Itinerari fotografici: Lillo Rizzo

settembre 5, 2009 · Stampa l'articolo

Produzione dell’eccesso, spreco.  Scarsità di tempo, accelerazione del vissuto quotidiano. Voracità consumistica  e fretta,  dismisura del quantitativo e rarefazione del qualitativo, massificazione  seriale e velocità.  Sono coppie  a diversa valenza oppositiva  che declinano in modo diverso elementi caratteristici del panorama moderno.

Si può solo notare che  a 100 anni esatti  dall’euforia futurista per le folle metropolitane e la velocità,  l’inizio del nuovo secolo appare assai più indeciso nella esaltazione di questi  elementi che pure continuano a costituirlo.

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La fotografia ha  accompagnato la traiettoria della modernità  fin dall’inizio,  proponendo un modello esemplare di  produzione di immagini seriale e massificata  e di semplificazione meccanica, di velocizzazione estrema della manualità.  Il precocissimo rifiuto di Baudelaire di considerare la fotografia come arte  rappresenta  la più chiara espressione di un atteggiamento assai diffuso  alla metà del XIX secolo.  L’approvazione o il rifiuto del nuovo mezzo si accompagnava spesso all’accettazione entusiasta  oppure al rigetto del nuovo mondo borghese disegnato dalla prima rivoluzione industriale. L’ideologia positivista fa da sfondo culturale al primo cinquantennio dell’’invenzione fatale’.

Ma la fotografia  è troppo implicata nel rapporto con il tempo, con la sua complessità,  per non  riuscire ad esprimere anche un orientamento  inverso a quello finora descritto.

Negli anni ’30  la codificazione  bressoniana dell’’attimo privilegiato’, affidata più alla sua pratica fotografica che ai  rari  contributi teorici,  propone un modello di operatività  fondato sull’attesa, sulla sperimentazione cioè di  un tempo superfluo, sovrabbondante e lungamente inutile, e sulla cattura puntiforme e irripetibile dell’istante operata dalla decisione del fotografo.

Forse non è un caso che la lezione bressoniana abbia attraversato un cinquantennio intenso e decisivo per l’insieme delle critiche alle  forme della modernità, conclusosi negli anni’80.

E’ stato quel cinquantennio il periodo d’oro del fotogiornalismo, durante il quale l’aura svanita dalla riproduzione seriale delle stampe sembrava ricostituirsi attorno al singolo scatto, a quell’istante sottratto alla scomparsa dalla decisione di un fotografo, che rimaneva talvolta come icona emblematica di un evento storico, di una condizione umana. La fotografia di reportage, proponendosi come sbrigativo mezzo di informazione, cominciava  anche a costruire un suo proprio codice linguistico non privo di valenze estetiche,  veniva ospitata nelle gallerie, entrava nei musei.

La rivoluzione del digitale ha rischiato di travolgere questa impostazione.  Nell’ultimo trentennio il turbocapitalismo globalizzato ha  rotto gli argini che, dalla crisi del ’29, avevano trattenuto gli ‘spiriti animali’ del mercato: spreco, consumismo, massificazione, velocizzazione vertiginosa del tempo e sua conseguente scarsità, hanno raggiunto misure estreme. La rivoluzione del digitale ha   assecondato questa tendenza.

Chi oggi  impara a fotografare con una reflex digitale tende ad usarla come una videocamera, scattando a ripetizione, approssimando il limite oltre il quale il carattere discontinuo, discreto, puntiforme dello scatto fotografico si oltrepassa e si nega  in una  ripresa  del flusso temporale tendente a riprodurne la continuità. Il tempo dell’attesa, il suo vuoto, viene riempito da uno spreco di scatti. Poi, davanti al monitor, si sceglierà quello migliore.

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Le fotocamere digitali non comandano ma assecondano la produzione del superfluo, una specie di  bulimia produttiva, di pulsione dissipativa, e la conseguente  disattivazione del dispositivo bressoniano fondato sull’attesa dell’attimo privilegiato.

Una recente mostra a Rovereto  di Lillo Rizzo  riassume bene  l’incrociarsi delle traiettorie percorse dalla fotografia negli ultimi   decenni, il loro articolarsi  all’interno di  un itinerario professionale che registra in modo assai marcato la crisi  determinata dall’irruzione del digitale.

La mostra raccoglie 15 scatti del fotografo, dalla seconda metà degli anni ’80 ad oggi. Una mostra antologica essenziale, quindi.

Se si osservano le date, la maggior parte delle fotografie scelte appartengono al primo decennio della sua produzione,  segnato dall’uso esclusivo della pellicola.

Fin dall’inizio la  fotografia di Rizzo si orienta verso le periferie geografiche e sociali e verso una decisa impostazione bressoniana: geometrie, a volte complicate dall’uso del 28 ml., e attesa paziente dell’attimo in cui la realtà ‘si mette in posa’.

Se lo spreco delle risorse e la scarsità  di tempo abitano le metropoli, le periferie ospitano una drammatica scarsità di risorse ed  uno spreco, una  inutilizzata sovrabbondanza di tempo: ma per il fotografo    quello spreco è una risorsa, quella sovrabbondanza non è inutile. E’ la premessa, al contrario,  della sua vigile attitudine contemplativa. Le periferie di Rizzo ospitano anche una marginalità ed eccentricità dei corpi, dei gesti, degli sguardi, del gioco casuale delle apparenze, che restituisce la  fotografia  alla sua antica   attitudine predatoria dell’improbabile.

In Marocco, India, Nepal, ma anche al manicomio di Agrigento, Rizzo non ha solo descritto frammenti di vita profondamente segnati dalla scarsità delle risorse e dalla  marginalità sociale, ma  ha  raccontato della  periferia  anche quella temporalità rallentata, al cui interno le sue attese hanno lungamente preceduto la decisione dello scatto, il prodursi di una epifania, e in cui è  riconoscibile   la disposizione ‘zen’ di tanta fotografia bressoniana.

Sono le  sue foto  migliori, spesso risolte in geometrie  ardite, al limite della rottura, e sostenute da  una curiosità  culturale  autentica e da una sincera  simpatia umana  per i soggetti irretiti nel gioco fotografico.

Su 15 scatti 12 appartengono a questa  produzione iniziale di Rizzo. Forse ne avrebbe potuti scegliere  altri, soprattutto fra i suoi viaggi in Marocco, però sempre del periodo   che precede l’uso della camera digitale e l’inizio delle sue collaborazioni con le agenzie fotografiche.

Significativamente nella  sintetica mostra antologica non c’è  infatti traccia   della sua estesa produzione in digitale per le agenzie e i giornali.

La mostra viene  conclusa da tre scatti realizzati negli ultimi anni, durante i quali  il fotografo agrigentino ha ripreso a fotografare esclusivamente con la pellicola.

La traiettoria di Lillo Rizzo non è paradigmatica. Straordinari reporter continuano a fotografare in digitale braccando nell’attesa l’improbabilità  dell’evento.

Rimane tuttavia, quello di Rizzo, un percorso particolarmente interessante proprio per  la maniera  in cui esibisce l’impatto che l’avvento del digitale ha prodotto sulla pratica professionale di molti fotografi. E per come, con il  suo ritorno alla fotografia analogica, sembra indicare nel recupero della migliore tradizione novecentesca una via ancora felicemente percorribile.

Fotografie di Lillo Rizzo

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