Le invisibili
aprile 25, 2009
Il Teatro Stabile d’Abruzzo e la Società per Attori, in collaborazione con Smileagain, un’associazione che da anni si batte contro l’acidificazione delle donne nei paesi asiatici, presenta lo spettacolo Le invisibili ispirato al libro Sorridimi ancora – dodici storie di femminilità violate edito da Giulio Perrone Editore.
La collaborazione dell’Amministrazione Provinciale di L’Aquila con Smileagain è iniziata anni fa con l’incontro di una di queste donne, Fakhra Younas, che ha avuto il coraggio di denunciare gli abusi subiti e di raccontare pubblicamente la sua storia. Attraverso incontri ufficiali in Pakistan si è sviluppata una collaborazione al fine di realiz-zare campagne informative ed un progetto d’intervento. Un gruppo di donne pakistane è già stato ospitato in Italia, hanno avuto tutto il sostegno necessario per sottoporsi ad interventi di chirurgia plastico-ricostruttiva, alcune di loro hanno frequentato corsi per la formazione di personale specializzato in grado a sua volta di trasferire in Pakistan le conoscenze acquisite.
L’idea che viene manifestata fin dalla prima scena è quella di farci entrare nel vivo delle singole storie di 7 adolescenti di Paesi come il Pakistan, il Bangladesh, l’India e l’Africa, che coltivano nel cuore sogni e speranze semplici e comuni a quelle di tutte le giovani ragazze e ancora una speranza in un futuro di libertà, in un luogo dove le cose funzionino diversamente.
Effettivamente bisogna dire che nella prima parte della rappresentazione la giocosità delle protagoniste risulta un po’ forzata e innaturale, costantemente velata dalla musica di sottofondo che già ci preannuncia la drammaticità della parte seguente. Le interpreti di “Le invisibili” sono attrici preparatissime ed espressive, ma la regia evidentemente rende meglio l’evoluzione delle storie di ciascuna ragazza, che purtroppo è un’evoluzione ovvia, triste e ingiusta: si parla di giovani donne schiave dei propri mariti, povere e per questo costrette all’umiliazione e al silenzio. Si racconta l’atrocità di casi di molestie, violenze e addirittura di come alcune di loro vengano acidificate o incendiate. Ad alcune, la salvezza ed una speranza è venuta dai soccorsi di ONLUS come Smileagain.
Ma l’interrogativo che ci pone direttamente la compagnia è di chi sia la responsabilità di tutte le altre fanciulle che vivono esperienze simili a queste e l’invito è quello a non cadere nella facile abitudine di passare oltre quel momentaneo sentimento di orrore per poi immaginare che qualcun altro se ne occuperà e piuttosto assumerci in prima persona la responsabilità di aiutare chi vive in comunità che ancora permettono che ingiustizie del genere avvengano senza che nessuno se ne curi.
Dalle note di regia, leggiamo: “Ho immaginato un luogo isolato, una zattera, un grande letto, una cuccia.. Lascio alla memoria di ciascuno la capacità di ricollocare questo spazio nella propria adolescenza. Io ricordo notti di veglia, cibo e risate tra amiche ed estranee divenute subito amiche (almeno per il tempo di una notte). (…) Non so se gli uomini, da ragazzi, hanno la stessa attitudine all’illusione di un’intimità che scalda e sostiene. (…) Ho immaginato che questa intimità tutta femminile avesse una grazia leggera, sincera, rude, senza fronzoli e leziosità, ma grazia, incanto. Poi arriva per alcune di loro una proposta di matrimonio o direttamente le nozze, combinate, e l’incanto si fa beffa. Molto presto. A quindici, sedici anni. Il racconto non è più un chiacchiericcio condiviso, un canto corale, è la cronaca di una gelida condizione di solitudine. Infine la notte e il buio. Il buio di occhi bruciati. Ancora una volta, sperando di esserci riuscita, ho cercato nella sottrazione, bandendo ogni effetto, il teatro che più amo, di cui mi importa davvero.”
Sebbene non si tratti di teatro tradizionale, vale la pena accogliere questo invito della durata di un’ora, per tornare a riflettere su situazioni davvero importanti ed è indubbiamente apprezzabile, al di là delle considerazioni critiche a livello teatrale, l’intento del gruppo.
A Roma al Teatro Valle fino al 26 Aprile
Il teatro di Pirandello: “L’altro figlio”
aprile 6, 2009
Ha debuttato il 1° Aprile e resta in scena fino al 12 del mese, lo spettacolo tratto dalla novella di Luigi Pirandello “L’altro figlio”, per la regia di una giovanissima e preparata Giulia Franchi, che vede protagonisti quattro ottimi interpreti della compagnia della Sala Orfeo del Teatro dell’Orologio di Roma.
Bellissimi giochi di luce, complici di una scenografia suggestiva, lasciano intuire profondità di spazi infiniti, come infinito sembra essere anche il tempo, scandito da gesti lenti e protratti, in alcuni momenti, fino all’estremo delle loro possibilità espressive: la vecchia Maragrazia, una Caterina Merlino che con abilità trasforma il suo corpo in quello di un’anziana malandata e sofferente, si sofferma a lungo sotto un lampione, a girare e rigirare fra le mani quel pezzo di carta dove non ci sono altro che sgorbi, cercando di vedervi, ad ogni costo, le parole di una lettera da lei pensata e dettata più volte, negli anni. Ma non c’è modo di aggrapparsi a quell’illusione e la speranza svanisce. Il desiderio della protagonista di trattenere ciò che ormai è perduto, si intravede ancora nel tentativo di fermare un passante nell’ombra: personaggio simbolico che rappresenta la desolazione lasciata dall’emigrazione. E questi sono solo esempi dei tanti sentimenti resi con maestria.
Gioca con la voce e con il flebile suono emesso da un’armonica a bocca, l’interprete Gianni Dal Maso. Spicca, tra gli altri, una Laura Sinceri giovane e viva.
Questo “L’altro figlio” presentato dalla compagnia della Sala Orfeo, è un atto unico della durata di 50 minuti che tiene incollati sulla scena gli occhi degli spettatori e non permette distrazioni: i dialoghi sono brevi, le battute incisive, i silenzi lunghi e palpabili ma la tensione si percepisce incessantemente e la si porta per un po’, con sé, anche dopo essere usciti da teatro.
“L’altro figlio” tratto dalla novella di Luigi Pirandello
Drammaturgia: Caterina Merlino
Regia: Giulia Franchi
Con: Caterina Merlino, Gianni Dal Maso, Simone Perinelli e Laura Sinceri
Aiuto regia: Alessio Rizzitiello
Disegno luci: Leone Orfeo
Scenografia e costumi: Massimo Bellando Randone
Nella Capitale, Edoardo Sylos Labini porta in scena il suo futurismo
marzo 13, 2009
“I FUTURISTI, CAFFEINA D’ITALIA - Donne Velocità Pericolo” è uno spettacolo ideato in occasione del centenario del Futurismo che ricorre quest’anno, da Edoardo Sylos Labini in collaborazione con Francesco Sala e Viola Pornaro e realizzato anche grazie anche al sostegno della Regione Molise, di Futuroma e dell’Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione del Comune di Roma. L’intento del gruppo è quello di rilanciare con uno spettacolo moderno e accattivante, i concetti di attualità e modernità del Manifesto Futurista.
La rappresentazione, già portata in scena dal 20 Febbraio, sta proseguendo la sua tournée che si concluderà il 4 Aprile. Gli spazi scenici scelti sono spazi inconsueti: non solo veri e proprio palchi teatrali, ma foyer dei teatri, gallerie, come la Galleria Alberto Sordi che ha ospitato il debutto, spiagge, palazzi ed in generale luoghi simbolici come punti di ritrovo, proprio per riaffermare ed amplificare l’idea futuristica di “teatralità senza confini”.
Edoardo Sylos Labini entra in scena e si siede al suo posto, in un immaginario vagone di un treno che lui definisce come il suo vero domicilio: dovendo utilizzare questo mezzo frequentemente, sfrutta il tempo trascorso lì per pensare, socializzare, sedurre e vivere una vita che sembra non conoscere regole, all’insegna della velocità, senza fermarsi mai. Ed è proprio la velocità del treno che “scombussola i pudori delle donne” come dice il protagonista mentre ci narra episodi di amori consumati clandestinamente nei suoi viaggi e fornisce suggerimenti sulle tecniche di seduzione “in velocità”. “Correre significa disprezzare chi va lentamente” afferma Edoardo, descrivendoci la locomotiva come una bellissima donna e poi, ancora, il proprio Paese, l’Italia – con tutti suoi piatti tipici che simboleggiano ogni regione -, come una femmina rifiorita. Ad entrambe, quasi indistintamente, il protagonista dichiara il suo amore
Questi ed altri gli spunti che sono però solo la base per una narrazione teatrale che non è descrivibile a parole né riconducibile ad un genere già noto e che deve essere definita a dir poco d’avanguardia ma ancor meglio futurista.
Protagoniste femminili – e femminili e seducenti lo sono davvero – la cantante Raffaella Siniscalchi che rappresenta qui l’antiquata tradizione ottocentesca e l’attrice Federica Di Martino.
Durante la messa in scena, si realizza l’idea di interattività tra attori e spettatori, riducendo sempre più la linea di demarcazione tra il teatro e ciò che non è teatro. Edoardo si rivolge ad alcuni spettatori in prima fila, portandoli sul palco – sebbene restino muti – o dietro le quinte, facendo loro vivere in prima persona la tensione emotiva dello spettacolo.
Originale anche l’idea degli sponsor dello spettacolo declamati proprio alla maniera futurista, sul palco.
Fotografie di: Pino La Pera – Sacconier
Monika Mariotti si esibisce nei cortili di Roma
marzo 9, 2009
Con il progetto “Teatro nei cortili A.T.E.R.” promosso dalla Regione Lazio, l’Associazione Culturale Progetto Goldstein ha proposto negli scorsi fine settimana, nuovi poli di aggregazione all’interno della Capitale, in grado di promuovere cultura diffusa e fruibile anche a chi per disagi sociali, culturali o ambientali si avvicina con difficoltà ad iniziative artistiche. L’idea è stata quella di proporre platee aperte ad un vasto pubblico, trovando nei cortili delle case popolari quei luoghi di diffusione della cultura in grado di raggiungere tutti.
All’interno di questo progetto, la giovane autrice ed interprete Monika Mariotti ha proposto Domenica 8 Marzo, lo spettacolo “Margaret“, realizzato in cima alla scalinata del civico numero 3 di Via Borromini (zona San Saba).
Monika sale sul piccolo palco allestito per l’occasione, “travestita” da maestra; si siede alla sua cattedra e, avvalendosi dell’aiuto di un pubblico complice di bambini, apre il suo monologo con un tono piuttosto allegro e comico, facendo l’appello ed illustrando quali saranno i temi della sua “lezione” del giorno, proponendosi di avviare un corso – piuttosto bizzarro ed insolito, di certo non molto adatto a dei bambini – dal titolo lunghissimo e volutamente impossibile ricordare, sui Paesi dell’Est.
Le spiegazioni sui concetti importanti che si trova a sfiorare la maestra Margaret, mescolati tutti insieme senza un’organizzazione ed un ordine adeguati, lasciano un po’ a desiderare, ma le frasi proiettate sul muro sono di grande efficacia. “La possibilità di evitare ogni impegno è il motivo d’ansia dei tempi moderni” afferma la maestra. E ancora, con la tecnica di giocare sulle cose serie, ripete senza sosta, come uno sciogli lingua “Siamo vecchi, siamo pigri e meno si fatica, meglio è” che sarebbe la sua visione, in parole povere, di quelli che, appunto, si definiscono “tempi moderni”.
Dal discordo sull’Italia si trasferisce in modo un po’ repentino, sul concetto di identità e dietro al suo modo giocoso di usare le lettere A, B, e C per definire ciascuna identità come un insieme a se stante ed i rapporti tra i tre insiemi, c’è sicuramente uno spunto di riflessione interessante sulla difficoltà delle persone di avvicinarsi, nel momento in cui percepiscono la loro “diversità” (in questo caso, in particolar modo, supponiamo quella etnica).
Un’ultima proiezione ci colpisce, prima che la maestra esca di scena e vada a cambiarsi d’abito, per dare il via ad una serie di interpretazioni da trasformista, ovvero quella che associa la parola “dare” alla formazione della propria identità…
Monika Mariotti diventa, poi un’immigrata polacca che ci da la sua testimonianza semplice e profondamente umana della vita in Italia, fatta di episodi pratici della quotidianità ma anche di riflessioni e desideri coinvolgenti.
L’idea dell’autrice mostra grande intelligenza e sensibilità anche se non è certo di comprensione immediata. L’interprete è intensa e poliedrica in modo impressionante, ma facendo ricorso a numerosi simbolismi e dandone poche spiegazioni, il progetto ammirevole risulta un po’ pretenzioso per un “teatro nei cortili” che dovrebbe attirare l’attenzione dello spettatore poco esperto.
Fotografie di Paolo Piccolo



