Soul kitchen di Fatih Akin
febbraio 18, 2010
Un’ampia caratterizzazione psicologica, emotiva e culturale dei personaggi, un intreccio con snodi e progressi all’interno di una storia che, dipanandosi, acquisisce ritmo e fisicità: questo è “Soul kitchen”.
Il concerto – di Radu Mihaileanu
febbraio 10, 2010
La vita è il sogno di un’armonia che si rivela. La magia dell’istante nel quale terra e cielo si incontrano.
Perchè questo succeda occorre il talento di un artista visionario, che riesca ad avere una percezione del possibile, non del futuro, ma del possibile.
Occorre colui che riveli la potenza dell’arte, che indichi la meta, che raccolga le forze dei singoli e li infiammi. Un artista presuntuoso e fragile, ostinato nel perseguire l’improbabile, a tratti temerario, bisognoso di vette e di abissi. Il miracolo lo compiono gli uomini quando anche per pochi istanti operano all’altezza di se stessi. Così è il protagonista del film, un direttore d’orchestra costretto a scontare la sua fedeltà alla musica contro le ragioni del partito e subire per questo l’eslcusione dalla sua orchestra di elementi ebrei e subire ancora l’ esilio dal proprio cuore, rinchiuso in altre pelli, lontano dalla sua arte. I musicisti verranno raccolti dopo anni sulla via dell’ oblio grazie all’opportunità colta dall’ostinato sognatore, per essere, anche se per un solo concerto, la vera orchestra interprete della meraviglia di Čajkovskij.
Radu Mihaileanu è un regista di grande talento, un funambolo della magia del quotidiano. Ha numerosi capolavori all’attivo: “Train de vie” tra i miei preferiti. Film che si ricordano, che ti cambiano la vita lasciandoti la dolcezza del possibile e il desiderio di volare più in alto di quanto normalmente permettiamo a noi stessi.
Uomini che odiano le donne
giugno 12, 2009
«La Millennium Trilogy sta diventando un’opera di culto grazie a un passaparola fervido quanto efficace. Relazioni amorose, conflitti professionali, suspense da mozzare il fiato: entrate nel mondo di Larsson e non vorrete più uscirne!» Le Nouvel Observateur
La trama
Quarant’anni fa Harriet Vanger scompare da una riunione di famiglia sull’isola abitata dalla potente potente famiglia Vanger. Benché il corpo della donna non sia mai stato ritrovato, lo zio Henrik Vanger è convinto che sia stata assassinata e che l’autore del delitto sia un membro della sua stessa. Per indagare sull’accaduto, Vanger assume il giornalista economico in crisi Mikael Blomkvist e la hacker Lisbeth Salander. Dopo aver collegato la scomparsa di Harriet a una serie di grotteschi delitti avvenuti una quarantina d’anni prima, i due investigatori cominciano a dipanare una storia familiare oscura e sconvolgente. Ma gli altri componenti della famiglia Vanger sono gelosi dei loro segreti, e Blomkvist e Salander scopriranno di cosa siano capaci per difenderli.
Il film
Non era facile portare sullo schermo “Uomini che odiano le donne” . Bisognava correre un rischio che c’è sempre quando si parte da un romanzo per di più di successo, affrontare i lettori, non deluderli. Non so dire se Niels Arden Oplen c’è riuscito. Il film si vede e se hai letto il libro sei da un lato aiutato ma dall’altro ti aspetti qualcosa anche se non ne sei pienamente consapevole.
Io credo che in questo caso leggere il libro sia la cosa più importante e non so se il film invoglia a leggerlo, da questo punto di vista il film perde di spessore e di fascino rispetto al romanzo.
Un primo invito quindi che faccio a chi è interessato dal titolo, dal genere o dal successo che il romanzo ha avuto è di leggere il libro.
Senza aver letto il libro si perde qualcosa. Sicuramente si perde molto di uno dei personaggi principali Mikael Blomkvist.
C’è comunque un trucco, ci saranno altri due film, come ci sono tre libri, la serie di Stieg Larsson si compone infatti di tre titoli: Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta.
Tre dunque alla fine saranno anche i film. Questo va detto perché nel film ci sono cenni che rimandano sicuramente al secondo libro: La ragazza che giocava con il fuoco. Nel libro questo non c’è, anche se le storie sono collegate e in sequenza.
Il personaggio più riuscito è sicuramente Lisbeth Salander, misteriosa, intrigante, affascinante, inquietante e super intelligente; una donna, una persona al di fuori degli schemi e delle regole, una donna sicura di sé, una persona che si assume le responsabilità di se stessa e delle sue azioni.
Mi sono chiesto, anche vedendo il film, cos’è che ha determinato il clamoroso successo di questa trilogia (dieci milioni di libri venduti)? Il genere? Il titolo? Sicuramente c’è un aspetto che il titolo del primo romanzo sottolinea e che ossessiona la mente di Lisbeth Salander l’odio sviscerato e crudele che alcuni uomini nutrono per le donne. E’ un odio antico, profondo, che giustifica le loro azioni più abiette. E’ un odio che si trova ovunque nella società e nelle famiglie e che si annida nelle menti di alcuni uomini, uomini convinti di una superiorità che giustifica la violenza nei confronti delle donne.
Un odio che Lisbeth Salander conosce e contrasta con la stessa ferocia, credo che pochi riuscirebbero a farlo bene come lei.
Insomma film che si può vedere, ma a mio avviso, solo dopo aver letto il libro.
REGIA: Niels Arden Oplev
SCENEGGIATURA: Nicolaj Arcel, Rasmus Heisterberg
ATTORI: Michael Nyqvist, Noomi Rapace, Lena Endre, Sven Bertil Taube, Peter Haber, Peter Andersson, Marika Lagercrantz, Ingvar Hirdwall, Björn Granath, Ewa Fröling, Per Oscarsson, Michalis Koutsogiannakis, Annika Hallin, David Dencik, Gunnel Lindblom, Georgi Staykov, Sofia Ledarp, Thomas Köhler, Stefan Sauk, Gösta Bredefeldt
Stieg Larsson (1954), giornalista svedese, fondatore di EXPO, esperto di organizzazioni di estrema destra e neonaziste, ex consulente di Scotland Yard, è morto improvvisamente nel 2004, quando aveva appena concluso la sua trilogia poliziesca. Uomini che odiano le donne, primo episodio, ha vinto il Glass Key, il premio dell’Accademia svedese del Poliziesco e il premio dei librai svedesi come miglior libro dell’anno. La trilogia ha già venduto dieci milioni di copie in tutto il mondo.
Il Soffio della terra
maggio 7, 2009
Titolo: Il soffio della terra
Regia: Stefano Russo
Cast: Fabio De Caro, Enrico Ianniello
Fotografia: Rocco Marra
Musiche originali: Pasquale Catalano
Produzione: Davide Contessa, Marisa Evangelista
E’ la storia di una scelta, della scelta.
Parteciperà ai più importanti Festival internazionali il nuovo cortometraggio di Stefano Russo Il Soffio della terra, proiettato in questi mesi secondo la modalità partecipativa del cinedibattito, voluta dallo stesso regista al fine di stimolare, attraverso il film, una discussione collettiva su una tematica importante come quella del fine vita.
Le proiezioni di Napoli (Marabù Club, 1 marzo) e Roma (Caffè letterario, 28 marzo) hanno contato sulla significativa presenza, oltre che di associazioni impegnate sul fronte dei diritti civili, come l’Associazione Luca Coscioni e Certi Diritti, di un pubblico attento e ricettivo, desideroso di comprendere e confrontarsi su un tema di dolorosa attualità che costringe le coscienze sopite a porsi degli interrogativi.
Paura fondante e naturale dell’uomo, passaggio obbligato e momento finale di una parabola terrena, la morte sembra diventare sempre più estranea alla nostra società che riflette il messaggio dell’invincibilità dell’uomo contemporaneo che attraverso il progresso e la tecnologia si illude di esercitare un pieno controllo sulla natura. La morte ci fa paura, cerchiamo di estrometterla dalle nostre vite, di negarla fino a non sentirla più come un accadimento naturale, eppure è quotidianamente sotto i nostri occhi a ricordarci che non siamo né invincibili né immortali.
Trascurando le considerazioni di ordine etico su un argomento tanto sentito quanto controverso, vorrei soffermarmi esclusivamente sul cortometraggio, quel ganglio artistico in cui la narrazione (la storia in sé) e il narrare (i modi della narrazione) si coniugano attraverso il ricco linguaggio cinematografico. Il mio intervento si pone, quindi, dalla parte della storia narrata solo per suggerire alcune riflessioni sulla dolorosa poesia che scaturisce dal racconto di Stefano Russo e sull’immaginario e i simboli che esso richiama.
Il Soffio della terra narra per immagini la vita e la morte, l’uomo e la natura. Tra frasi sussurrate, suggestioni animistiche e sfumature panteistiche affiora un percorso di vita, una storia fra tante con un finale fra quelli possibili.
Nicola vive in ospedale da anni a causa di una malattia degenerativa che lo costringe a letto e ad un respiratore artificiale. La quotidianità ospedaliera, ricca, nonostante tutto, di relazioni umane e affetti, viene improvvisamente interrotta da un circostanza scatenante che muoverà gli avvenimenti e farà procedere l’azione: l’arrivo di un respiratore portatile.
Ora che ne ha la possibilità Nicola chiede al suo medico e amico Daniele di aiutarlo a realizzare un desiderio: rivedere il mare. La narrazione subisce un’accelerazione e si dirige in tutt’altra direzione, verso una scelta radicale dalla quale il protagonista non vorrà e potrà tornare più indietro.
La struttura binaria della storia permette di isolare due momenti narrativi del corto: in una corrispondenza speculare, pervasa da un sentimento quasi panistico della natura, si contrappongono spazi chiusi e spazi aperti che riflettono le contrapposte categorie di Artificiale/Naturale che, a loro volta, si declinano in due pragmatiche alternative: vita artificiale/morte naturale:
Spazi chiusi/Spazi aperti
Vita Artificiale/Morte naturale
Scienza/Natura
L’ospedale (scienza) e la terra (natura) rappresentano l’incipit e il climax di un filo diegetico in cui le ambientazioni sceniche sono semanticamente funzionali alla comprensione del sottotesto. Le scene girate negli interni raccontano di una vita condizionata, legata artificialmente ad una macchina: una non vita.
Le scene girate in esterna raccontano di un viaggio in una natura viva, a volte prepotente e cruenta, una natura che contempla la morte come congenita e che proprio per questo riflette il ciclo della vita nella sua interezza.
La fotografia e le musiche assecondano in maniera connotativa la dualità del registro narrativo. Il riverbero dell’atmosfera fredda e azzurrina dell’ospedale si contrappone ai colori vividi e brillanti della natura; la poesia si sprigiona dal basso verso l’alto, dalla terra fino al cielo, in un vortice di verde, foglie, brezza.
Le musiche originali di Pasquale Catalano accompagnano con vibrante espressività questa immersione nella natura: esse riproducono la disarmonia tra il respiro umano e quello della terra, l’orecchio avverte due ritmi distinti, due echi che si rincorrono e si sovrappongono. Sono i due battiti, quello della natura e quello dell’uomo.
Lo spettatore percepisce che Nicola è come attirato e guidato verso una meta: il mare, forse! Non sappiamo se il paesaggio marino anelato dal protagonista sia un ricordo, un desiderio, un sogno; sicuramente è un paesaggio della coscienza necessario da raggiungere per sciogliere i nodi della propria esistenza, un luogo dell’anima che si conquista solo a contatto con la natura.
Forse Nicola ha già deciso quando i suoi occhi stanchi si posano sulla porta dell’ospedale che sbattendo lascia intravedere un altro mondo o, quando, in macchina vuole sentire l’aria sul viso nel tentativo di ingoiare il vento e sovrapporlo al suo tenue respiro.
Il rapporto medico/paziente subisce una trasformazione durante il viaggio verso il mare. Si divarica per sempre lo stato d’animo dei due protagonisti: mentre il medico vive con entusiasmo le potenzialità del nuovo apparecchio di ventilazione che permetterà al suo paziente/amico di vivere una vita più completa e dignitosa, Nicola, intento a raggiungere il suo obiettivo, si distacca sempre più dalla contingenza.
La rottura è totale, il crescendo di rabbia di Daniele nell’intuire le vere intenzioni dell’amico, si contrappone alla quieta fermezza di Nicola oramai totalmente rivolto a quella terra che sente appartenergli più che il respiratore artificiale. Il ritorno verso la natura è un viaggio verso se stessi e in quanto tale è difficoltoso: la terra nuda è dura, pesante, umida, la carrozzina di Nicola arranca sul soffice e spesso tappeto di foglie che rallenta la sua corsa permettendogli di ancorare i suoi pensieri in maniera risolutiva.
Il corto vuole raccontare uno dei possibili percorsi che portano ad una scelta e lo fa piegandosi, secondo le direttive del regista che non si schiera ma racconta, su una curva narrativa poetica ma mai, assolutamente, patetica. La rappresentazione narrativa della scelta passa attraverso l’immagine del confine tra vita e non vita, un confine talmente sottile che copre la distanza di un respiro.
Il regista lascia parlare le immagini delegando ad esse parte della funzione narrativa. Ariose e generose inquadrature si contrappongono a primi piani tesi a indagare più a fondo l’animo dei protagonisti delle cui vite sappiamo molto poco.
Non c’è accanimento e morbosità nella costruzione dei personaggi: poche e decise pennellate delineano i caratteri dei protagonisti con un distacco funzionale ad evitare una immedesimazione epidermica da parte dello spettatore che è costretto a cercare, dentro di sé, un riscontro oggettivo di quanto vede messo in scena.
Il talentuoso Enrico Iannello recita nella parte del medico, personaggio fortemente combattuto tra l’entusiasmo professionale ed una consapevole ed empatica comprensione dei tormenti dell’amico.
Convincente la performance del bravo attore napoletano Fabio de Caro nelle vesti del protagonista che regala un’interpretazione intensa in cui la gestualità, gli sguardi e la fisicità reggono ad arte la rappresentazione di una sofferenza fisica e di uno stato d’animo specchio di una coscienza combattuta. I dialoghi brevi, incisivi, con sfumature sospese di poesia aprono gli spazi necessari alla riflessione dello spettatore.
Le suggestioni etimologiche suggerite dal titolo del cortometraggio, acuiscono il senso poetico di una visione dell’esistenza che, al di là della mera biologia, si diluisce nello spirito dell’universo.
Il soffio richiama alla mente un immaginario polisemantico e ancestrale: il soffio fisiologico della natura, il vento, l’aria (dal greco anemos) da un lato e il respiro biologico dell’uomo dall’altro.
Ma ancora, anemos nella versione latinizzata, il corradicale animus, è andato a indicare la razionalità e l’emotività dell’interiorità umana fino ad acquistare definitivamente, con il diffondersi del cristianesimo, l’accezione di parte spirituale e immortale dell’uomo.
Il soffio è respiro e anima, è vita che permea l’uomo e la natura, è poesia dell’universo.
E se, fra crocicchi etimologici un po’fumosi e digressioni irrorate da un afflato animistico, i pensieri si inarcano distaccandosi dalla prosaicità letteraria e contingente del film, non importa, l’arte fa anche questo, donarci la possibilità di divagare con la mente inseguendo allitterazioni emotive e cognitive.
E’ ora di lasciare Nicola al suo viaggio di ritorno alla natura, a contatto con quella terra di cui vuole sentire il battito e alla quale ha deciso di regalare quel soffio vitale che, secondo una concezione antica, viene espirato fuori al momento della morte.
Nicola si perde nell’anima della natura, il “soffio” artificiale del respiratore lascia il posto al “soffio” di una terra che lo abbraccerà e che respirerà per lui e con lui oramai per sempre.
Jessica Carrieri
Trailer





