Premio nazionale letterario fotografico “Roma nel tempo”
ottobre 31, 2009
Il concorso, dedicato e ispirato alla città di Roma, luogo simbolo di storia, arte e cultura, ci ha visto partecipare con entusiasmo, ispirati per motivi affettivi da una città che viviamo ogni giorno. Abbiamo voluto contribuire, a nostro modo, attraverso le immagini e la scrittura a raccontare il fascino di Roma che scorre, fatalmente immutabile, sui binari del tempo.
Lo scatto di Paolo Piccolo è risultato vincitore del Primo Premio della sezione Fotografia della prima edizione del Premio Nazionale letterario fotografico “Roma nel Tempo” 2009.

In questa fotografia l’elemento antropomorfo si diluisce in quello strutturale effondendo due contrastanti sentimenti dello scorrere del tempo: la transitorietà dell’uomo contemporaneo con la sua vita frenetica, volatile, frugale e l’immanenza granitica della storia che, attraverso la solennità delle vestigia romane, proietta ininterrottamente evanescenze di un tempo remoto, un tempo di altri uomini transitori eppure congelati per sempre nel pigmento di un flusso temporale.
La fotografia è la metafora della vita: in questo scatto l’uomo è un “passaggio” in dissolvenza sullo sfondo della stratificazione del tempo.
A “La repubblica dei gatti”, racconto di Jessica Carrieri, la Giuria ha assegnato il Premio Speciale per la sezione Narrativa della prima edizione del Premio Nazionale letterario fotografico “Roma nel Tempo”2009.
Il mio racconto vuole essere un piccolo tributo alle visionarie emozioni che Roma mi ha regalato quando mi sono traferita in questa città, oramai sedici anni fa, da un paese contadino del Sud Italia. Incanto e rapimento e nuovi occhi per guardare.
LA REPUBBLICA DEI GATTI
Il cielo di Roma in una notte densa di molti anni fa.
<<Pronto, ciao Flavio che fai?>>
<<Guardo la televisione, mi annoio>>.
<<Ci vediamo? Non ho sonno>>.
<< Va bene, ma cosa facciamo?>>
<<Non so davvero, vediamoci fra mezz’ora poi decidiamo>>.
Era sera inoltrata, un lunedì uggioso, gli esami lontani, la televisione, un cielo novembrino senza nuvole, le strade vuote per il lungo ponte di Ognissanti.
Un colpo di clacson. Eccolo. La borsa, le chiavi.
Flavio era un buon amico, un quasi architetto con velleità artistiche e lo sguardo sempre curioso. Gli volevo bene, in sua compagnia mi sentivo speciale, diversa, sempre emozionata e pronta a guardare il mondo attraverso i suoi occhi.
<<Che aria fresca stasera e che pace, allora che facciamo Fla’?>>
Sui sedili posteriori la sua macchina fotografica.
<< Inseguiamo i gatti questa sera>>.
<<Di che gatti parli?>> Il mio sguardo doveva essere tra l’attonito e il divertito.
Sorrisi ma non indagai oltre, mi sembrava più stralunato del solito.
La macchina scivolava nella notte a velocità moderata per non turbare la percezione di quella desolazione. Guidammo per venti minuti ascoltando le note di una stazione radio che trasmetteva underground notte e giorno.
Parcheggiammo senza difficoltà, a mezzanotte piazza Venezia era solo per noi. Flavio indossò la macchina fotografica e insieme ci dirigemmo verso le scale del Campidoglio.
Salimmo senza scambiarci una parola ascoltando l’eco dei nostri tacchi per le scale, avevamo quasi lo stesso passo. L’immensa ragnatela, la statua di Marco Aurelio.
Il profumo della quiete notturna ci riempiva; il nostro affanno dopo la lunga scalinata appariva il giusto tributo a quella immensità immobile e rarefatta.
Un piede dopo l’altro giungemmo dinanzi a quel bivio che si presenta al viandante chiedendogli di scegliere fra i due declivi che dolcemente discendono verso i fori accarezzandone i contorni.
Una tentazione quella di dividerci e lasciarci rotolare come palle nel nero vetusto di quella Roma antica.
Invece rimanemmo immobili con i piedi pesanti e gli occhi che cercavano intorno e in tondo; il vento arrivava sottile e pungente. Come per scrollarmi dal torpore Flavio mi spinse con la spalla:
<<sei silenziosa questa sera>>.
Abbassai lo sguardo, avrei ricordato a lungo quel momento. Mi prese sottobraccio e lentamente mi sospinse. Mi lasciai guidare mentre lo ascoltavo:
<<ti porto a vedere la luna>>.
La luna? Mi sembrava una sera tanto buia e densa che non mi ero accorta ci fosse e infatti non la vedevo. Ero molle. Abdicai a lui la mia volontà e mi lasciai trascinare in quel nero.
<<Arrivati>>, mi disse all’improvviso destandomi da quel torpore fluido.
Spinsi in là lo sguardo, un ultimo passo, e quasi non credetti ai miei occhi: sotto di me un teatro a cielo aperto nascosto sino a quel momento dal Palazzo Senatorio. Mi avvicinai alla balaustra. Una luce bianca e irreale si irradiava in ogni direzione.
Quella sera la luna era una mongolfiera gonfia di vento. Ferma come un immenso faro rischiarava col suo freddo ogni profilo. Sotto di noi il Foro Romano mi appariva come un magazzino di quinte teatrali dismesse e accantonate.
Ero scossa. Aggrappata al passamani non parlavo per l’emozione. Sforzai gli occhi per abituarmi a quella nuova luce e a quelle nuove forme.
Mi sembrava di violare un luogo sacro, di guardare dritto negli occhi qualcosa che non mi era permesso guardare.
Respirai profondamente, mi abbandonai alla balaustra, mi sporsi con il busto in avanti e dilatai gli occhi su quel teatro lunare.
Le colonne del Tempio di Saturno accarezzate da una luna abbondante e flaccida sembravano di carta colorata.
Flavio cominciò a scattare fotografie, poi mi passò la macchina predisposta con un potente zoom che indossai come si fa per inforcare un paio di occhiali: l’architrave, i fregi, i capitelli ionici, le colonne di granito rosastro…
Intravidi qualcosa fra le basi delle colonne. Guardai Flavio che non distoglieva gli occhi dal mio viso. Riguardai nell’obiettivo.
Un gatto scuro, immobile seduto sulle zampe posteriori era lì come se stesse scrutando la vallata, testa in su e muso ad annusare l’aria. Non si muoveva, nero, pesante, lucido.
Deglutii, mi spostai con l’obiettivo per guardare la luna, ma dopo qualche secondo ritornai ai piedi del Tempio.
Uno, due, tre, quattro, cinque, forse sei gatti che non avevo visto prima dormivano ai piedi delle colonne. Tra loro il gattone nero sempre seduto diritto sulla schiena come se fosse in trono.
Un po’ stizzita ripassai la macchina fotografica a Flavio che mi chiese: << e allora?>>
<<Allora cosa?>> Feci finta che quel teatrino felino non mi avesse toccato.
<<Chiudi gli occhi>>, mi disse Flavio <<e apri i sensi a questo silenzio e a questo buio>>.
Rimanemmo con le palpebre serrate per qualche minuto. Credetti, dal torpore dei muscoli, di essermi addormentata per qualche secondo. Sentivo l’aria fresca che cristallizzava quelle sensazioni. Aprii gli occhi e come dopo un momento di lunga cecità all’inizio non vidi bene.
Il mio viso era rivolto al podio della Basilica Giulia e ai suoi gradini sottostanti; quell’immenso rettangolo pieno soltanto di qualche semicolonna decapitata sembrava un campo di calcio senza giocatori.
Non era così. Dovetti ricredermi. Una colonia infinita di gatti popolava quell’area vuota di storia. Molti erano addormentati sui gradini, altri accovacciati sulle colonne o sui pilastri. Ma la maggior parte passeggiava con passo lento all’interno del perimetro della basilica. Un tappeto felino in movimento.
<<Ti presento i veri cittadini di Roma>>, mi sussurrò Flavio stendendo una mano come si fa per annunciare l’entrata in scena di un artista. Mi stavo perdendo in quei piccoli e lenti movimenti mentre cercavo di dare un senso a quello che vedevo.
Ero spaventata da quella folla felina, spaventata da Flavio che mi aveva portata lì, spaventata da quelle centinaia di iridi fosforescenti e intermittenti che il buio sollecitava e che si diluivano rimandandomi l’immagine di un prato colmo di lucciole.
Guardavo Flavio e fingevo di non sentire i miagolii che piano piano il vento ci riportava amplificati. Lamenti, richiami, conversazioni feline si trasformavano in cantilene. Il brusio animale diventava sempre più familiare man mano che mi abituavo allo stridore di quei suoni. Mi pareva di cogliere parole.. frasi..
Feci un passo indietro e strizzai gli occhi per abbracciare con lo sguardo la massima porzione di quello spazio. Erano infiniti, mobili, urlanti i gatti che vivevano e popolavano il Foro muovendosi al suo interno come in una sagra di paese affollata.
Suggestioni mi dicevo: la notte, la luna, il mio stravagante amico.
Avvertivo la presenza di Flavio che con voce calma mi parlava in un orecchio dello spirito degli antichi romani che si incarnava di notte nei gatti di Roma. Con l’altro orecchio, invece, mi sembrava di udire sferruzzamenti, voci umane, litanie, applausi e grida. Mi vennero in mentre le descrizioni di Plinio il Giovane sugli affollati processi a cui i romani partecipavano in massa.
Era davvero troppo. Un tonfo. Il buio. Silenzio.
Il suono sordo e metallico del telefono fu come uno squarcio improvviso.
<<Pronto>>, sentii la mia voce rispondere bassa e cupa.
<<Sono Flavio, ti aspetto sotto al portone da oltre mezz’ora, cos’hai deciso? Scendi o no?>>
Mi ci volle un lungo attimo per realizzare che mi ero addormentata aspettando Flavio. Balzai in piedi. La borsa. Le chiavi. Uscii sbattendo la porta.
<<Ciao Flavio, scusa, mi sono addormentata>> gli dissi vedendolo appoggiato sul cofano dell’auto a braccia incrociate.
<<Ti perdono, dai sali in macchina>>. Sui sedili posteriori la sua macchina fotografica. Il motore si avviò rumorosamente mentre, come da lontano, sentivo Flavio che mi diceva:
<< Stasera ti porto a vedere la luna>>.
Sprofondai nel sedile e socchiusi gli occhi. Sapevo che saremmo andati a caccia di gatti.
Jessica Carrieri
Bang Bang
ottobre 29, 2009
Il Teatro Cassia di Roma, completamente rinnovato, apre i battenti al pubblico inaugurando la stagione 2009/2010 con lo spettacolo “Bang Bang!” già presentato in anteprima estiva da Edoardo Sylos Labini che concesse con l’occasione un’intervista ad Artoong.
Un po’ emozionato, ancora visibilmente sopraffatto dall’inaspettato ritorno al successo dovuto al singolo “Bang Bang!” tratto dal suo ultimo album, dopo averci presentato tutti i componenti della sua band – la cantante Ottavia Fusco, il dj Coccia (Antonello Aprea), il bassista Ciccio (Mario Rivera) e alle tastiere Gionfri (Gianfranco Mauto) – il leader protagonista di questo spettacolo racconta ad un immaginario intervistatore di nome Red (evidente il riferimento a Red Ronnie e al Roxy Bar) il suo passato di star travolta dal mondo del rock, fatto di mondanità, frenesia, donne e soprattutto droghe di ogni genere. Ma ne parla in maniera quasi innocente come giustificandosi ed ispira simpatia mentre beve tranquillo il suo the caldo, cercando di convincerci che ormai ne è fuori.
Ricorda, così, la prima esperienza “mistica” o addirittura – come dice, esaltato, lui – “esoterica” in cui, sotto effetto delle droghe, riuscì a produrre musica di alto livello con i suoi amici musicisti. Rivederlo e ascoltarlo mentre interpreta di nuovo quei brani, a distanza ormai di 10 anni dalla loro nascita, ispira a tratti persino un po’ di compassione… e forse è per questa ragione che la Fusco lo interrompe con una risata quasi disperata.
Questo breve excursus introduttivo che ci narra il passato della band arriva al culmine quando un giorno il leader rimane “fulminato” da una frase banale, piena di luoghi comuni, pronunciata dal presentatore di un talk show e ascoltata per caso alla tv, che lo porta a decidere di farla finita con le droghe.
Edoardo riesce a raccontare ogni aneddoto, più o meno significativo, con una leggerezza ed una spontaneità incredibili, si tratti di descrivere momenti all’apparenza drammatici o semplici bravate: il nostro leader se la cava sempre con un sorriso, facendo apparire tutto come la conseguenza naturale ed ovvia delle circostanze.
Il primo brano tratto dall’album presentato si intitola “Noi siamo il mondo”, versione italiana chiaramente parodistica di “We are the world”. Il testo dice tutto: “Viviamo in una fogna immensa in un mondo di merdaaaa!” canta la band con passione ed enfasi e parte del pubblico si piega dalle risate, ma forse dentro ciascuno di noi nasce una riflessione su quanto sia verosimile la situazione descritta in quel brano, facendo un raffronto con la condizione che viviamo oggi…
Si passa poi al secondo brano dal titolo “Essere cane” e con esso si delinea pian piano la differenza sempre più marcata tra i personaggi presentati in ciascuna canzone (e nel nostro caso sul palco). Protagonista stavolta è un cane – e senza risparmiarsi Edoardo abbaia e scodinzola abilmente per calarsi nella parte – che ci presenta il suo punto di vista, il mondo umano, quello che definisce “normale”, visto dalla sua prospettiva di cane dell’italiano medio. Valuta l’ipotesi di ricercare anche lui una “vita normale” ma l’abbandona subito: il suo sogno è diventare ricco e famoso per azzittire tutti quelli che lo hanno umiliato in passato, augurandosi così di ottenere una parvenza di rispetto… ma non appena il discorso si fa troppo serio, ecco che per sdrammatizzare e giustificare tutto, Edoardo riprende ad abbaiare e scodinzolare, per non rendere i toni mai eccessivamente pesanti e fingere che si tratti sempre solo di uno scherzo, anche se in conclusione - ci dice – lui è l’unico che sa di essere un animale mentre tutti noi “normali” siamo ciechi a non accorgerci di appartenere alla sua stessa razza…
Il terzo brano è “L’ultimo amico va via” ed il protagonista qui è il bassista Ciccio che si trova a un passo da un matrimonio non desiderato solo per via di una scommessa persa. Quello che viene descritto è il suo folle addio al celibato – con qualche accenno disilluso sull’amore e la vita matrimoniale ai nostri giorni – e se il contenuto del racconto è quasi inconsistente (non succede nulla di davvero interessante o significativo), la ricchezza della narrazione sta in una serie di piccole trovate a livello linguistico, che riescono a catturare l’attenzione dello spettatore, come quel tornare continuamente al momento in cui Ciccio “strizza il coso del ketchup in faccia al butta fuori”.
Si va ancora avanti con “Qui si sta bene” dove Sylos Labini si trasforma magnificamente in un fragile disadattato metropolitano che si accontenta di vivere ogni giorno con un tramezzino tonno e pomodoro, un caffè, una sigaretta, il giornale e un posto per dormire. È estremamente semplice ed efficace nei suoi ragionamenti, balbetta un po’, ha un sorriso aperto ed ingenuo, si accalora per l’aumento del prezzo del caffè e ci dice così che ha deciso di privarsi anche di quei due piccoli vizi, il caffé e le sigarette. Ci fa una tenerezza incredibile, quando da inguaribile ottimista conclude che “Un bicchiere mezzo pieno è… meglio di niente, ecco!”.
Il brano numero 5 è “Sono una trans, non sono una santa” ed è uno sketch breve e leggero, il sesto invece “Top manager” Vede entrare il trasformista Edoardo alle spalle del pubblico nei panni di un uomo d’affari che parla al telefono arrabbiato col suo avvocato e passando tra le file delle poltrone ci trasmette tutta la sua agitazione. Tutto l’episodio consiste in un susseguirsi di telefonate di ogni genere in cui il protagonista si trasforma ogni volta indossando una maschera diversa per rispondere alle esigenze di ciascun interlocutore e dirgli sempre quello che vuole sentirsi dire. Intelligente l’idea di usare un apparecchio telefonico diverso per ogni chiamata, che ne rappresenti il più possibile il carattere (come quello fuxia a forma di labbra, per la telefonata clandestina all’amante).
Il settimo brano “Scarfeis” parla di un boss camorrista che proclama “C’è chi è nato per servire e chi per comandare” ed offre la sua prospettiva cinica della realtà, comandata da un Dio che segue i suoi umori ed esercita un potere senza giustizia né pietà.
Arriviamo alla conclusione: il brano numero 8, dal titolo “Bang Bang!”. L’uomo è ormai visto come un topolino in gabbia che deve far girare la ruota sempre più veloce senza un senso né una direzione perché “Se non facciamo quello che ci dicono di fare… perdiamo tutto”. Si immagina un futuro non troppo lontano in cui il mondo sarà controllato da macchine e videofonini privi di emozioni. Secondo questa prospettiva, anche l’uso di droghe rischia di essere giustificato “Secondo voi perché la gente si fa le canne? Perché se fosse lucida mollerebbe tutto e smetterebbe di vivere”.
Il leader comincia così a spogliarsi – è, a questo punto, Edoardo che si spoglia del personaggio e dell’arte – fino a rimanere in mutande, mentre ci spiega che l’unico modo per sfuggire a questo sistema è non fare niente e non produrre più nemmeno l’arte, limitandosi a crearla nella propria testa, dove nessuno può entrare.
L’espressività di Edoardo Sylos Labini non conosce limiti ed è questo che ci conquista. Riesce a sostenere per un’ora e mezza il palco, quasi completamente da solo e ad esserne protagonista assoluto senza esitazioni, anche grazie a tante piccole trovate e dettagli importanti – quel berretto rosso calzato con la visiera di lato, i pantaloni che calano e scoprono la pancia esibita con tanta disinvoltura.
Tutto lo spettacolo è costruito con cura dei dettagli, il testo è riscritto in maniera coerente ed uniforme, cercando continuamente di affrontare tra le righe con apparente leggerezza ed evitando la seriosità, argomenti e situazioni terribilmente attuali e cocenti.
Non ne sbagliano una quelli della “band”, che sostengono e caricano la narrazione con una scelta perfetta di suoni e musiche; da notare l’intervento discreto ma efficace alla fisarmonica di Gianfranco Mauto nel settimo episodio.
Grafie – Il festival delle arti performative
ottobre 18, 2009
Particolarmente piacevole il contesto in cui veniamo accolti in occasione della prima serata del Festival di Arti Performative “Grafie 2009” dedicato in questa prima edizione ad Alonso Chisciano, presso la nuovissima Sala Luigi Pintor di Roma, a via Dello Scalo di San Lorenzo. Un bel parquet sotto i nostri piedi, luci soffuse e misurate per creare atmosfera, tavoli circondati da sedie al posto delle classiche file di poltrone e dalle 20.30 la possibilità di gustare un delizioso buffet della casa, in attesa che lo spettacolo cominci. Sembra un po’ come essere in un wine bar-restaurant ed al contempo ci si rilassa come quando si guarda un film in salotto mentre si cena: vengono combinati eleganza e capacità di far sentire lo spettatore/ospite a casa sua.
Lodevoli, poi, gli intenti che muovono l’Associazione “I Fools” in tutte le iniziative realizzate fin dall’apertura della sala, durante la scorso inverno, ad oggi, tutti volti ad avvicinare il quartiere all’arte popolare ma di buon livello a costo bassissimo ed allo stesso tempo a dare ai giovani artisti spazi per esibirsi, sempre a costi sostenibili.
Venerdì 2 Ottobre i ragazzi della compagnia Fools, che curano appunto la direzione artistica della sala, hanno scaldato simpaticamente l’atmosfera con una piccola sigla/presentazione introduttiva, visibilmente emozionati ed entusiasti.
A seguito di questa prima semifinale, sono passati alla finale del 10 ottobre 3 corti: poco mi convince il primo, un adattamento da Jaques Prévert, “Il cavallo solitario” per la regia di Cristina Spizzamiglio. La prima parte del corto è noiosa ed incomprensibile: le due giovani protagoniste si sfidano in un gioco dal significato oscuro usando quattro pupazzetti “Mio Mini Pony” a testa. “Trovare una relazione mantenendo una distanza…” vanno declamando nella loro insolita partita a scacchi. Ha scritto la compagnia, nella presentazione di questo lavoro, che chi alza la voce fuori dal coro non viene ascoltato e la poetica di Prévert, in tal senso, rivela una scomoda attinenza con la nostra civilissima realtà… e così le ragazze/cavalle si mettono a gridare “imbizzarrite” le lamentele dell’animale che decide di ribellarsi ai maltrattamenti subiti dall’uomo. Ma il significato non passa, la messa in scena è frammentaria e non assume una direzione chiara e l’interpretazione lascia a desiderare.
Il secondo è “Vacanze d’estate”, testo molto bello, decisamente più chiaro e comprensibile, tratto dall’opera di Quim Monzò, diretto ed interpretato da Teodora Grano e Daniele Bernabei. La giovane coppia alle prese con un tema drammatico come quello dell’aborto è presentata dall’autore catalano in maniera a tratti cinica a tratti grottesca. Brava ed espressiva la protagonista femminile (anche se dovrebbe tirar fuori un po’ di più la voce), buone le pause, le variazioni di toni, la mimica del volto; va bene anche il marito che, da semplice comparsa distratta quale può sembrare all’inizio, fa invece poi davvero suo il personaggio. Toccante l’umanità dei due coniugi che anche nell’assurdità della situazione presentata, fanno emergere, commuovendoci, il loro desiderio di essere genitori.
Il terzo finalista ci ha rallegrato un po’: si tratta di “Dopo le Ventiquattro” scritto, diretto ed interpretato da Angela Bruni e Elena D’Angelo che si presentano come compagnia di cabaret dell’assurdo “Idiomi e idioti”. Le due ragazze perdono troppo tempo nell’allestimento – per carità, accuratissimo e grazioso – della scena e nei cambi d’abito – anche quelli scelti bene – che avvengono davanti ai nostri occhi. Sembrano addirittura provarci gusto e mostrano in questo una punta di presunzione. Sfuggono, in alcuni momenti del primo sketch i legami che dovrebbero essere dettati dal linguaggio, nella conversazione astratta tra marito e moglie e sono forse solo le loro “facce buffe” a far sorridere. Più caricaturale e ilare e riuscita, nel secondo sketch, l’interpretazione delle due vecchie pettegole.
Non è passato in finale, invece, “Wafer al cioccolato”, testo di Lucia Lasciarrea, per la regia di Antonella De Angelis.
Sabato 3 Ottobre sono stati scelti altri due finalisti, dai 5 corti presentati. Il primo è “Dulcinea va a sposare” di Francesca De Rossi, per la regia di Massimo Roberto Beato e Jacopo Bezzi. Protagonista Dulcinea, interpretata da un’intensa Nicoletta La Terra, la quale ogni volta che tenta di diventare sposa di un uomo, vede ricomparire il fantasma del suo primo amore carnale, Don Chisciotte, qui realizzato con forza e presenza scenica da Francesco Montanari, e spinta dall’esasperazione si trova a chiedergli di portarla con lui nel mondo degli inferi. Un corto breve, conciso, completo, che alterna rapidamente ed efficacemente umori e sentimenti senza dimenticarsi mai dello spettatore.
L’altro finalista è invece “Il cantico del lamento”, scritto e diretto da Davis Tagliaferro, consiste in un monologo interpretato da Annarita Colucci. La ragazza – davvero troppo giovane per farci vedere, anche con tutto il lavoro di trucco, una donna anziana nei suoi atteggiamenti e nelle sembianze – declama il testo dando l’impressione di viverlo poco e risulta artificiosa, fredda, finta. A poco servono, così, le bellissime musiche, il testo interessante, riflessivo ed interiore e dell’atmosfera “inquietante” preannunciata dalla compagnia nella presentazione del lavoro non arriva nulla. La protagonista è una donna che rifiuta la sua esistenza e da questa condizione dovrebbe sgorgare il lamento, lo sfogo. Persino il costringersi a stare su una sedia a rotelle si rivela una scelta dovuta alle profonde insicurezze della donna, che è arrivata a considerare quell’inutile oggetto il suo trono. Ma ahimé, questo “esplodere” della tensione emotiva della protagonista non è reso minimamente e neanche le lacrime che abilmente l’attrice riesce a far sgorgare nel finale riescono ad andare oltre l’esercizio tecnico e a commuovere.
Non passano, invece, i corti “Mogli ebree alle ceneri” tratto da Brecht e Pinter, di e con Daniela Ferri, “Il gioco del silenzio” scritto, diretto ed interpretato da Massimo Dobrovic e “Nuovo Ordine Mondiale” ispirato ad un testo di Harold Pinter e riadattato e diretto da Rosario Mastrota, con Laura Garofoli e Desirée Cozzolino.
E veniamo alla finale: i tre Corti premiati dal Festival proclamati a conclusione della sera di sabato 10 Ottobre non hanno vinto denaro, ma luoghi, sostegno tecnico e pubblicità per poter rappresentare gli sviluppi delle proposte in concorso. Il coordinamento delle attività proposte e la direzione artistica saranno a cura dell’Associazione culturale Fóòls, patrocinata dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico.
Non sono mancati i “colpi di scena”: due dei corti passati in finale non si sono potuti presentare e così è stato ripescato “Nuovo ordine mondiale” e a concorrere per i 3 premi (più quello del pubblico) sono state quattro compagnie.
Vince il primo premio ed anche il premio del pubblico “Il cantico del lamento”: stavolta vediamo la protagonista godersi un po’ di più il testo con tutte le sue pause, anche se c’è ancora molto lavoro da fare sulla mimica facciale e nella costruzione del personaggio.
Il secondo premio va proprio ai “ripescati”: “Nuovo ordine mondiale” stavolta presenta una performance un tantino più uniforme e credibile ma anche a loro auguriamo di sfruttare bene il tempo a venire per arricchire lo spettacolo di contenuti, che altrimenti, dopo la simpatica introduzione musicata e coreografata con grande cura dei dettagli, latitano. Bravissimi ed espressivi, comunque, i tre interpreti.
Il terzo premio è per “Vacanze d’estate” che inspiegabilmente, stavolta, viene presentato con poca convinzione degli attori, i quali sembrano meno immersi nelle rispettive parti; resta però la profondità del testo e l’impressione di una grande potenzialità della compagnia.
Resta fuori il cabaret dell’assurdo “Dopo le Ventiquattro” che risulta più lento e meno coinvolgente e a differenza della prima volta, non riesce a strapparci nemmeno un sorriso: forse non è serata ma senza dubbio le due attrici devono lavorare ancora molto sulla loro coalizione.
La peculiarità del Festival è quella di proporsi come occasione di crescita e di integrazione artistica, mettendo alla pari tutte le discipline artistiche che possono trovare nel teatro il loro luogo di esposizione, senza distinzioni e ponendo nella giuria esperti di ogni disciplina artistica contemplata. È così che, a conclusione delle performance e a seguito delle premiazioni si è svolta una tavola rotonda tra giurati e compagnie partecipanti, per un interessante confronto.
Akina
ottobre 2, 2009
Akina è il nuovo personaggio che ha creato in esclusiva per Artoong la disegnatrice Roberta Morucci.
Akina è un po’ lo spirito critico e leggero con cui soltanto una bambina riesce a guardare alle cose del mondo. Con il suo occhio molto particolare e la sua inseparabile macchina fotografica, Akina ci offrirà uno spaccato originale di quello che maggiormente l’ha colpita degli avvenimenti che la circondano.
Oggi Akina si presenta ai suoi nuovi lettori, sfogliate con il mouse il suo album e imparatela a conoscere.
di: Roberta Morucci



