigenze sempre maggiori di consumo del metano e la costruzione di infrastrutture di liquefazione e rigassificazione si sta intensificando in tutto il mondo. Ma il timore di gravi incidenti tende a rappresentare un freno alla realizzazione di questi impianti.

Il GNL, in quanto tale, non può incendiarsi per carenza di ossigeno e quindi lo scoppio di una gasiera è del tutto improbabile, se non impossibile. Va invece presa in considerazione l’eventualità che il GNL, a causa di un incidente marino, possa fuoriuscire e, riscaldato dalla temperatura dell’acqua di mare, ritornare allo stato gassoso disponendosi in atmosfera ad un livello di concentrazione tale da rendere possibile l’innesco di un incendio.

Le grandi quantità in gioco e l’enorme aumento di volume che si realizza in fase di ritorno del GNL allo stato gassoso, giustificano qualche preoccupazione e suggeriscono la massima prudenza e perizia nella costruzione e nella gestione di tali impianti per assicurare livelli altissimi di sicurezza.

Il dato più significativo della situazione e della prospettiva di questa, che tra le fonti fossili è di gran lunga la più “pulita”, è la durata che si stima possono avere le sue riserve presenti sul pianeta, calcolata ipotizzando che ogni anno se ne continui ad estrarre un quantitativo identico all’attuale: poco più di 60 anni, con un picco massimo di produzione che dovrebbe collocarsi tra il 2030 ed il 2040.

In Italia il metano arriva quasi esclusivamente attraverso tre metanodotti che ci collegano al Nord Africa (40%), alla Russia (35%) ed al Nord Europa (20%). A Panigaglia in Liguria funziona dagli anni ‘60 un piccolo rigassificatore  a cui attraccano gasiere di modesto tonnellaggio. A fine 2009 dovrebbe entrare in funzione il nuovo rigassificatore di Porto Viro (RO), collocato in mare a circa 15 chilometri dalla costa con una capacità di oltre 8 miliardi di m3 di GNL all’anno. Presto riceverà gasiere provenienti soprattutto da Qatar: Gas Qatar Terminal Limited, Exxon Mobil e Edison ne sono i proprietari.

A gennaio 2009 è stata autorizzata la costruzione di un rigassificatore a Porto Empedocle, sulla costa agrigentina. Il terminale avrà una capacità di 8 miliardi di m3 di gas l’anno e sarà gestito da Nuove Energie, società partecipata al 90% da Enel e per il 10% da imprenditori. Tra quattro o cinque anni sarà in grado di ricevere il gas che prima arriverà dalla Nigeria.

Il fabbisogno complessivo nazionale si aggira ormai attorno ai 90 miliardi di m3, mentre la produzione interna supera attualmente di poco i 10 miliardi di m3. Va evidenziato che mentre la richiesta al consumo cresce mediamente del 6-7% all’anno, la produzione nazionale diminuisce costantemente: nel 1994 superava i 20 miliardi di m3 e copriva il 42% del fabbisogno.

La quota maggiore del metano importato (circa il 40%) viene bruciata per produrre elettricità. E pensare che solo pochi anni fa era il settore industriale il maggiore consumatore di questo combustibile, seguito dal settore civile-agricolo. La situazione è velocemente cambiata, tanto che ora in Italia esso rappresenta più del 50% dei combustibili fossili trasformati in elettricità e se ne auspica l’incremento.

Ciò è avvenuto sotto la forte spinta dell’opinione pubblica, facilmente conquistata e convinta da semplicistiche parole d’ordine, da tempo bandiere di ambienti eco-ambientalisti, ma anche a causa dei consistenti interessi economici di molti produttori d’energia: le centrali elettriche a turbogas possono essere realizzate in tempi molti brevi, con difficoltà burocratiche, costi e personale nettamente inferiori rispetto alle altre.

Ha significativamente contribuito anche l’impegno a rispettare le indicazioni del “Protocollo di Kyoto”, che ad ogni Paese firmatario assegna una quota complessiva di anidride carbonica da immettere in atmosfera, senza distinguere in alcun modo le fonti di provenienza. Pur trattandosi di un obiettivo condivisibile, si sono create involontariamente alcune gravi distorsioni come, appunto, la crescita dei consumi di metano per produrre elettricità (uno dei sistemi più “facili” per ridurre le emissioni di CO2) o il mercato, non sempre limpido, dei “certificati verdi” che si possono acquistare, anche a livello internazionale, da chi per qualunque motivo riesce a produrre meno anidride carbonica del consentito.

Ora, dopo aver ricordato che sino alla metà degli anni ‘80 la Comunità Europea scoraggiava esplicitamente l’uso del metano nell’industria termoelettrica (la direttiva fu ritirata per pressioni ambientaliste), esaminiamo perché il metano non dovrebbe mai superare i cancelli di una centrale elettrica.

In generale, qualunque sia il combustibile utilizzato in una centrale termoelettrica tradizionale, solo il 35-40% della sua energia si “trasferisce” nell’elettricità prodotta; il resto viene irrimediabilmente perso nelle varie trasformazioni del ciclo produttivo (generazione del calore, trasformazione dell’acqua in vapore, funzionamento della turbina e dell’alternatore, condensazione del vapore, trasformazione dell’energia elettrica, ecc.)

figura 3 opt Un grande spreco, fortemente volutoLo schema di (fig. 3) mostra come le perdite relative alle conversioni del combustibile in calore e poi in energia elettrica possono arrivare fino al 65%. Nelle centrali più moderne alcuni miglioramenti sono stati raggiunti ma l’ordine di grandezza permane, determinato da leggi fisiche riguardanti la meccanica e la termodinamica.

Non si può trascurare che la maggior parte delle centrali termolettriche, realizzate negli ultimi anni, sono state pensate, progettate e costruite per scopi particolari: copertura delle “punte” dei consumi di elettricità. L’elettricità immessa in rete é identica in qualsiasi momento, ma quella immessa nei momenti di “punta” della richiesta, cioè quando tutti i tipi di consumatori (industria, commercio, trasporti, settore civile, ecc.) chiedono contemporaneamente energia, è particolarmente pregiata e spunta i prezzi più alti nel mercato elettrico.

Se ci riferiamo all’energia elettrica prodotta da una centrale turbogas, il dato del rendimento scende nettamente e può oscillare tra un quarto e un quinto. Aumenta invece a oltre il 50% nel caso che l’elettricità venga prodotta in un impianto a “ciclo combinato”, grazie al collegamento dei due diversi cicli termodinamici, quello del turbogas e quello della centrale a vapore. Fortunatamente sono questi gli impianti che in Italia utilizzano la maggior parte del gas. Va ricordato che il gas utilizzato nelle abitazioni, negli edifici pubblici e nelle aziende artigianali per usi termici diretti (cottura dei cibi, riscaldamento degli ambienti e dell’acqua, piccoli processi di fusione, lavorazioni fini, ecc.) ha rendimenti di norma superiori al 90%, così come avviene nella fase della sola generazione di calore che si realizza nella caldaia delle centrali termoelettriche.

Nell’impiego diretto in usi finali, il potenziale energetico di un metro cubo di gas utilizzato per generare calore viene sfruttato quasi completamente. In misura quindi più che doppia di quando viene usato per alimentare una centrale elettrica. In una centrale infatti, dopo la generazione di calore, l’energia subisce numerose altre trasformazioni (e perdite) prima di essere impiegata come energia elettrica nell’uso finale.

Ciò dovrebbe far molto riflettere, tenendo anche presente che il metano è il combustibile più adatto a un uso meno intensivo e altamente distribuito sul territorio, in quanto intrinsecamente meno inquinante: non richiede alcuna particolare tecnologia di trattamento ed è piuttosto facile da trasportare. Anche in una centrale elettrica l’impatto ambientale del gas è inferiore a quello degli altri combustibili fossili ma, considerato che le riserve mondiali di gas presentano una durata di poco superiore a quelle del petrolio, risulta inaccettabile sprecarne spensieratamente un’enorme quantità. Scelta più intelligente e razionale sarebbe conservarlo più a lungo nel tempo, destinandolo a impieghi meno massivi e più diffusi nella struttura civile e artigianale, in particolare in campo farmaceutico, dove l’impiego del metano sembra del tutto privo di sostituti.

Si sfrutterebbero così molto meglio le  sue potenzialità energetiche e chimiche.

Pare più ragionevole produrre elettricità con combustibili fossili meno pregiati e dotare gli impianti di efficaci sistemi di abbattimento e cattura degli inquinanti, piuttosto che esaurire anzitempo un combustibile che presenta caratteristiche ineguagliabili. Il gas può essere usato in micro impianti diffusi sul territorio con basso impatto ambientale ed elevati rendimenti. Il suo impiego oculato può garantire efficacemente la preparazione dei cibi e il riscaldamento degli ambienti per un tempo molto lungo, in attesa che si consolidi la lunga e difficile transizione all’elettricità decentrata da fotovoltaico ed eolico.

O forse non è ancora giunto il momento di considerare indispensabile usare al meglio tutte le risorse energetiche disponibili, da vecchie e nuove fonti?  E, magari conservare più a lungo possibile il metano affinché i nostri figli e nipoti possano averne ancora a disposizione per gli usi che il carbone non può soddisfare?

Sarebbe quindi opportuno ripensare velocemente ad un uso più intelligente del metano, preziosissimo combustibile, ed investire in ricerca e tecnologia per ridurre l’impatto degli altri combustibili fossili a livelli simili a quelli del gas: le centrali elettriche, sistemi concentrati e complessi ad alta intensità energetica, giustificano agevolmente l’impiego di enormi risorse per salvaguardare l’ambiente.

La centrale “A.Palladio” di Fusina, da questo punto di vista, rappresenta un esempio clamoroso.

Nata con le usuali caratteristiche di un “progetto fine anni ‘60″, l’apparato del suo “settore fumi” fu gradualmente migliorato, restando però al di sotto delle più stringenti esigenze ambientali emerse già negli anni ‘80, tanto che nella seconda metà di quel decennio dovette abbandonare completamente la combustione del carbone.

A tale proposito va ricordato che in quel periodo era stata a lungo discussa ed esaminata, ai livelli più elevati di una importante forza politica, una dettagliata proposta per chiedere alla proprietà dell’impianto di investire diverse centinaia di miliardi di lire per introdurre subito le tecnologie, già da tempo applicate con successo in Germania, capaci di “pulire” i fumi e ridurre drasticamente l’immissione di inquinanti in atmosfera.

Proprio nella fase conclusiva la proposta fu abbandonata, sacrificandola alle “superiori esigenze” politiche che puntavano ad un importante accordo con i movimenti ambientalisti, ormai lanciati nello schierare i veneziani, soprattutto i cittadini di Marghera, sulla pretesa di un passaggio a metano da subito e senza alternative, come poi in effetti accadde.

Dopo qualche anno fu la proprietà a prendere autonomamente la decisione di investire 600-700 miliardi di lire, realizzando un nuovo complesso sistema di depurazione dei fumi che permise la ripresa, nei primi anni ‘90, della combustione del carbone, nel pieno rispetto delle più stringenti prescrizioni legislative.

Nel tempo gli investimenti, sempre nell’ordine di decine se non centinaia di milioni di euro, si sono susseguiti, tanto che ora questo impianto si colloca ai vertici assoluti nel rispetto dell’ambiente per impianti alimentati a carbone, con immissioni in atmosfera che – fatta salva l’anidride carbonica – sono paragonabili a quelle di una centrale funzionante a metano.

In effetti, la combustione del carbone produce comunque maggiori quantità di CO2 rispetto a quella del metano ma, ricordando il preoccupante quadro generale delle risorse energetiche disponibili per l’umanità e la situazione particolarmente delicata e critica degli approvvigionamenti del gas in Italia, proprio questo aspetto potrebbe essere individuato come punto di partenza di una nuova sfida: la cattura e il confinamento definitivo dell’anidride carbonica.

Esiste qualche impianto sperimentale in funzione al mondo; le idee sono già abbastanza chiare e gli aspetti tecnologici non sono insuperabili, anche se persistono problemi di varia natura.

Su questo punto, arduo ma altamente risolutivo, andrebbero concentrate le attenzioni, le risorse, la ricerca e l’impegno ambientalista: si tratta evidentemente di un obiettivo alto, che rifugge da semplificazioni e dalla facile acquisizione del consenso, ma è l’unico che può dare risposte positive sul fronte del rispetto ambientale e della massima efficienza nell’utilizzo delle ultime risorse di energia fossile disponibili sul pianeta.

Ammesso e non concesso che ciò basti e non sia invece necessario cominciare, da subito, a cambiare radicalmente la stessa concezione su cui si basa l’organizzazione delle società più avanzate: abbandonare l’utopia della crescita costante e ridefinire le regole di convivenza attorno ad un obiettivo condiviso di decrescita.

Non tanto e non solo per evitare l’aggravarsi dei problemi ambientali ma perché le quantità di energia, complessivamente disponibili in natura, non sembrano più in grado di soddisfare, in tempi brevi, la crescente richiesta dell’umanità.

Ma questa è ben altra storia.

Mirco Rossi

Liquidity Risk

aprile 20, 2009

rischio Liquidity RiskLiquidity Risk: Comparing Regulations Across Jurisdictions and the Role of Central Banks

Published in 2007, at the outset of the financial crisis, this analysis is still enlightening. Liquidity risk regulatory approaches across countries are examined alongside the roles, limitations and responsibilities of both supervisors and financial entities in identifying and implementing effective liquidity risk management policies and practices. In addition, the paper takes a first step toward suggesting the direction that supervisors can begin to take in encouraging best practices for liquidity risk management, including an endorsement of dynamic stochastic analytical methodologies that go beyond conventional techniques for assessing future risk exposure.

The paper, written by Fabio Battaglia and Mario Onorato of Algorithmics, a leading vendor of risk management solutions for banks and financial institutions, can be downloaded here:

Additional links:

Liquidity Risk Management: Assessing and Planning for Adverse Events

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