Gesù senza i miracoli

Ottobre 6, 2008

di Giorgio Penco

L’estate ha ormai lasciato il posto all’autunno e le vacanze estive, per quasi tutti, sono terminate.Anch’io sono tornato, ahimè, a casa e all’usato posto di lavoro. Le mie due settimane scarse di ferie le ho trascorse in alta Valtellina, nei pressi di Bormio, dove i pizzoccheri pizzoccherano e gli sciatt crescono nei piatti come funghi in un bosco. Sono state vacanze serene e luminose; il cielo era sempre pulito e azzurro al mattino e tale rimaneva fino alle prime ore del pomeriggio, quando delle piacevoli nuvolette bianche e batuffolose iniziavano a formarsi, sparse qua e là come pesciolini dispersi nel mare. Nel tardo pomeriggio, poi, le poche nubi sparse si trasformavano in nuvoloni estesi e scuri e, non di rado, in serata cominciava a piovere minacciando l’arrivo di giorni e giorni di diluvi. Ma poi, miracolosamente, al sorgere d’ogni nuovo mattino, il cielo era di nuovo terso e luminoso.

Ho scritto “miracolosamente” perché in effetti proprio di un miracolo si trattava. Infatti subito prima delle ferie avevo lungamente meditato e pregato affinché le mie vacanze fossero benedette da un clima favorevole. Poiché la mia fede era stata grande e il mio spirito sempre vicino alla Divinità, la mia preghiera è stata esaudita e il tempo è sempre rimasto clemente. A conferma di ciò posso anche aggiungere che, non casualmente, proprio nel giorno in cui sono finite le mie ferie (lunedì 1 settembre), la Valtellina è stata coperta sin dal mattino da una spessa coltre di nere nubi temporalesche e, mentre mi apprestavo a caricare i bagagli per la partenza, la pioggia iniziava a cadere copiosa.

Dunque è chiaro: non si è trattato di un caso. Avrebbe potuto forse esserlo se la cosa fosse avvenuta per un solo giorno o per due, ma poiché essa si è ripetuta per tutta la durata delle ferie è evidente che vi è stato qualcosa di sovranaturale: siamo chiaramente di fronte a un miracolo. Chiunque di voi può documentarsi, se lo vuole, riguardo alla situazione meteorologica nella zona di Bormio e di Valdidentro nel periodo compreso fra il 20 agosto e il giorno 1 settembre.

Ma ho l’impressione che non mi crediate. Nonostante io sia stato del tutto sincero nel raccontare gli eventi climatici e nonostante quei fatti siano stati davvero abbastanza singolari, sono certo che parecchi di coloro che mi leggono non vorranno credere che io sia stato protagonista di un vero miracolo. Mi pare già di sentire le obiezioni di chi invoca il caso, di coloro che sospettano io abbia mentito, di tutti quelli che non si pongono neppure il problema di capire dove sia l’errore, ma semplicemente escludono che un vero miracolo possa essere stato provocato dalle mie preghiere. In effetti anche io al posto loro sarei scettico.

In questi casi, di fronte ai dubbi razionalistici dei miscredenti, coloro che “sanno” che un miracolo è avvenuto hanno un solo classico argomento a disposizione e … anche io lo userò: io c’ero, io “so” come sono andate le cose e ne sono certo; solo chi ha vissuto i fatti e solo chi è disposto a rinunciare al freddo razionalismo per accettare le verità spirituali può “capire veramente” e riconoscere i fatti per quella che è la loro vera natura. Solo chi è in grado di guardare con gli occhi dello spirito può cogliere le verità dello spirito. Che sarebbero vere non meno di quelle del mondo materiale. Chi non usa gli occhi dello spirito, secondo questo punto di vista, non può vedere altro che una parte della realtà: le parvenze della materia.

Ma, in fondo poi, perché dubitare che io possa nel mio piccolo aver influito un pochino sul clima della zona di Bormio, se siamo disposti a credere che possano essersi realmente verificati eventi assai più improbabili come la resurrezione di un morto o la guarigione di un nato cieco? Se accettiamo che una donna vergine possa essere rimasta incinta “per opera dello Spirito Santo” e, sempre grazie allo “Spirito Santo” avere addirittura partorito il Figlio di Dio, perché dubitare di un piccolo miracoletto da due soldi come il mio?

Naturalmente non tutti accettano come veri i miracoli operati da Gesù, però mi pare evidente che agli occhi di molti egli abbia una credibilità che io, per motivi non chiari, non ho. Quella credibilità rende i suoi portenti intrinsecamente e inspiegabilmente più accettabili dei miei.

Perché mai Gesù appare essere più credibile di me come operatore di miracoli?


Purtroppo questa domanda non ha alcuna risposta semplice. Per trovarne una valida occorrebbe tener conto di un’infinità di elementi e di suggestioni che si sono accumulati nel corso della storia. Al giorno d’oggi tutta la nostra cultura, sebbene stia progressivamente orientandosi verso un certo distacco da molte forme di soggezione nei confronti della Chiesa, risente ancora fortemente, spesso in modo occulto, di secoli di sviluppo guidato dal cristianesimo e questa influenza sottile e pervasiva certamente favorisce la nostra disponibilità a considerare positivamente Gesù. D’altronde egli è stato, almeno in apparenza, un personaggio del tutto eccezionale: il fondatore di una religione e di una Chiesa che da duemila anni dominano il mondo, mentre io sono soltanto un qualsiasi bipede sconosciuto. Milioni e milioni di persone, per millenni, hanno creduto in Gesù fino al punto, talvolta, di sacrificare tutti i propri beni e persino la vita e questo è un biglietto da visita non da poco.

Ma per quanto egli potesse essere dotato di carisma, per quanto il suo messaggio potesse essere nobile, per quanto il suo ruolo di fondatore del Cristianesimo ne abbia fatto un personaggio straordinario, tutta la sua credibilità si basò pesantemente sui miracoli e, in particolare, sulla resurrezione. Pensiamoci per un attimo. Proviamo a togliere a Gesù tutti i suoi prodigi e tutti gli episodi sovranaturali di cui fu protagonista. Proviamo a visualizzare un Gesù che non sapeva assolutamente camminare sulle acque, che non poteva trasformare l’acqua in vino e che non nacque da una vergine. Un Gesù incapace (come è normale per qualsiasi bambino dodicenne) di discutere seriamente nel tempio con i dottori, impotente di fronte alla morte di Lazzaro o alle mille malattie e infermità dei suoi contemporanei. Un Gesù, soprattutto, che non sia risorto dalla morte. Che tipo di figura ne risulta? Che tipo di personaggio?

Credo non ci sia dubbio: senza i suoi miracoli Gesù sarebbe stato nulla più che un predicatore come tanti. Saggio e buono, magari anche un po’ più di altri, ma del tutto anonimo in mezzo a una folla di altri predicatori, profeti, guaritori, maghi e sedicenti Messia. Anzi, è necessario tener ben presente che, persino con tutti i suoi ipotetici miracoli, egli non ci ha lasciato assolutamente alcuna traccia rilevante di sé a eccezione di quelle che ci vengono dai suoi seguaci. La storiografia del suo tempo e quella immediatamente successiva lo hanno tranquillamente ignorato. L’unico cenno significativo all’esistenza del nazareno lo fa Giuseppe Flavio, uno storico di origine ebraica vissuto nel primo secolo d.C., nella sua ponderosa opera Antichità Giudaiche. In tutto egli dedica a Gesù pochissime righe che, per altro, sono generalmente ritenute false o almeno fortemente alterate.

In definitiva il Figlio dell’Uomo, pur con l’importanza e la bellezza del suo messaggio, pur con tutto il suo carisma e tutti i suoi miracoli (compresa la pretesa resurrezione), passò attraverso il suo tempo come un personaggio assolutamente secondario. Se non avesse almeno avuto fama presso i contemporanei di potente operatore di miracoli, oggi non ne avremmo più alcuna traccia. Non solo da un punto di vista storico, ma anche da quello più propriamente spirituale la figura di Gesù acquista rilevanza proprio in conseguenza di un preciso miracolo: la resurrezione dai morti. È San Paolo stesso, l’apostolo dei gentili nonché il vero ideologo del Cristianesimo, che ce lo dice esplicitamente nella sua prima epistola ai corinzi: “ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati” (1Cor 15, 17). Il messaggio originale di Gesù, il contenuto delle sue parole (che comunque è ricostruibile solo in parte e con parecchia incertezza) senza dubbio sono stati importanti e hanno contribuito alla costruzione sia del nucleo iniziale dei suoi seguaci, sia successivamente della comunità dei fedeli, ma quel messaggio nella sostanza non è così tanto differente da quello di tanti altri maestri dello spirito da giustificare l’enorme successo della Chiesa.

Dunque la fama, la credibilità e persino la rilevanza spirituale di Gesù riposano, in larghissima misura, sul cardine della resurrezione e si puntellano sulle fama di poteri sovranaturali del nazareno. Ma quei miracoli sono credibili? Che valore possiamo dare ai racconti che ci presentano episodi miracolosi?

Questa domanda, per una persona incline alla razionalità, ha una risposta così ovvia che non vale neppure la pena di formularla: i miracoli non esistono. Ma nonostante ciò, una fetta assai cospicua dell’umanità tende inspiegabilmente a credere in essi. D’altronde la razza umana include pure esemplari capaci di credere al potere terapeutico dei cristalli, alla capacità di levitare che si manifesta in certi yogi, alle predizioni dei cartomanti e a non poche altre panzane … cosicchè il fatto che qualcuno accetti pure i miracolucci cattolici non dovrebbe sorprendere.

La nostra cultura, tanto che siamo cattolici, tanto che non lo siamo, è completamente impregnata dell’immagine dei miracoli di Gesù. Essi ci vengono narrati e ripetuti in modo acritico sin dai nostri primissimi anni di vita e raramente vengono messi esplicitamente e chiaramente in discussione nel nostro ambiente culturale. Dopo aver imparato a convivere per anni con certe narrazioni esse finiscono per spostarsi al di fuori dell’ambito di ciò che è soggetto ad analisi critica, entrano in un limbo i cui elementi, pure se non del tutto accettati, non sono più neppure messi apertamente in discussione. A quel punto l’idea di un Gesù operatore di miracoli finisce per apparire, se non del tutto credibile, almeno non completamente dissonante con ciò che abbiamo interiorizzato. Oltre tutto esiste un attore di spicco della nostra società, la Chiesa cattolica, che usa la sua indiscutibile autorevolezza e importanza per sostenere esplicitamente e fortemente l’autenticità dei molti miracoli narrati nei testi sacri; questa autorevolezza induce non poche persone ad accettare e credere supinamente.

Ma l’essere immersi in una determinata cultura e le pressioni di un organismo pur potente e antico come la Chiesa non sono sufficienti a trasformare in verità una cosa falsa. La tendenza ad accettare e addirittura cercare il magico, il trascendente, ha caratterizzato tutte le fedi e tutti i tempi. I miracoli di Gesù non sono un caso unico, né un caso diverso. Essi sono solo una delle tante manifestazioni della nostra forte tendenza a credere al soprannaturale.

Due millenni fa, ancora più di oggi, l’accettazione di eventi miracolosi non era un problema e anzi, persino molti eventi assolutamente naturali venivano spiegati mediante il ricorso a cause extranaturali e magiche. Noi siamo forse abituati a pensare ai miracoli collegandoli principalmente a Gesù di Nazareth, ma la realtà è che la Palestina dei secoli attorno all’anno zero era tutta un pullulare di guaritori, maghi, maghelli, indovini, profeti, veggenti e via miracolando. La gente non aveva problemi a farsi abbindolare credendo a tutto quello che le si raccontava. I giudei di quell’epoca erano nulla più che una massa di creduloni ignoranti e Gesù era semplicemente uno dei moltissimi che dovevano la loro fama alla diffusa credulità.

Abbiamo una moltitudine di fonti che ci aiutano a ricomporre l’universo variopinto dei magonzoli itineranti. Uno di essi si chiamava Haninah ben Dosa. egli fu un maestro, guaritore e operatore di miracoli vissuto nel primo secolo dopo Cristo e allievo prediletto di Johanan ben Zakkai. La sua popolarità (già in vita) fu enorme e gli vale un posto fra i più famosi mistici di sempre; essa era dovuta non tanto al suo pensiero e al suo insegnamento quanto alla sua santità e alle straordinarie facoltà taumaturgiche e miracolose. A lui poi si attribuiscono anche diverse massime come, per esempio, quella che dice: “Colui che sa guadagnarsi l’amore dell’umanità è amato anche da Dio, ma colui che non è amato dagli uomini, neppure Dio lo ama”. Ad Haninah la tradizione collega numerose guarigioni miracolose, operate anche a distanza. Fra le altre quelle del figlio di Johanan ben Zakkai e del figlio di Gamaliele II. Quest’ultimo fu guarito a distanza con la preghiera e Haninah annunciò la sua avvenuta guarigione senza neppure averlo mai visto, suscitando lo stupore del messaggero che si era recato a chiederne l’intervento.

Un altro simpatico eremita capace di compiere miracoli fu un tale Banus di cui ci parla Giuseppe Flavio nella propria autobiografia, ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Addirittura sono le stesse fonti cristiane, in particolare il Nuovo Testamento che riconoscono senza problemi la capacità di compiere guarigioni e miracoli persino a Simon Mago, che pure viene presentato come personaggio assolutamente negativo e le cui abilità di sicuro non possono derivare dalla fede in Cristo. Simone, personaggio citato negli Atti degli Apostoli e in altri testi apocrifi; nato probabilmente in Samaria, insegnava una dottrina che viene spesso considerata gnostica. Tra l’altro, egli sosteneva di essere Dio (!). In At 8,9-25 viene narrata una sua controversia con gli apostoli e con Pietro in particolare. Ma l’aspetto interessante è che egli viene definito “mago” e si afferma che era in grado di strabiliare le folle con i suoi poteri.

9 V’era da tempo in città un tale di nome Simone, dedito alla magìa, il quale mandava in visibilio la popolazione di Samaria, spacciandosi per un gran personaggio. 10 A lui aderivano tutti, piccoli e grandi, esclamando: “Questi è la potenza di Dio, quella che è chiamata Grande“. 11 Gli davano ascolto, perché per molto tempo li aveva fatti strabiliare con le sue magie. (At 8,9-11).

Una delle versioni tramandateci della morte di Simon Mago vuole addirittura che egli sia passato a miglior vita nel contesto di una sorta di gara di prodigi. Invidioso della fama di S.Pietro, volle dare una pubblica dimostrazione di levitazione per mostrare a tutti quanto egli fosse strafichissimo. La dimostrazione ebbe pieno successo e Simon Mago si innalzò così in alto che a un certo punto Pietro, forse roso da una certa invidia, si mise a pregare Dio affinchè mettesse fine a quello spettacolo inopportuno. Dio in effetti intervenne e spezzò l’incantesimo del mago facendolo così precipitare e morire.

Questo racconto, ovviamente del tutto leggendario come tutti quelli in cui si narrano prodigi e miracoli, se fosse vero da una parte attesterebbe che S.Pietro era effettivamente in grado di ottenere dei prodigi mediante l’intervento divino, ma dall’altra toglierebbe ai miracoli quasiasi valore di natura spirituale. Tant’è che pure Simon Mago ne aveva fatto uno di grande clamore alzandosi da terra così tanto che quando precipitò non potè sopravvivere alla caduta.

Ovviamente la capacità di operare miracoli non si esaurisce in Giudea, Samaria o Galilea. In tutte le epoche e un po’ ovunque se ne sono verificati a iosa. Moltissimi personaggi della spiritualità (o sedicenti tali) hanno goduto di tale abilità. Innumerevoli miracoli sono attribuiti, per esempio, a Buddha il quale, fra l’altro, condivide con Gesù pure il privilegio di essere nato da una vergine (Siddharta sarebbe sceso dall’empireo sotto forma di un elefante bianco e penetrato così nel grembo verginale di sua madre Maya. Non sorprende che la madre sia morta a causa del parto, date le modalità di quella nascita, ma piuttosto è abbastanza strano che sia riuscita a sopravvivere addirittura una settimana!). Gautama Buddha, che venne al mondo portando addosso 32 grossi segnacci e ben 80 segni un po’ più piccoli (forse tatuaggi???), aveva poteri straordinari; per esempio guarì dalla cecità sua moglie che aveva perso la vista per il troppo piangere quando lui se ne andò per intraprendere la strada dell’illuminazione. Come S.Pietro, pure il fondatore del Buddhismo si trovò a partecipare a delle vere e proprie gare di miracoli contro alcuni maestri rivali.

Anche Lao Zi, fondatore del Taoismo a cui, secondo la tradizione, si deve il fondamentale testo chiamato Dao De Jing, ebbe dei natali decisamente … insoliti. La madre rimase infatti incinta per effetto di un raggio di sole e, dopo 80 anni di gravidanza, partorì il figlio Lao Zi dall’ascella sinistra, sotto un albero di susine. Altro che verginità! Di fronte a una gravidanza di 80 anni, il parto verginale di Maria ci fa la figura di un topolino di fronte a un elefante.

Nell’induismo gli eventi sovranaturali sono all’ordine del giorno. Tanto per dirne una, è noto che quando Brahma, avendo visto sua figlia Sarasvati in estasi erotica, senza far troppo caso alle questioni di consanguineità decise di prenderla come seconda moglie, gli spuntarono di colpo ben cinque teste. Siva, come punizione per aver avuto un rapporto incestuoso con la propria figlia, gliene mozzò subito una. Visnù invece si trasformò in leone per punire un ricco sovrano il quale si era permesso di esprimere dubbi sull’onnipotenza del dio.

E anche in tempi recenti miracoli e miracolucci continuano a essere onnipresenti. Chi pratica la meditazione trascendentale, per esempio, ha la possibilità di giungere ad acquisire il potere della levitazione. Un vero e proprio campione della magia è il ben noto Sai Baba il quale ha già compiuto e continua a compiere numerosi miracoli, non di rado sotto lo sguardo adorante dei suoi accoliti.

E per tornare a luoghi a noi più prossimi, chi non ricorda il presunto miracolo della lagrimazione di una statuetta raffigurante la Madonna, a Civitavecchia? Secondo i testimoni l’idoletto versò numerose volte lagrime di sangue e fu visto da numerose persone diverse, fra le quali l’arcivescovo della diocesi di Civitavecchia.

Allo stesso modo in India sono testimoniati episodi in cui le statue della dea Parvathi hanno “mestruazioni sacre” e nel settembre del 1995 le statue di Ganesh, ma anche di Parvathi e Siva, iniziarono a bere il latte che veniva loro offerto ritualmente dai fedeli. Questo specifico miracolo è molto recente e molti di coloro che leggono queste righe probabilmente lo ricorderanno; per quelli che non ne fossero al corrente segnalo che nell’archivio storico del Corriere è ancora possibile rintracciare gli articoli che parlarono del fenomeno. Tra gli altri, potete leggere quanto riportato a questa pagina:

Sono qui dalle 8 del mattino […] e ho visto sparire davanti alle labbra degli dei almeno 300 litri di latte” è la dichiarazione di un fedele che si era recato davanti a un tempio.

Dunque i miracoli non caratterizzano affatto la nostra religione e non sono minimamente un’esclusiva di Gesù. Eppure in qualche modo, per via della nostra matrice culturale, il nostro giudizio sui miracoli altrui è spesso diverso da quello sui miracoli del nazareno. Episodi come quello di Ganesha che beve latte ci paiono sciocche fantasie di un popolo superstizioso e ignorante. Ridicole manifestazioni di primitiva e inverosimile credulità. Ci viene da pensare che gli hindu, gli africani e molti altri credono “perché è la loro cultura”, che “si tratta di popoli dove l’analfabetismo e la superstizione sono molto diffusi”, ecc.. Dentro di noi sentiamo il bisogno di supporre che certe credenze e certi miti appartengano per lo più ad un tempo passato in cui la cultura scientifica non era diffusa. Al contrario, difficilmente siamo disposti ad emettere giudizi altrettanto severi a riguardo della nostra propria società e della nostra cultura. Non siamo forse noi gli “occidentali”? Quelli che sono andati sulla Luna? Quelli che riescono a clonare le cellule? Se nella nostra società vi è ignoranza, ci viene da pensare, non è perché essa è intrinsecamente parte del nostro essere uomini, sia pure occidentali, ma è piuttosto un fatto specifico di pochi individui. L’accettazione di tutto un substrato culturale magimiracolistico filtra, nel corso degli anni giovanili, al di là della nostra capacità critica.

È realmente difficile accettare pienamente e con il cuore, oltre che con la mente, quella che invece è la vera e ovvia verità ossia che, nonostante l’apparenza, il nostro mondo, per quanto progredito, sia caratterizzato da superstizioni, credulità e forme di ignoranza esattamente identiche a quelle degli Zulu o degli Indiani. È difficile credere che la nascita verginale di Cristo o la sua resurrezione siano balle, frutto di abissale ignoranza, esattamente come le mestruazioni sacre di Parvathi o l’episodio di Visnu che si trasforma in leone e si mangia il sovrano dubbioso.

E invece, nonostante le nostre resistenze psicologiche, non esiste alcuna distinzione fra “miracoli seri” e “storielle per creduloni”. Esiste soltanto una drammatica e irresistibile pulsione di molti umani verso il soprannaturale e, insieme, una scarsissima attitudine alla razionalità che affligge ancora oggi la maggioranza di noi “sapiens”, anche se occidentali.

Bene. Abbiamo parlato fin’ora di come gli eventi miracolosi non siano una prerogativa del cristianesimo, bensì ne siano avvenuti innumerevoli in tutte le epoche e in tutte le religioni. Sanno fare miracoli Krishna e Lao Zi, Mani e Buddha, Sai Baba, Simon Mago e mille altri. Dunque il fatto miracoloso, anche a volerci credere, non può in nessun modo essere usato come supporto per sostenere la credibilità di alcuna dottrina religiosa o meno.

Esiste un altro punto importante da esaminare ossia che cosa, nelle varie epoche e culture, venga riconosciuto come miracolo. Quanto siamo attenti e selettivi noi uomini nel catalogare un certo evento come miracoloso? La risposta è sconfortante. Gli esseri umani sono capaci di considerare miracolosi eventi che sono chiaramente del tutto fasulli. Uno dei migliori esempi di come fatti che sono manifestamente insignificanti possano essere ritenuti miracolosi ci viene, ancora una volta, dal Nuovo Testamento.

È ben noto che, dopo l’ascensione di Gesù, gli apostoli e i numerosi discepoli furono pervasi dallo Spirito Santo e manifestarono una serie di capacità straordinarie e miracolose, fra cui quella di “parlare le lingue”. Ora effettivamente il fatto che un povero pastore o pescatore palestinese ignorante e buzzurro improvvisamente inizi a parlare in corretto cinese o nella lingua degli indiani algonchini potrebbe destare un certo stupore ed essere considerato un evento miracoloso.

Ma analizziamo la situazione. Se io fossi un poveraccio di giudeo ignorante e vedessi all’improvviso un altro poveraccio come me, uno che conosco da sempre e del quale conosco bene l’abissale ignoranza, fermare per la via un ricco signore egiziano e iniziare con lui un lungo discorso nella sua lingua, potrei avere il dubbio che qualcosa di strano (non necessariamente un miracolo) sia effettivamente accaduto. Se poi, pochi minuti dopo, recandomi al porto col mio amico, lo vedessi pure discorrere in greco con un mercante, avrei il diritto di rimanere alquanto basito.

Ma quando nel Nuovo Testamento si parla del “dono del parlare le lingue” si intende qualcosa di questo tipo? Assolutamente no. Parlare le lingue, nell’accezione di Paolo e Luca non significa affatto esprimersi correttamente in linguaggi esistenti e codificati, ma sconosciuti e non appresi precedentemente. Quando ho iniziato a interessarmi di storia delle religioni e a documentarmi seriamente la verità mi è balzata agli occhi: con l’espressione assai ingannatrice “parlare le lingue” S.Paolo e gli altri protocristiani intendevano semplicemente l’emettere suoni e sillabe inarticolate e incomprensibili non corrispondenti ad alcuna parola che fosse a loro nota e, inoltre, non nel contesto di un dialogo con un interlocutore capace di capire se ciò che veniva detto avesse senso. Da quanto dicono le fonti neotestamentarie, in nessun modo è possibile dedurre che i suoni pronunciati corrispondessero a parole realmente esistenti in qualsivoglia linguaggio umano. Anzi, in realtà emerge esattamente il contrario.

A conferma dell’assoluta insensatezza dei suoni emessi da coloro che “parlano le lingue”, Paolo più volte fa riferimento all’esistenza di altri fedeli illuminati dallo Spirito che hanno ricevuto il dono complementare al parlare le lingue, ossia sono capaci di interpretare i suoni incomprensibili emessi dagli altri. A questo proposito l’apostolo dei gentili trova occasione di esprimersi in un modo che lascia trapelare persino una punta di sarcasmo nel capitolo 14 della Prima Lettera ai corinzi che (stranamente?) non viene di solito troppo citato.

1 Ricercate la carità. Aspirate pure anche ai doni dello Spirito, soprattutto alla profezia. 2 Chi infatti parla con il dono delle lingue non parla agli uomini, ma a Dio, giacché nessuno comprende mentre egli dice per ispirazione cose misteriose. 3 Chi profetizza, invece, parla agli uomini per loro edificazione, esortazione e conforto. 4 Chi parla con il dono delle lingue edifica se stesso, chi profetizza edifica l’assemblea. 5 Vorrei vedervi tutti parlare con il dono delle lingue, ma preferisco che abbiate il dono della profezia; in realtà è più grande colui che profetizza di colui che parla con il dono delle lingue, a meno che egli anche non interpreti, perché l’assemblea ne riceva edificazione.

6 E ora, fratelli, supponiamo che io venga da voi parlando con il dono delle lingue; in che cosa potrei esservi utile, se non vi parlassi in rivelazione o in scienza o in profezia o in dottrina? 7 È quanto accade per gli oggetti inanimati che emettono un suono, come il flauto o la cetra; se non si distinguono con chiarezza i suoni, come si potrà distinguere ciò che si suona col flauto da ciò che si suona con la cetra? 8 E se la tromba emette un suono confuso, chi si preparerà al combattimento? 9 Così anche voi, se non pronunziate parole chiare con la lingua, come si potrà comprendere ciò che andate dicendo? Parlerete al vento! 10 Nel mondo vi sono chissà quante varietà di lingue e nulla è senza un proprio linguaggio; 11 ma se io non conosco il valore del suono, sono come uno straniero per colui che mi parla, e chi mi parla sarà uno straniero per me.

12 Quindi anche voi, poiché desiderate i doni dello Spirito, cercate di averne in abbondanza, per l’edificazione della comunità. 13 Perciò chi parla con il dono delle lingue, preghi di poterle interpretare. 14 Quando infatti prego con il dono delle lingue, il mio spirito prega, ma la mia intelligenza rimane senza frutto.

[…]

22 Quindi le lingue non sono un segno per i credenti ma per i non credenti, mentre la profezia non è per i non credenti ma per i credenti. 23 Se, per esempio, quando si raduna tutta la comunità, tutti parlassero con il dono delle lingue e sopraggiungessero dei non iniziati o non credenti, non direbbero forse che siete pazzi?

[…]

26 Che fare dunque, fratelli? Quando vi radunate ognuno può avere un salmo, un insegnamento, una rivelazione, un discorso in lingue, il dono di interpretarle. Ma tutto si faccia per l’edificazione. 27 Quando si parla con il dono delle lingue, siano in due o al massimo in tre a parlare, e per ordine; uno poi faccia da interprete. 28 Se non vi è chi interpreta, ciascuno di essi taccia nell’assemblea e parli solo a se stesso e a Dio.

[…]

39 Dunque, fratelli miei, aspirate alla profezia e, quanto al parlare con il dono delle lingue, non impeditelo. 40 Ma tutto avvenga decorosamente e con ordine. (1Cor 14)

Paolo non fa dunque mistero della incomprensibilità di coloro che parlano in lingue. Non solo ciò che dicono è incomprensibile per gli ascoltatori, ma addirittura lo è per coloro stessi che hanno parlato, tanto che l’apostolo dei gentili li esorta a pregare affinchè si possa ricevere dallo Spirito Santo anche il dono di decifrare ciò che è stato detto. Insomma siamo in una situazione in cui alcune persone, forse in stato di coscienza alterato, emettono suoni irriconoscibili dai quali i presenti non riescono a evincere alcun significato e dei quali neppure coloro che hanno parlato sanno spiegare il senso. Non a caso Paolo, pur cercando di non essere troppo duro, non riesce a trattenersi dal sottolineare che un eventuale estraneo che assistesse a certe manifestazioni finirebbe per credere che i cristiani sono sostanzialmente pazzi.

Questo parlare confuso, paragonato da Paolo ai suoni della materia inanimata, viene interpretato nelle comunità cristiane del primo secolo come un effetto miracoloso dovuto allo Spirito Santo. C’è di che rimanere sbalorditi. Se questo è il modo di riconoscere e valutare i miracoli che caratterizzava i primi cristiani e gli ebrei al tempo di Cristo non sorprende che ci fossero presunti profeti, maghi e guaritori a ogni angolo di strada. Non sarà dunque che pure i cosiddetti miracoli operati da Gesù siano stati valutati in modo un filino discutibile dai suoi contemporanei?

Ma qui credo sia necessario, per chiudere, richiamare ancora una volta la questione iniziale: se i miracoli di Gesù non sono credibili, se molti di quelli narrati sono palesemente fittizi o, come nel caso del “parlare le lingue”, frutto di malintesi, se comunque di presunti miracoli ne hanno compiuti a iosa pure Simon Mago, Ganesha, Buddha e infiniti altri, allora cosa ci rimane della credibilità di Gesù come figlio di Dio? Cosa rimane delle religioni cristiane?

La risposta è una sola: nulla. Vorrei poter dire che rimane almeno il fatto che Gesù stesso affermò di essere Figlio di Dio. Ma in realtà non è vero neppure questo, dato che oggi gli studiosi indipendenti (non vincolati alla dottrina cattolica) sono concordi nel riconoscere che in nessun brano dei testi sacri che sia affidabilmente autentico, Gesù si riferisce a se stesso come al figlio di Dio. Tutti i brani dai quali si potrebbe desumere che Gesù abbia affermato la propria divinità sono falsi o fortemente dubbi. Paiono invece autentici, almeno in parte, i brani in cui egli si definisce Figlio dell’Uomo. Decisamente non è la stessa cosa. E d’altronde se il nazareno ci avesse mai lasciato in eredità parole chiare sulla sua propria natura divina, allora non avrebbero avuto senso tutte le infinite polemiche su questo argomento che invece fiorirono dopo la sua morte e che si protrassero per secoli producendo discordie e lotte interne alla Chiesa nascente.

Un Gesù che non fa miracoli (o un Gesù che fa miracoli come li fanno anche molti altri) è un Gesù decisamente umano. Un uomo buono, un abile predicatore, una persona con uno sviluppato senso della giustizia, ma nulla più che un uomo. E forse verrà il giorno in cui il posto di Gesù come fondatore della più diffusa religione del mondo verrà preso da qualche altro semplice uomo che, come lui, fa qualche “miracolo”. Uno forse, chissà, tipo Sai Baba.

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Psicoanalisi e illusioni

Luglio 9, 2008

di Giorgio Penco

Immaginate per un attimo di essere malati. Soffrite di cirrosi epatica. Decidete di recarvi da uno specialista. Siete fiduciosi nella vita e nella scienza e quindi, mentre entrate dal medico, vi sentite abbastanza sereni …

SVOLGIMENTO n. 1

Il medico vi accoglie con affabilità. Voi gli raccontate dei vostri problemi e lui sorride. Siete fiduciosi. Tutto va per il meglio. Il medico non pare preoccupato, vi ascolta tranquillamente, annuisce ogni tanto e continua a sorridere.

Alla fine vi dice che non c’è problema. Si tratta di un caso che si può risolvere anche se non è in grado di dire in quanto tempo.

Iniziate la terapia che prevede visite di controllo periodiche settimanali.

Dopo cinque anni il vostro problema non è ancora risolto.

Il medico continua a sorridere.

SVOLGIMENTO n. 2

Il medico vi accoglie con affabilità. Voi gli raccontate dei vostri problemi e lui sorride. Siete fiduciosi. Tutto va per il meglio. Il medico non pare preoccupato, vi ascolta tranquillamente, annuisce ogni tanto e continua a sorridere.

Alla fine vi dice che si tratta di un caso che si può risolvere benissimo: esistono infatti oltre 500 diversi approcci terapeutici applicabili …

Voi siete un po’ sconcertati. Azz! … 500 approcci terapeutici? E che senso ha? Allora provate timidamente a chiedere:

  • Beh, mi pare interessante. Di 500 possibilità di cura ce ne sarà senz’altro una che va bene per me … immagino ce ne saranno di migliori e di peggiori …-
  • No, guardi - Vi risponde lui sempre sorridendo - Non è questione di andar bene o meno. Vanno bene tutti o quasi tutti. -
  • Ah! Beh, allora scegliamo il più efficace … - Provate a suggerire voi.
  • Oh, non c’è problema, sperimentalmente si è dimostrato che tutti hanno grossolanamente uguale efficacia. -

Rimanete esterrefatti e non sapete trattenere un moto di sorpresa.

  • Porc! Ma … 500 terapie … equivalenti … E che senso ha? A che serve moltiplicare il numero di terapie se sono tutte sostanzialmente uguali? E … sono tutte “molto” efficaci oppure “poco” efficaci??? -
  • Beh, certo non molto … sa, dipende anche dalla durata della cura … -
  • E … non è possibile trovare nulla di meglio??? -
  • Mmm … naturalmente ci sarebbero gli approcci farmacologici … ma … sa … gli effetti collaterali … tutte quelle odiose sostanze chimiche … la puzza di laboratorio … e poi le industrie farmaceutiche sono così antipatiche … -

Non siete del tutto convinti, avete come la sensazione epidermica che ci sia una sottile ambiguità nel modo in cui il vostro interlocutore vi scoraggia dal servirvi della chimica, chissà … ma poi vi rassegnate ad andare avanti. Dopo un attimo di esitazione chiedete:

  • Ok, le terapie si equivalgono come efficacia. Allora immagino che sceglieremo la più rapida e meno costosa … -
  • Beh, ecco, non esattamente … io sono uno specialista della teoria più costosa e lunga … però, guardi, rispetto alle altre non c’è paragone! -
  • Ah, davvero? - Chiedete un po’ rincuorato.
  • Certo! Questa è l’unica che cura veramente in quanto elimina alla radice quei fattori che sono la causa della patologia! Non agisce sui sintomi, ma rimuove le cause e la scomparsa dei sintomi è un di più. Una specie di bonus!-
  • Caspita! Bene! Ma allora non è vero che le terapie sono proprio tutte uguali … questa si basa su un principio fondamentalmente diverso dalle altre! - Commentate voi, un poco più sollevati.
  • Sì, certo, è proprio così. Beh, naturalmente poi c’è il piccolo dettaglio che quel principio non ha fondamenti teorici e neppure è confermato sperimentalmente … -
  • E … allora … come fa lei a sapere che la sua tecnica è migliore delle altre???? -
  • Che c’entra! Lo so! La pratica clinica e la mia esperienza me lo dicono! In questo campo l’esperienza fa teoria!!! -
  • Ma si tratta di quella stessa esperienza che le dice che i risultati terapeutici di tutte le terapie sono equivalenti e “non molto” efficaci??? -
  • Beh, sì! -

Lo guardate disgustati. Non ne potete proprio più. Senza neppure completare la visita chiedete quant’è l’onorario, lo pagate e andate via intenzionati a rivolgervi a qualcuno che vi proponga una bella cura farmacologica.

Il medico, questa volta, non sorride. Un paziente di meno!


Ho tratto questi due raccontini e l’ispirazione per il post che sto scrivendo da una lunga e accesa diatriba fra me e un gruppo di psicologi e psicoanalisti. Nei raccontini, per aumentare l’impatto emotivo della paradossale situazione descritta, ho ipotizzato che la malattia da curare fosse una cirrosi. In realtà quanto ho scritto si applica con assoluta precisione non alla cirrosi, ma alla cura delle patologie mentali mediante psicoanalisi.

Non ci credete? Ebbene continuate a leggere.

La psicoanalisi fu creata come pratica terapeutica da Sigmund Freud a cavallo fra la fine del XIX sec. e l’inizio del secolo successivo. Dopo alcuni tentativi non coronati da successo egli abbandonò i sistemi che aveva fino ad allora adoperato (per esempio l’ipnosi) e al tempo stesso sviluppò la convinzione che le malattie nervose avessero come causa comune fattori legati al sesso. Nel corso del tempo egli affinò la sua teoria e corresse alcuni aspetti che gli erano parsi meno convincenti.

La pratica psicoanalitica si basava su alcuni princìpi fondamentali. Il primo di essi era quello delle cosiddette libere associazioni. L’idea è che nelle persone affette da nevrosi esistano desideri e ricordi rimossi di contenuto sessuale. Il paziente viene messo nelle condizioni di poter parlare liberamente correndo con la mente di pensiero in pensiero, fin quando finalmente riemerge, tornando alla coscienza, la memoria di quei ricordi e desideri. Una volta che il materiale rimosso sia tornato al livello cosciente, i conflitti interiori si risolvono automaticamente e i sintomi scompaiono. Il meccanismo attraverso il quale i pensieri del paziente si concatenano fra loro spontaneamente fino a portare al riemergere di quel materiale viene detto delle libere associazioni. “Libere” in quanto è fondamentale che esse non siano in alcun modo indirizzate, forzate o inibite dall’azione o anche dalla semplice presenza del terapeuta.

Secondo Freud, grazie alle libere associazioni si rileva che tutte le forme di nevrosi sono inevitabilmente(!) associate a rimozioni di esperienze o desideri di tipo sessuale. Il che si traduce nella conseguenza che, se siete stressati e depressi perchè il capo vi mobbizza e vi presentate da uno psicoanalista freudiano, egli ignorerà completamente il mobbing e asserirà che siete depressi perchè all’età di cinque anni avete avuto un travolgente desiderio erotico indirizzato verso la Barbie di vostra sorella e che poi lo avete rimosso … ehm … certo in effetti è pur vero che la Barbie non è male! La forma più nota di esperienza rimossa è quella che dà luogo al celeberrimo complesso di Edipo.

La fama di Freud crebbe rapidamente e, intanto, cresceva anche il numero di coloro che adottavano il suo metodo e che però, gradualmente, lo andavano reinterpretando e modificando in aspetti talvolta fondamentali. Negli Stati Uniti la psicoanalisi ebbe un successo travolgente e dominò per diversi decenni la scena delle discipline psicoterapeutiche.

Sigmund Freud divenne una sorta di mito, un simbolo della scienza del XX secolo, famoso e rispettato come Einstein e pochi altri. Ma poi qualcosa cominciò a incrinarsi.

Gradualmente iniziarono a venir pubblicati studi che, per un dettaglio o per l’altro, mettevano in dubbio il castello monolitico della disciplina psicoanalitica. Senza dubbio un ruolo non secondario nel preparare il terreno al progressivo distacco dall’ortodossia freudiana, l’ebbero anche le polemiche interne al mondo della psicoanalisi. Con il moltiplicarsi degli specialisti che adottavano quel metodo, infatti, cresceva anche il numero di coloro che ne proponevano riarrangiamenti e aggiornamenti. Molti di costoro finivano prima o poi per entrare in conflitto fra loro e con lo stesso Freud.

Per la verità quest’ultimo, pur con tutto il successo di pubblico di cui aveva goduto, non era mai riuscito a convincere del tutto gli altri specialisti della psiche e non erano mai mancati articoli e studi estremamente critici nei confronti della creatura freudiana. L’ostilità di coloro che non avevano aderito all’approccio psicoanalitico, le polemiche con Jung e con i fautori di altre scuole, le diatribe fra sua figlia (Anna Freud) e la collega Melanie Klein assieme a mille altre beghe, avevano impedito lo stabilizzarsi completo della disciplina freudiana, che qualche colpo lo ricevette pure per via di certe vicende eticamente assai dubbie di cui proprio Sigmund Freud si era reso protagonista. Per esempio la sgradevolissima storia del suo allievo americano Horace Frink.

Intanto il clima si era fatto sempre più caldo attorno alla ancor giovane dottrina dello psicologo austriaco. Qualcuno iniziava a dubitare della credibilità scientifica delle sue idee e persino un colosso intellettuale come Popper era sceso in campo per affermare che la psicoanalisi non aveva proprio nulla di scientifico. Mentre le prime crepe vistose iniziavano a minare la solidità dell’edificio freudiano altri duri colpi iniziavano a venire dagli studi di storici e filosofi della scienza che cominciavano a rendersi conto che non tutto era oro, nell’opera di Freud. In particolare venivano a galla comportamenti dello psicoterapeuta austriaco poco consoni alla più elementare etica scientifica: Freud pareva aver falsificato o per lo meno “adattato” le risultanze dei suoi studi e gli esiti delle terapie da lui stesso gestite.

La psicoanalisi iniziò a perdere quota negli Stati Uniti e poi in gran parte dell’Europa. Nel 1979 veniva pubblicato un voluminoso studio a firma dello storico Frank Sulloway dal titolo Freud, a biologist of the mind: beyond the psychoanalytic legend (non disponibile in italiano, ma facilmente acquistabile in lingua inglese in Internet). Vi si raccontava la storia del padre della psicoanalisi mettendo in evidenza, con grande abbondanza di dati e documentazione a supporto, gli errori, le falsificazioni, i limiti del metodo, le incongruenze. Si trattò di un colpo micidiale. Fiorirono le polemiche, esplose la rabbia, fioccarono le proteste, grandinarono le confutazioni e le contestazioni, l’universo della psicoanalisi vibrò d’indignazione … ma tutto questo fuoco ardente di sdegno e malcontento, andando a scavare, sotto la copertura di moltissimo fumo non conteneva neppure un po’ d’arrosto.

Ancora oggi, andando a cercare in Internet i numerosi articoli che parlano dell’opera di Sulloway, si possono trovare facilmente valanghe di proteste; ma se quelle proteste vengono analizzate attentamente, si scopre che immancabilmente si riferiscono ad aspetti del tutto secondari, quando non costituiscono addirittura dei puri esercizi dialettici. I fatti veri e propri presentati da Sulloway, i dati concreti, il grosso di quanto egli ha scritto nel suo testo, non vengono mai messi in discussione. E devo dire che metterli in discussione sarebbe assai difficile, data la mole di documentazione storica su cui essi si fondano e l’accuratezza delle ricostruzioni.

E mentre le polemiche ancora infuriavano, si faceva invece più forte il cammino di un nuovo orientamento psicoterapico, quello che viene comunemente chiamato delle terapie cognitivo-comportamentali (TCC) e che eredita e cerca di integrare il patrimonio del neocomportamentismo con quello del cognitivismo.

Gli anni ’70 e i decenni sucessivi vedono il fiorire e il moltiplicarsi di un numero sempre maggiore di approcci terapeutici, mentre le TCC si affermano come uno dei filoni di maggior successo andando ad affiancare e in certi casi a spodestare dal loro ruolo dominante gli approcci psicodinamici (psicoanalisi). Lo scenario attuale vede l’importanza di questi ultimi sensibilmente ridotto, specialmente negli Stati Uniti. In Europa le ultime roccheforti della psicoanalisi rimangono in primo luogo la Francia e, in misura minore, l’Italia. Uno dei fattori che hanno contribuito non poco al declino statunitense delle idee freudiane (e dei suoi eredi) è stato un rapporto del 1999, commissionato dall’Associazione Psicoanalitica Internazionale il cui titolo è An Open Door Review of Outcome Studies in Psychoanalysis. Autore principale dello studio era Peter Fonagy, ben noto psicoanalista di rilievo internazionale. Lo studio, fra l’altro, affermava che:

“Non esistono studi che permettano di concludere senza equivoci che la psicoanalisi è efficace rispetto a un placebo attivo o a un’altra forma di trattamento. Non ci sono metodi disponibili che possano incontestabilmente indicare l’esistenza di un processo psicoanalitico. La maggior parte degli studi ha dei limiti maggiori che potrebbero indurre coloro che criticano la disciplina a non tenere conto dei risultati. Altri studi hanno dei limiti così gravi che persino un valutatore che abbia della simpatia per la psicoanalisi potrebbe essere incline a non tenere conto dei loro risultati.”

Credo risulterà immediatamente evidente per chiunque l’enormità di quanto affermato nel paragrafo citato. Dalla nascita della terapia psicoanalitica era passato circa un secolo; un secolo di pazienti sdraiati sui lettini, di diatribe fra psicoanalisti, di malati inutilmente fiduciosi, di nuove intepretazioni e nuovi paradigmi che spuntavano qua e là come le fragoline d’estate in un bosco … e tutto ciò … senza che esistessero studi atti a indicare l’efficacia del metodo! Senza che nessuno fosse riuscito a tirar fuori uno straccio di studio degno di essere preso in considerazione. E la faccenda era così evidente e incontestabile che il tutto veniva ammesso per iscritto in uno studio firmato da psicoanalisti e commissionato dall’Associazione Psicoanalitica Internazionale.

Ce n’era abbastanza da fare scalpore e, di fatto, quel rapporto ebbe ripercussioni pesantissime la prima delle quali fu l’aver indotto le potenti società assicuratrici statunitensi a rifiutare i rimborsi per le spese legate a terapie psicoanalitiche. Con il che ebbe inizio il declino delle terapie psicodinamiche in USA.

Quel documento clamoroso fu poi ripreso e nel 2001 ne uscì una nuova edizione, ulteriormente aggiornata nel 2002. Le affermazioni più pesanti furono diplomaticamente limate, qualche nuovo studio venne citato, ma fu comunque necessario ammettere apertamente che si trattava di poca roba e che l’efficacia delle TCC era attestata in modo ben più consistente.

Ma la querelle non era ancora finita e non è finita tutt’ora. Nei suoi feudi principali, fra cui l’Italia, la lobby degli psicoanalisti difende a spada tratta le sue posizioni e nelle università le teorie freudiane continuano a essere insegnate.

Un nuovo capitolo della saga è iniziato, non del tutto inaspettatamente, nel 2006 con la pubblicazione, per i tipi dell’editore Fazi, di un volume piuttosto ponderoso con un’inquietante copertina nera al centro della quale campeggia, unico elemento colorato, il volto arcigno di Freud. Il titolo del volume è “Il libro nero della psicoanalisi“. Esso contiene una radicale e schiacciante confutazione dell’opera di Freud e, più in generale della psicoanalisi. Una confutazione fondata per altro su ragionamenti semplici e solidi nonché su dati incontestabili.

Il Libro nero della psicoanalisi ha avuto un impatto notevole specialmente in Francia, tanto più che poco tempo prima era stato pubblicato anche un rapporto commissionato dal governo francese che a sua volta denunciava la futilità dell’approccio psicoanalitico. La reazione degli psicoanalisti, com’era accaduto dopo la pubblicazione del ponderoso studio di Sulloway, non si è fatta attendere e ha preso questa volta la forma di un altro libro, un po’ meno voluminoso, ma dal titolo significativo: L’anti-libro nero della psicoanalisi (editore Quodlibet, 2007).

Cosa vi aspettereste da un testo con un titolo così? Di cosa pensate che potrebbe parlare? La mia aspettativa, quando ho acquistato e letto quel libro era chiara: pensavo che vi avrei trovato una decisa confutazione delle idee esposte nel Libro nero e una difesa, basata su tutti gli argomenti scientifici disponibili, dell’efficacia delle terapie psicodinamiche. Debbo dire di essere rimasto enormemente sorpreso, dunque, nel constatare che non era affatto questa l’impostazione dell’Anti-libro. Esso non si preoccupava affatto di difendere la reputazione della psicoanalisi. Anzi, già nella prefazione all’edizione francese esplicitamente dichiarava:

“L’Anti-libro non difende, attacca. Non difende Freud e la psicoanalisi contro un’accozzaglia di rimostranze tanto rumorose quanto inoperanti. Attacca molto precisamente quello che l’operazione Libro nero, dopo l’operazione INSERM, raccomanda: le TCC”.

La lettura del testo confermava il contenuto della prefazione. Non vi era nessunissimo tentativo di contestare la veridicità sostanziale dei fatti e delle accuse contenute nel Libro nero della Psicoanalisi. Dichiaratamente e volutamente gli autori sfuggivano al confronto e impostavano la loro opera rinunciando ad affermare la validità delle loro convinzioni, ma tentando piuttosto di dimostrare che anche le TCC fanno schifo!

Cosa se ne deve dedurre? Se qualcuno leggerà queste mie righe e non sarà esperto di psicologia e di letteratura scientifica in generale, forse non sarà immediatamente in grado di valutare la portata di una simile scelta; o forse sì. Da parte mia, sono rimasto esterrefatto. Nel mondo scientifico l’usanza di difendere le proprie teorie da chi ne evidenzia le incongruenze con un controattacco normalmente non esiste. O almeno non esiste nei documenti ufficiali. Se qualcuno contesta la validità di una teoria, lo scienziato che subisce la contestazione valuta la validità degli argomenti dell’interlocutore e, magari a malincuore, ammette l’errore. Oppure ribatte argomentando la solidità delle sue idee. D’altronde nella maggior parte delle discipline scientifiche questa, a lungo termine, è l’unica strategia possibile: infatti la correttezza delle argomentazioni di entrambi gli interlocutori è comunque soggetta a essere giudicata dalla comunità scientifica e, se anche per qualche tempo una teoria errata può continuare a essere creduta valida, alla lunga le evidenze sperimentali condannano inevitabilmente colui che ha torto.

Il fatto che nel mondo della psicoanalisi (o, più in generale, delle psicoterapie non farmacologiche) sia concretamente possibile applicare la strategia del contrattacco (ossia buttarla in caciara) significa che il livello di scientificità del settore è così scarso da consentire ai protagonisti la speranza di sfuggire per molto tempo al confronto con le evidenze sperimentali e al giudizio della storia.

Il fatto poi che gli psicoanalisti francesi abbiano concretamente scelto proprio questa tattica per rintuzzare l’attacco subìto, può significare una sola cosa: essi non avevano argomenti validi per difendere la loro disciplina e così sono stati costretti a rinunciare ad affermare le proprie ragioni per concentrarsi sul mettere in evidenza gli errori altrui.

Questa deduzione è per altro fortemente confermata sia dal fatto che anche la reazione al libro di Sulloway fu basata sull’indignazione, anzichè sulle evidenze scientifiche, sia dalle affermazioni contenute nel rapporto An Open Door Review of Outcome Studies in Psychoanalysis.

Purtroppo la strategia scelta dagli psicoanalisti suggerisce poi anche un’ulteriore deduzione: che la lobby degli psicoanalisti sembra essere di gran lunga più interessata alla gestione della propria posizione dominante in Francia (e dei benefici che ne derivano), piuttosto che all’affermazione della verità scientifica.

Ma quali sono le accuse contenute nel Libro nero? Per la verità sono piuttosto numerose ed esporle tutte in questo contesto non è certamente possibile. Mi limiterò a presentare sommariamente le principali lasciando poi a coloro che fossero interessati di leggere personalmente il resto direttamente nel testo originale.

FREUD MENTÌ E ALTERÒ I DATI SCIENTIFICI

Non starò a dilungarmi su questo punto che comunque è necessario almeno citare per impostare nel modo corretto il discorso. Ovviamente individuare le prove delle menzogne del padre della psicoanalisi non è stato facile, anche perché i nomi da lui utilizzati per indicare i suoi pazienti, dovendo tutelarne la riservatezza, erano nomi fittizi. Tuttavia in alcuni casi gli storici sono riusciti a individuare le persone reali che furono curate da Freud e a confrontare gli esiti delle terapie da lui dichiarati con quelli reali. Inoltre l’esame incrociato della sua corrispondenza e degli appunti che egli usava prendere durante le sedute con i pazienti con quanto affermato nelle pubblicazioni ufficiali ha fornito ulteriore materiale di rilievo indiscutibile.

Dal complesso degli studi emerge un dato che appare forse clamoroso, ma altrettanto certo: lo psicoanalista viennese non si faceva scrupoli nel mentire alterando la verità in modo che essa confermasse le sue teorie. Taluni studiosi, con una sorta di pudore, esitano ad affermare che si trattasse di menzogne consapevoli e tendono a presentare i fatti sotto una luce più morbida. Affermano per esempio che egli si fosse “autoconvinto” delle sue idee e che quasi inconsapevolmente tendesse a “interpretare” la realtà trovando in essa i riscontri necessari per sostenerle. Come si capisce bene si tratta di giri di parole. E’ un fatto che la fama di disonesto falsificatore del barbuto psicoanalista viennese è tale che egli è citato persino in un libro di storia medioevale, in un capitolo sulle falsificazioni di documenti, come fulgido esempio di falsificatore moderno (Guida al Medioevo, Horst Fuhrmann, pag. 185 dell’edizione allegata al Giornale nella collana Biblioteca Storica). E occorre dire che la sua carriera di mentitore ebbe inizio molto presto, persino prima che le sue teorie fossero ben definite. Nel 1895 egli pubblicò, in collaborazione con il suo amico Joseph Breuer, il libro Studi sull’isteria. In quel libro venivano presentati i risultati di un approccio terapeutico adottato da Breuer che veniva definito talking cure e che costituisce il progenitore di tutti i metodi psicoanalitici successivi. Fra gli altri casi che vi erano discussi, vi era quello di tale Anna O. che era stata in cura presso Breuer e che veniva dichiarata guarita a testimonianza della bontà del metodo terapeutico adottato. Viceversa è oggi ben noto che la paziente, il cui vero nome era Berta Pappenheim, aveva dovuto interrompere la terapia presso Breuer nel 1882 per essere ricoverata nel sanatorio di Bellevue, affetta esattamente dalla stessa forma isterica per la quale Breuer aveva tentato di curarla e, in più, da morfinomania causata dalla somministrazione di elevate dosi di morfina, sempre da parte di Breuer.

Successivamente la Pappenheim passò altri periodi di cura presso un altro sanatorio, sempre ricoverata per isteria, e solo alla fine degli anni Novanta del XIX secolo la sua salute iniziò a migliorare per ragioni che, ancora oggi, rimangono sconosciute. Era evidente che la talking cure era stata un fallimento e di ciò Freud era perfettamente al corrente come dimostra la corrispondenza fra lui e la sua fidanzata di allora. Nonostante ciò, ci dice il Libro nero, egli nel 1888 non si astenne dal pubblicizzare il metodo di Breuer in un articolo di una enciclopedia scrivendo che, pur trattandosi di un metodo ancora giovane (utilizzato su un solo paziente!), “con esso si ottengono guarigioni altrimenti impossibili”. Freud sapeva bene che la guarigione della Pappenheim non era dovuta alle cure di Breuer, ma ciò non gli impedì di affermare il contrario e di confermarlo poi negli Studi sull’isteria pur di avvalorare l’efficacia del metodo breueriano che fu la base dell’approccio psicoanalitico.

LA PSICOANALISI È PRIVA DI SPIEGAZIONI TEORICHE SODDISFACENTI

In quale modo Freud giunse a formulare i principi di base della psicoanalisi? Per quale via e con quali giustificazioni postulò l’esistenza dell’inconscio, dell’io, del super-io e del complesso di edipo? Come fece a convincersi dell’efficacia delle libere associazioni e ad affermare che tutte le nevrosi sono dovute a episodi a sfondo sessuale verificatisi nel corso dell’infanzia?

La risposta a queste domande, da un punto di vista storico, sarebbe lunga e complessa. Egli partì dal metodo dell’ipnosi, in voga a quell’epoca, per poi distaccarsene. Inizialmente ipotizzò che le nevrosi fossero il frutto di episodi traumatici infantili a sfondo sessuale, rimossi dalla coscienza (teoria della seduzione), per poi abbandonare in modo non esattamente trasparente l’idea degli episodi traumatici e teorizzare invece l’esistenza di desideri infantili repressi e rimossi, sempre a sfondo sessuale. A questo punto aveva già adottato il metodo delle libere associazioni.

Cosa convinse Freud che le libere associazioni costituiscano un metodo corretto e appropriato per indagare i recessi della mente umana? Sorprendentemente la risposta è: nulla. O almeno, nulla di significativo. All’epoca in cui le sue idee andavano formandosi nel mondo della psicologia andava di moda servirsi dell’ipnosi per trattare varie forme di nevrosi. Ma quel metodo iniziava a subire alcune critiche basate sul fatto che l’intervento del terapeuta rischiava di rivelarsi troppo ingombrante e di sovrapporsi alla personalità del paziente. Freud si distaccò dal metodo dell’ipnosi e, nello stesso periodo, venne in contatto con le idee di Breuer relative alla talking cure. Presumibilmente egli venne affascinato da quel metodo e decise di dedicarvisi cercando al tempo stesso di risolvere il problema dell’invadenza del terapeuta. Quella delle libere associazioni era un’ipotesi come un’altra. Non aveva nessuno specifico tipo di fondamento teorico noto che ne giustificasse lo studio o l’utilizzo. E, di fatto, ancora oggi quel metodo continua a non avere alcuna base teorica. Ovviamente è perfettamente lecito che uno scienziato sviluppi delle ipotesi teoriche e delle ipotesi operative. Ma usualmente è ragionevole pensare che queste ipotesi, persino se innovative, debbano essere coerenti con la realtà sperimentale, confermate da essa e compatibili con le teorie precedentemente riconosciute come vere. Insomma le ipotesi non nascono dal nulla come i funghi, bensì sono coerentemente inquadrate in un contesto teorico e pratico. Stranamente invece certe ipotesi freudiane come quella delle libere associazioni, persino a distanza di un secolo, ancora rimangono del tutto avulse dal loro contesto e prive sia di motivazioni che di conferme. Ancora oggi nulla ci induce a credere che le libere associazioni debbano necessariamente condurre a un qualsiasi risultato significativo e che, se pure lo fanno, ciò avvenga con regolarità e fornendo informazioni rilevanti per la patologia in essere.

Ma c’è di più: non esiste alcun motivo per ipotizzare che la causa delle nevrosi sia riconducibile a desideri di natura sessuale. Non è neppure affatto confermata l’idea secondo cui, una volta riemersi i ricordi del materiale rimosso e riportato tale materiale al livello della coscienza, le patologie sarebbero risolte. Di fatto lo stesso Freud soffriva di una dipendenza dal fumo che egli attribuiva a fantasie omosessuali rimosse. Secondo la sua visione, quelle fantasie, una volta rivelate e portate a livello di coscienza, avrebbero dovuto risolversi portando alla scomparsa del bisogno di fumare. Il che invece non avvenne assolutamente. A questo proposito è anche opportuno notare come il legame diretto asserito da Freud fra fumo e omosessualità sia stato smentito indubitabilmente.

Il complesso di Edipo è un’altra invenzione di Freud, così come il ruolo dell’inconscio. Nulla ci dice che il complesso di Edipo esista. Nulla ci dice che l’inconscio funzioni come Freud sostiene e persino che abbia un senso ipotizzarne l’esistenza.

Altre scuole psicoanalitiche, per altro, sono giunte a conclusioni e teorie che sono non di rado in contrasto con quelle freudiane. Non che esse diano maggiori garanzie, ma la proliferazione di dottrine differenti non depone certo a favore della loro credibilità. Normalmente laddove una teoria rende conto efficacemente della realtà concreta, essa tende ad affermarsi spontaneamente per l’autoevidenza della sua bontà. Se ciò non accade, se tutti sentono il bisogno di tirar fuori nuove teorie e trovano gli spazi per farlo, significa che nessuna delle teorie già esistenti di fatto funziona.

Naturalmente le idee di Freud non è detto debbano essere necessariamente tutte errate. Per quanto ancora non abbiamo le idee chiare sulle loro giustificazioni teoriche e per quanto egli abbia sporcato la sua reputazione e le sue intuizioni costruendole sopra le menzogne, rimane la possibilità che esse, almeno in parte, corrispondano comunque al vero e che, prima o poi, riusciremo a spiegarne le ragioni e i meccanismi. Per sapere se Freud aveva in qualche modo ragione, a prescindere dalla ragionevolezza teorica, esiste una possibilità: verificare se le sue idee, nella pratica, funzionano. Se quelle idee funzionano, se hanno praticamente successo, allora qualcosa di vero ci deve essere. Magari le spiegazioni teoriche non saranno esattamente quelle che Freud immaginava, ma almeno l’intuizione generale deve in qualche modo essere corretta.

LA PSICOANALISI E’ UNA TERAPIA CHE NON FUNZIONA

Ciò che si constata è che la psicoanalisi in qualche caso effettivamente funziona … indubbiamente, almeno per certe patologie, farsi psicoanalizzare è mediamente meglio che non fare nulla. In effetti il livello di efficacia risulta essere approssimativamente uguale a quello … di un placebo!

Dunque le teorie del padre della psicoanalisi da una parte sono prive di fondamenti teorici, dall’altra sono sostanzialmente indefficaci dal punto di vista terapeutico.

E cosa si può dire delle scuole psicoanalitiche non freudiane? Intanto la scarsissima efficacia (equivalente a quella di un placebo) vale per tutte le forme di psicoanalisi in genere e non è limitata alla sola scuola freudiana. Per quanto riguarda gli aspetti teorici basterà ricordare che le varie scuole si contraddicono l’una con l’altra per parecchi aspetti. Nel migliore dei casi ce ne sarà una che avrà ragione e tutte le altre avranno torto. Ma questa è già una visione molto ottimistica della realtà … infatti la verità è che nessuna delle scuole psicoanalitiche è in grado di offrire convincenti approcci teorici. Gli psicoanalisti si svegliano al mattino, si fanno la barba (se sono maschi), fanno colazione e mentre ingurgitano un cornetto, se gli capita di avere un’illuminazione, trasformano quell’idea in Verità. Di fatto non esiste attualmente nessuna forma di verifica obbligatoria sulla verosimiglianza delle varie dottrine. Non esistono filtri di sorta e chiunque sia abilitato all’esercizio della professione di psicologo può decidere di inventare (e mettere in pratica) qualsiasi teoria senza dover presentare alcuna giustificazione a supporto e senza dover produrre documenti che attestino alcuna evidenza di efficacia.

Un esempio di “invenzione” assai noto è la teoria freudiana sull’interpretazione dei sogni. Nel Libro nero troverete una trattazione di questo argomento, ma voglio farvi subito un esempio pratico di come funzioni la faccenda.

Facciamo l’ipotesi che io ieri abbia sognato di trovarmi con la mia auto parcheggiata accanto a un albero. Mi reco dal mio analista di fiducia e gli racconto il sogno. Egli mi lascia parlare e quando ritiene di aver raccolto gli elementi necessari mi fornisce la seguente interpretazione …

Albero in latino si dice arbor; esiste un prodotto informatico che si chiama Arbor BP (e io mi occupo di informatica), BP a sua volta è anche il mome di una benzina e la benzina si usa per le auto!

Tutto chiaro, no? Evidentemente il sogno era motivato dal fatto che il mio inconscio mi metteva in allarme per evitare di farmi rimanere senza benzina!

Nell’esempio che ho fatto non ci sono elementi che si richiamano alla sessualità, mentre in Freud essi sono onnipresenti, ma a parte ciò, sebbene possa apparire delirante, si tratta di un esempio che illustra in modo perfetto il modo di procedere freudiano.

Secondo me c’è da rifletterci parecchio!

Lo studioso austriaco aveva certo molta fantasia, ma purtroppo egli dimenticava:

che non esiste assolutamente nulla che consenta di affermare che l’associazione fra albero e auto debba necessariamente avere un senso;

che altresì nulla ci consente di affermare che, se pure un senso esiste, esso debba coinvolgere in qualsiasi modo l’inconscio;

che persino se il sogno avesse un senso e questo fosse determinato dall’inconscio ci sarebbero probabilmente migliaia di modi diversi per collegare fra loro un albero e un’automobile cosicchè il determinare quale di questi sia quello giusto è sostanzialmente impossibile.

Le interpretazioni freudiane dei sogni sono semplicemente ipotesi bislacche e cervellotiche, indegne persino di essere sottoposte a verifica. E se mai quelle ipotesi fossero valutate degne di verifica, ebbene, allora dovremmo essere pronti a verificare di buona lena pure l’ipotesi che l’origine delle comete possa essere la pipì degli elefanti rosa che vivono su Plutone! D’altronde, coerentemente con quanto ho scritto, il caso vuole che le recenti ricerche sull’attività cerebrale durante le verie fasi del sonno stiano fornendo importanti indizi del fatto che Freud non ci aveva minimamente azzeccato.

LA PSICOANALISI E’ (INUTILMENTE) PIÙ COSTOSA DELLE ALTRE TERAPIE

Molto ho già scritto e molto ci sarebbe ancora da scrivere. Non voglio tediare troppo i poveretti che dovessero avere la buona volontà di leggere queste pagine. E tuttavia un’ultima cosa va detta. Non solo le terapie psicoanalitiche sono equivalenti a dei placebo, ma esse sono usualmente di gran lunga le più costose e impegnative fra le numerosissime psicoterapie disponibili. Chi decide di dare inizio a una cura di quel tipo … è come uno che trovandosi al supermercato e vedendo marche di detersivo perfettamente identiche, avendo constatato che anche gli ingredienti sono identici, decide di comprare quello che costa 100 euro, invece di quello che ne costa 10.

A questo punto spero di aver suscitato almeno in qualcuno il desiderio di approfondire l’argomento. Fate un salto in libreria, acquistatevi se volete il Libro nero (che oltretutto non è affatto noioso da leggere); se siete politically correct acquistate pure l’Anti-libro nero … e per terminare chiudete con il celeberrimo testo freudiano sull’interpretazione dei sogni!

E poi formatevi liberamente le vostre opinioni!

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IL POTERE DI RIMETTERE I PECCATI

Giugno 14, 2008

di Giorgio Penco

IL POTERE DI RIMETTERE I PECCATIUna delle merci più preziose di cui la Chiesa Cattolica dispone è sempre stata, senza dubbio, la facoltà di estinguere gli effetti delle nostre colpe o meglio, come si dice in gergo evangelico, di rimettere i peccati.

Come ben si sa gli umani sono peccatori molto-assai incalliti e producono incessantemente grandi quantità di colpe e colpicciole. Le colpe che noi bipedi produciamo sono un po’ come l’immondizia: costituiscono il sottoprodotto sgradevole della nostra vita quotidiana, del nostro desiderare, temere, ambire, invidiare, ecc.. I rifiuti e l’immondizia che generiamo incessantemente debbono, lo sappiamo bene, essere smaltiti ed eliminati onde evitare il rischio che se ne accumulino quantità tali da compromettere la qualità del nostro ambiente, trasformandolo in un inferno di sporcizia, cattivi odori e malattie.

Allo stesso modo anche i peccati debbono, in un certo senso, essere smaltiti se vogliamo evitare il rischio che si accumulino in quantità esagerate e che, quando poi ci ritroviamo all’altro mondo a chiedere il permesso di soggiorno in Paradiso, finiscano per puzzare così tanto da indurre gli addetti a rifiutarci il visto d’ingresso, trasformando così la nostra vita ultraterrena in un “inferno”.

E’ proprio per smaltire i residui immondi della propria vita, ossia i peccati, che gli uomini (ben consci di non essere proprio del tutto immacolati) hanno sempre desiderato potersi accaparrare grandi quantità di buoni-smaltimento. E proprio come l’esistenza dei rifiuti fisici ha dato vita a un business dello smaltimento (così allettante da aver attirato l’attenzione persino della malavita), anche l’esistenza dei rifiuti morali ha generato lo spazio per un analogo business della remissione che non ha mancato di attirare l’attenzione di taluni soggetti. Onestamente si deve riconoscere che se la Chiesa Cattolica è uno di tali soggetti, certamente non è l’unico.

…………………………………

La remissione dei peccati un tempo veniva venduta sostanzialmente a peso, come il salame, ma negli ultimi decenni i meccanismi commerciali si sono raffinati e la Chiesa ha studiato nuove forme di marketing che nulla hanno da invidiare a quelle applicate dalle aziende più smaliziate.

In linea di massima i prodotti che la Chiesa propone al cliente sono rimasti gli stessi di mille anni fa, ma ne sono cambiati l’importanza relativa e il packaging. La remissione dei peccati non è più il fulcro dell’offerta o almeno non lo è in modo diretto ed esplicito, bensì in forma indiretta. Non si va più dal prete a comprare il perdono per dieci masturbazioni, quello lo si ottiene oramai sostanzialmente gratis. Però per averlo occorre entrare nei centri commerciali che lo erogano e stabilire dei contatti con gli agenti di vendita i quali troveranno prima o poi il modo per proporci, per esempio, di lasciare un offerta per i poveri o per il convento di Padre Pio o per la costruzione di scuole in qualche paese remoto del diciottesimo mondo o ….

La situazione non è molto differente da quanto avviene in molti altri settori. Per esempio qualche anno fa, per connettersi a Internet, si pagava a caro prezzo la connessione in sé. Ora quest’ultima è diventata gratuita o quasi, ma essa costituisce comunque il tramite mediante il quale si viene in contatto con una serie di altre merci che, invece, sono a pagamento. Insomma il perdono dei peccati, come la connessione a Internet, è in qualche modo uno specchietto per le allodole destinato ad attirare clienti che poi compreranno altre merci.

Non voglio soffermarmi oltre su questi meccanismi commerciali, dato che altri sono di gran lunga più competenti di me nel settore; la mia analisi è sin troppo semplificata, anche perchè essa non costituisce il punto centrale di queste mie riflessioni, e non pretende assolutamente di essere perfetta e completa. Molto altro si potrebbe dire (e qualcun altro ogni tanto lo fa, per esempio nel libro Gesù lava più bianco, di Bruno Ballardini, edito da Minimum Fax)

Tuttavia vorrei a questo punto, rinunciando ad approfondire gli aspetti commerciali e dimenticando questioni come il packaging, la rete di vendita e il prezzo della remissione dei peccati, introdurre una riflessione sul valore intrinseco della merce che ci viene fornita. Quanto vale, in soldoni, il poter ottenere la cancellazione per dieci masturbazioni, per un furto o per un pensiero impuro? Cosa riceviamo concretamente quando ci si dice che ci vengono rimessi i peccati?

A prima vista indubbiamente la remissione, specie se di un peccato grave, sembra essere una bella cosa. Difficile valutarla in modo preciso, ma francamente la prospettiva di fare 5 anni di più in Purgatorio o quella di finire addirittura all’Inferno costituiscono un buon incentivo per cercare di chiedere il condono. Almeno per chi crede all’esistenza di Paradiso, Inferno e Purgatorio. Tuttavia esiste un problema non piccolo.

L’idea che la Chiesa possa rimettere i peccati, è fondata sostanzialmente sul contenuto di un misero passo evangelico e sulle affermazioni (presumibilmente non disinteressate) della Chiesa stessa; tale idea purtroppo contiene in sé il germe di una grave incongruenza. Un’incongruenza tale da gettare un’ombra decisiva sulla possibilità di credere.

Cominciamo a dire che il passo evangelico su cui si fonda la delega divina alla gestione dei peccati è il seguente: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,22-23). Questo passo non lascia adito ad alcun dubbio sul suo significato e non dà spazio ad eccezioni. Tuttavia, naturalmente, ciò che vi si afferma potrebbe essere vero o non esserlo.

Ovviamente se il contenuto del passo evangelico di Giovanni fosse falso, ciò potrebbe essere dovuto a diversi motivi: per esempio Gesù potrebbe essere stato solo un esaltato e i suoi fedeli potrebbero essere rimasti vittime di proprie fallaci illusioni. Oppure qualcuno potrebbe avere, nel corso del tempo modificato il vangelo di Giovanni introducendovi elementi spuri. O la delega a rimettere i peccati potrebbe essere stata limitata agli apostoli. Insomma, le spiegazioni potrebbero essere varie. A noi, in questo contesto, lo specifico motivo dell’ipotetica falsità non interessa. Ci interessa invece riflettere su cosa comportano, di fatto, l’eventuale falsità o la veridicità della delega divina.

Evidentemente, se per qualsiasi motivo quella delega alla gestione del business dei peccati non fosse credibile, nessun altro elemento significativo consentirebbe più di attribuire alla Chiesa un tale potere. Da ciò discenderebbero poi ulteriori importanti conseguenze, ma in questo contesto mi limiterò a riflettere sull’aspetto centrale: la remissione dei peccati nuda e cruda.

Occorre dunque interrogarsi sulla credibilità della delega divina. Poichè il passo evangelico chiaramente non ammette eccezioni, se esso dice il vero se ne deduce che Dio ha rinunciato alla prerogativa di valutare i peccati degli uomini: infatti se così non fosse e l’ultima parola spettasse comunque a Dio, se vi fosse la possibilità di un suo intervento, in caso di necessità, volto correggere e modificare le decisioni della Chiesa, allora le parole del vangelo giovanneo sarebbero false. Si determinerebbero cioè situazioni per cui, avendo la Chiesa assolto, il peccatore viene comunque condannato. O viceversa.

Ci sono solo due possibilità: o il vangelo dice il falso (e in una questione davvero decisiva) oppure Dio ha del tutto rinunciato alla possibilità di punire e assolvere. Supponiamo ora che questa seconda ipotesi sia quella corretta. In tal caso è possibile porsi alcune domande. Per esempio, cosa ne è stato di tutte quelle anime che la Chiesa ha assolto o condannato in base a criteri che essa stessa ha ormai abbandonato? Cosa ne è di tutte le anime di donne accusate di stregoneria e per questo motivo condannate alle fiamme dell’Inferno? Cosa ne è di tutti i potenti che nel medioevo accumulavano allegramente peccati su peccati per poi acquistare a suon di denaro e di favori, indulgenze e perdoni? Cosa ne è delle anime dei prelati stessi, dei vescovi, dei cardinali e persino dei Papi che pur avendo commesso quelli che oggi considereremmo gravi e indubbi peccati, finivano per essere assolti da altri prelati compiacenti in quanto inseriti in un sistema di potere che ovviamente giustificava e assolveva se stesso?

Di esempi potrebbero citarsene molti, ma, senza attardarsi in lunghi elenchi, dirò che una cosa mi pare evidente. La Chiesa ha commesso veramente non pochi e non piccoli errori nel corso della sua storia. In parte questi errori sono oggi riconosciuti apertamente (sebbene con la dovuta discrezione e sempre a voce bassa) e hanno portato a un ripensamento assai ampio della dottrina e del modo di giudicare e valutare. E’ praticamente certo che nel corso dei secoli un gran numero di anime siano state assolte o condannate secondo criteri ingiusti e, altre volte, secondo criteri che sono mutati e quindi non sono stati applicati per tutti nello stesso modo.

Si tratta chiaramente di una considerazione abbastanza banale: chi non è al corrente delle pratiche inumane dell’Inquisizione che portarono numerose persone non solo a essere giustiziate, ma a essere contemporaneamente condannate alla dannazione?

Forse un po’ meno ovvia è l’enunciazione delle conseguenze dirette delle considerazioni precedenti. Si hanno, di fatto, due sole possibilità: o Dio accetta gli errori della Chiesa senza intromettersi oppure tiene gli occhi aperti e interviene per modificare le decisioni dei suoi rappresentanti in Terra.

E’ mai possibile che un Dio perfetto, onnisciente, buono, ecc. abbia permesso l’applicazione di una giustizia soggetta a cambiare con i gusti e le opinioni degli uomini? E’ possibile che egli abbia lasciato certi giusti soffrire all’Inferno solo perchè i prelati di turno avevano sbagliato nel valutarne i peccati? E’ mai possibile che un malvagio sia finito in Paradiso solo perchè egli aveva comprato l’assoluzione?

Ognuno può fornire per queste domande la risposta che più gli pare giusta: una controprova non c’è e non l’avremo mai. Ma le nostre risposte hanno un’importanza decisiva ai fini della nostra fede: chi reputa che ciò sia possibile saprà bene che, per andare in Paradiso, gli basterà trovare un prete compiacente che lo assolva per inganno oppure in cambio di favori, denaro o altro. Chi reputa che ciò non sia possibile saprà invece che scegliere il Bene e il Male in funzione dei criteri dettati dalla Chiesa è una cosa che non ha senso: tanto poi non è lei che decide chi verrà punito e chi assolto. Come forse accadde quando la Chiesa stessa condannò la streghe.

In entrambe i casi c’è materiale su cui riflettere.

Tag Technorati: Chiesa, condanna, inferno, inquisizione, morte, paradiso, peccati, perdono, purgatorio, remissione, rogo, streghe

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COS’E’ UN CANE?

Giugno 8, 2008

Cos’è un cane? Come si può distinguere un cane da un cavallo o da un bradipo?

Queste possono apparire domande del tutto banali e persino un po’ ridicole. Ma mi accingo a mostrarvi che forse non è così …

Ho scritto le considerazioni che seguono per la prima volta in un thread di discussione in aNobii, il ben noto sito dedicato ai bibliofili, ma mi è parso utile riutilizzarle anche per questo blog.

Nella nostra vita quotidiana in modo continuo e inconsapevole facciamo ricorso a una serie di meccanismi di classificazione, categorizzazione, schematizzazione, semplificazione e riduzione del mondo reale a concetti e simboli ossia a sostituti di oggetti fisici spesso assai complessi o almeno troppo complessi per essere maneggevoli nel contesto della usuale conversazione.

Fra il mondo del linguaggio, cioè dei simboli verbali, e la realtà esiste spesso un vero e proprio abisso e se da un lato appare estremamente facile per chiunque pronunciare la parola “cane” associandola nella propria mente all’oggetto reale che essa rappresenta, questa operazione di associazione nasconde in realtà un intero universo. Un universo che corrisponde alla differenza fra un oggetto indefinito e sfumato come il cane reale e il concetto banale che lo rappresenta.

Beh, in realtà sto un poco svilendo questo discorso che sarebbe in effetti assai più lungo e articolato. Per esempio si potrebbe notare che il concetto di cane, intrinsecamente, non è né semplice, né complicato. E’ piuttosto un’entità dalle caratteristiche flessibili che noi possiamo utilizzare, a seconda dei casi, riempiendola con pochissimi e banali contenuti o con una rappresentazione ricchissima di sfumature. Ma sta di fatto che l’utilità della parola cane nel linguaggio comune stia proprio, principalmente, nel poterne usare la forma più limitata e grossolana in modo che per chiunque, anche se dotato di cultura limitata, anche se non interessato a tutta la complessità del mondo reale, risulti facilmente e immediatamente possibile fare riferimento, senza troppi fronzoli, a una certa entità in modo comprensibile per l’interlocutore.

Insomma il “cane” che noi abbiamo in mente finisce per essere qualcosa di molto più semplice del cane fisico. Questa semplificazione è così significativa, ed è così abituale il servirsene, che in molti casi può risultare veramente difficile saper ricostruire in modo consapevole la complessità nascosta dietro la parola e noi finiamo per perderne il controllo.

Per farmi capire meglio vi invito a leggere il breve raccontino, sostanzialmente un dialogo, che segue.

…………………………………

-Ehi, scusi …-

La voce alle vostre spalle, lenta e profonda vi prende alla sprovvista e trasalite lievemente. Uscendo dal flusso dei vostri pensieri vi voltate e rimanete senza fiato. Di fronte a voi c’è uno stranissimo essere; alto alto, secco secco, con una incredibile pelle zigrinata e luccicante, due larghi occhi a palla e un inverosimile cappellino con le antenne. Dopo alcuni istanti di stupore vi viene da supporre che debba trattarsi di un matto o almeno di una persona piuttosto stravagante. Ma, comunque sia, vi ha interpellato e così gli chiedete senza riuscire a nascondere il vostro stato d’animo.

-E lei chi è? Come diavolo si è vestito? Mica siamo a carnevale!-

-Carnevale? No guardi, io sono un alieno e questo è il mio aspetto normale!-

-Porca miseria! Un alieno! Questa poi! Beh, ok, molto piacere. In cosa posso esserle utile?-

-Senta, avrei bisogno di una cortesia. Il mio traduttore galattico ha un difetto e non riesco a trovare il significato della parola “cane”. Potrebbe per cortesia spiegarmi cos’è un cane e come lo si riconosce?-

-Ah, beh, certo! Nulla di più facile! Un cane è un animale. Un mammifero. Ha quattro zampe, due orecchie, un naso, la coda e può avere il pelo di vari colori e varia lunghezza. Chiaro, no?-

-Chiarissimo, grazie. Vediamo un po’, se mi permette le faccio vedere un’immagine nella mia “Enciclopedia Galattica delle Immagini e dei Suoni” (un prodotto GalaxySoft) così vediamo se ho capito.-

-Ok.-

Lo strano personaggio giocherella alcuni istanti sopra un oggettino nero e lucente che ha in mano, poi ve lo mostra. Su una delle facce dell’oggetto è visualizzata una splendida immagine tridimensionale di un leopardo.

-Dunque … in base alla sua definizione … mi pare … ecco! Questo dovrebbe essere un cane!- Vi fa l’alieno con un largo sorriso di soddisfazione stampato sul volto zigrinato.

-Mmm … ecco … in effetti no … quello è un leopardo.-

-Leopardo? Ma ha quattro zampe, una coda, …-

-Sì, è vero, ma anche il leopardo ha quattro zampe, ecc.-

-Strano! Qui da voi esistono due animali uguali, ma che sono diversi e hanno nomi diversi?-

-Oh, no, il leopardo e il cane non sono uguali!-

-Ah, bene, e allora come si distinguono?-

-Beh per cominciare il pelo del cane non ha mai questo tipo di colore e di disegno.-

-Allora questo potrebbe essere un cane?- Vi chiede l’alieno mostrandovi un altro animale con un colore differente.

-Oh, no! No! Questo è un elefante!-

-Temo di cominciare a non capire …-

-Un elefante è molto più grande e poi non ha pelo e anche le orecchie sono molto più grandi.-

Dopo un’ora abbondante di tentativi vani, voltandovi di poco, esausto, vi accorgete che un po’ più in là un’eccentrica signora porta al guinzaglio un cagnolino. Sollevato e felice esclamate con foga:

-Ecco!!! Quello è un cane!!!-

L’alieno si volta, osserva, fa una strana faccia e rivolgendosi a voi vi chiede stupefatto:

-Quello??? Ma quello ha un solo orecchio, non ha pelo come gli elefanti, ha una specie di stranissima cosa attorno al collo ed è più piccolo di un gatto!!!-

Ci pensate un attimo e poi disperato cercate di spiegarvi:

-Sì, è vero, ma forse un orecchio glielo avranno tagliato … oppure lo ha perduto in una lite con un altro cane … oppure non so; … il pelo la padrona glielo ha tagliato. E’ piccolo in effetti, ma qualche tipo di cane può anche essere piccolo. E la cosa al collo è un fiocchetto che gli è stato messo per abbellimento …-

-Allora un cane può anche aver un orecchio solo, non avere pelo e … chissà cos’altro … magari può anche avere tre zampe sole!-

-Beh, in effetti … sì, se una la ha perduta in qualche modo ….-

-Allora, se vedo una cosa con 3 zampe, senza pelo, senza coda e senza orecchie, ma con un fiocchetto e che non emette nessun verso … potrebbe essere un cane?-

-Beh, in effetti … sì.-

-Allora un cane è un oggetto che potrebbe avere un numero qualsiasi di gambe compreso fra zero e quattro, potrebbe essere piccolo o grande, abbaiare o uggiolare o mugolare o anche essere muto, avere il pelo o no e se lo ha averlo lungo o corto e di colori differenti, avere la coda lunga o corta, pelosa o no e anche non averla affatto …-

-Beh, ecco … a rigore … in casi eccezionali … potrebbe pure avere 5 zampe, se avesse un difetto genetico … ehm …-

Siete rosso in viso e in gravissimo imbarazzo. Non sapete più che pesci prendere.

-E allora … torniamo alla domanda iniziale: come faccio a riconoscere un cane?-

Poi l’alieno prende un altro strano dispositivo e vi annota qualcosa di incomprensibile. Al suo ritorno sul pianeta natale, nel rapporto per il suo capo trascriverà: “essere umano: sistema di concettualizzazione estremamente primitivo e impreciso; capacità logiche, praticamente nulle.”

…………………….

Bene. Il raccontino è terminato. Ora pensateci un attimo: voi come fareste a descrivere in modo chiaro e inequivocabile un cane, ossia un animale banalissimo che non sbagliereste mai e poi mai a riconoscere, se vi trovaste di fronte a un alieno e poteste usare solo il linguaggio (ossia le parole)?

Sono convinto che anche il vostro alieno quando si allontanerà da voi, molto facilmente avrà capito ben poco.

Intendiamoci: non intendo sostenere che in assoluto non esista alcun modo per descrivere un cane: ve ne possono essere diversi, per esempio fornire la sequenza di nucleotidi del DNA. Ma quando ognuno di noi pensa un cane difficilmente (spero) lo pensa in termini di codice genetico.

Ma esiste una domanda ancora più sottile: se descrivere un cane a chicchessia è così inaspettatamente difficile … perchè per ognuno di noi riconoscere concretamente un cane, anche se monco, anche se muto, anche se cieco e storpio, è sempre così facile? Esiste un qualche modo in cui la nostra mente descrive per se stessa i cani e lo fa con tale efficacia che nella maggior parte dei casi voi potreste riconoscerne uno persino se gli fosse stata completamente asportata la testa. Ma mentre la nostra mente sa bene come descrivere inconsciamente quel cane per se stessa, non sa poi come tradurre consapevolmente quella descrizione in regole esplicite.

 

Giorgio Penco

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