Siddharta, Gesù e le religioni che li hanno dimenticati (parte III)

maggio 28, 2009

I SANTONI
Si trattò di due modi differenti di abbandonare il proprio contesto, ma ambedue comunque in qualche modo secchi e traumatici. Occorre tuttavia ricordare che sia nella Palestina dei tempi di Gesù, sia in India (e nelle zone circostanti) all’epoca di Śākyamuni, la scelta di dedicarsi alla vita dello spirito e trasformarsi in un santone o assimilabile era piuttosto diffusa. Entrambi gli ambienti brulicavano di sedicenti illuminati, profeti, santoni, asceti, brahmani, risvegliati, addormentati, maghi, veggenti, yogi, filosofi, meditatori di professione, maestri e via santificando. In effetti bastava dare un calcio a un sasso qualsiasi e, sotto di esso, si potevano senza dubbio scoprire tre o quattro di tali creature sempre intente a discutere, far miracoli, mendicare o meditare. Le dottrine di tutti quei pittoreschi personaggi avevano spesso parecchi punti in comune (almeno nell’ambito di contesti culturali affini), ma comunque, in qualche modo misterioso, ognuno continuava a pretendere di saperne un po’ più degli altri o di essere “più risvegliato” o “più potente”. Per dirla in termini chiari: “più fico”.

Ovviamente l’incredibile proliferazione di pseudoveggenti e pseudoprofeti non dipendeva da una effettiva, reale sovrabbondanza di persone progredite spiritualmente. Se così fosse stato, come minimo ci sarebbe stato da aspettarsi che tutti quegli esseri così nobili e avanzati si stimassero reciprocamente e si mettessero d’accordo nell’insegnare concordemente una stessa dottrina: quella “vera”. Invece, pur in un contesto di credenze di base comuni, ognuno aveva una sua propria visione e le diatribe stizzose e poco caritatevoli fra santi uomini erano all’ordine del giorno. Per esempio nell’Anguttara Nikāya, uno dei testi inclusi nel Sutta Pitaka del canone buddhista Pali, si trova scritto senza mezzi termini: “[…] i monaci che sono versati nella spiegazione e interpretazione del Dhamma biasimano i monaci contemplativi […] inoltre, amici, i monaci che praticano la contemplazione biasimano i monaci che sono versati nella spiegazione e nell’interpretazione del Dhamma […] così tutti costoro non sono dediti al bene delle genti, al bene e alla felicità dei deva e degli uomini”(*).

Ma torniamo ai nostri eroi. Tanto Buddha che Gesù, in definitiva, appartenevano alla folta schiera dei Conoscitori Professionisti della Verità, dediti a un perenne, alacre randagismo per spostarsi di qua e di là al fine di scambiare con le ignoranti genti locali frammenti di Illuminazione in cambio di pane e formaggio. Ambedue stigmatizzavano le dottrine dei “falsi profeti” e ambedue gironzolavano dispensando una parola saggia qua e un miracoletto là. Certamente agivano con un loro proprio stile, ma in definitiva non si distaccavano poi troppo da centinaia di loro colleghi meno famosi. Tanto per citare un paio di noti colleghi dei due, basterà ricordare i santoni di cultura indiana Vardhamāna e Ārādha Kālāma che furono sostanzialmente contemporanei di Śākyamuni; il primo, noto anche come Mahāvīra, fondò il giainismo (la dottrina di quei monaci che quando camminano spazzano il terreno davanti a sé per evitare di schiacciare inconsapevolmente qualche piccolo essere vivente); il secondo fu uno dei due maestri cui lo stesso Buddha si rivolse per imparare, dopo aver lasciato la casa paterna.

(*) per spezzare la catena è necessario raggiungere il distacco da ogni elemento di realtà, riconoscendolo per quello che è (impermanente e illusorio) e riuscendo di conseguenza a praticare fino in fondo il Sentiero di Mezzo (ossia un insieme di prescrizioni e criteri di comportamento pratici intesi a facilitare il distacco);
Giorgio Penco

Un grande spreco, fortemente voluto

maggio 14, 2009

Tra i numerosi luoghi comuni, infondati ma pervicacemente radicati, con cui sono costretto a misurarmi nelle ormai pluridecennali esperienze di divulgazione sulle tematiche energetiche, ve n’è uno che tanto più viene vissuto come certezza dai miei interlocutori, tanto meno poggia su giustificazioni razionali: si tratta della convinzione che il combustibile più adatto a produrre elettricità sia il gas metano.

figura 1 opt Un grande spreco, fortemente voluto

Un tratto della storia della centrale termoelettrica situata a Fusina, in riva alla laguna di Venezia, la centrale “A.Palladio” (fig. 1), definita “policombustibile” perché in grado di utilizzare tutti i combustibili fossili, mi ha spinto ad approfondire un aspetto che quasi tutti danno ormai per scontato. Si ignora così o si misconosce una contraddizione che qualcuno, vista l’attuale situazione energetica italiana e le crescenti preoccupazioni per il progressivo ridursi della disponibilità di combustibili fossili sul pianeta, potrebbe giungere a definire “crimine energetico”.

Prima di entrare nel cuore della questione, è indispensabile esaminare alcuni aspetti del quadro in cui essa si colloca.

Il metano, come il petrolio, è un idrocarburo originatosi – a partire da oltre 230 milioni di anni fa – dalla fossilizzazione, in condizioni di temperatura e pressione particolari, dei resti di plancton ed alghe accumulatisi per lunghi periodi di tempo sul fondo marino. Gli strati di materia organica, animale e vegetale, portati dai movimenti tettonici alla profondità opportuna, hanno dato origine a composti di idrogeno e carbonio in forma gassosa (metano), liquida (petrolio) e semisolida (bitumi).

Anche se in pratica il greggio è sempre accompagnato da un certo quantitativo di gas, i giacimenti sfruttabili di metano sono distribuiti sul pianeta in luoghi che non coincidono sempre con la presenza di petrolio. Le maggiori riserve sono concentrate principalmente in Russia, Iran e Qatar.

Il trasporto sino ai luoghi di consumo, in tubazioni lunghe migliaia di km, risulta tecnicamente possibile e conveniente. Incontra però problemi pressoché irrisolvibili quando si debbano attraversare oceani profondi ed è esposto a rischio elevato quando i metanodotti attraversano aree politicamente poco affidabili o socialmente pericolose.

Inoltre la bassa densità, che caratterizza questo combustibile allo stato gassoso, rende molto problematico accumularlo in riserve o stoccaggi in quantità tale da garantirne la disponibilità per lunghi periodi, soprattutto se si è in presenza di elevati livelli di consumo. In caso di pesante riduzione o sospensione dell’approvvigionamento quotidiano dalle lontane fonti di estrazione, i quantitativi non certo abbondanti stoccati in tempi di forniture abbondanti difficilmente possono garantire il funzionamento di tutto un  sistema (industriale, produttivo e civile) per il tempo necessario al superamento della crisi. La cosa risulta aggravata dall’inevitabile incertezza sui reali quantitativi che del metano stoccato sarà concretamente possibile estrarre.

figura 2 opt Un grande spreco, fortemente volutoDa alcuni anni si utilizza anche un metodo di approvvigionamento alternativo, usando speciali navi gasiere (fig. 2). Nei pressi dei luoghi di estrazione il  gas viene trasformato in GNL (Gas Naturale Liquefatto) in impianti di liquefazione dove viene portato ad una temperatura di -160°C, che ne riduce il volume di 600 volte. Il GNL, caricato nei serbatoi delle gasiere, può essere trasportato a grandi distanze in tutto il mondo; a destinazione viene riscaldato e riportato allo stato gassoso in particolari impianti di rigassificazione ed immesso in rete per il consumo.

Percentuali crescenti di GNL soddisfano esigenze sempre maggiori di consumo del metano e la costruzione di infrastrutture di liquefazione e rigassificazione si sta intensificando in tutto il mondo. Ma il timore di gravi incidenti tende a rappresentare un freno alla realizzazione di questi impianti.

Il GNL, in quanto tale, non può incendiarsi per carenza di ossigeno e quindi lo scoppio di una gasiera è del tutto improbabile, se non impossibile. Va invece presa in considerazione l’eventualità che il GNL, a causa di un incidente marino, possa fuoriuscire e, riscaldato dalla temperatura dell’acqua di mare, ritornare allo stato gassoso disponendosi in atmosfera ad un livello di concentrazione tale da rendere possibile l’innesco di un incendio.

Le grandi quantità in gioco e l’enorme aumento di volume che si realizza in fase di ritorno del GNL allo stato gassoso, giustificano qualche preoccupazione e suggeriscono la massima prudenza e perizia nella costruzione e nella gestione di tali impianti per assicurare livelli altissimi di sicurezza.

Il dato più significativo della situazione e della prospettiva di questa, che tra le fonti fossili è di gran lunga la più “pulita”, è la durata che si stima possono avere le sue riserve presenti sul pianeta, calcolata ipotizzando che ogni anno se ne continui ad estrarre un quantitativo identico all’attuale: poco più di 60 anni, con un picco massimo di produzione che dovrebbe collocarsi tra il 2030 ed il 2040.

In Italia il metano arriva quasi esclusivamente attraverso tre metanodotti che ci collegano al Nord Africa (40%), alla Russia (35%) ed al Nord Europa (20%). A Panigaglia in Liguria funziona dagli anni ‘60 un piccolo rigassificatore  a cui attraccano gasiere di modesto tonnellaggio. A fine 2009 dovrebbe entrare in funzione il nuovo rigassificatore di Porto Viro (RO), collocato in mare a circa 15 chilometri dalla costa con una capacità di oltre 8 miliardi di m3 di GNL all’anno. Presto riceverà gasiere provenienti soprattutto da Qatar: Gas Qatar Terminal Limited, Exxon Mobil e Edison ne sono i proprietari.

A gennaio 2009 è stata autorizzata la costruzione di un rigassificatore a Porto Empedocle, sulla costa agrigentina. Il terminale avrà una capacità di 8 miliardi di m3 di gas l’anno e sarà gestito da Nuove Energie, società partecipata al 90% da Enel e per il 10% da imprenditori. Tra quattro o cinque anni sarà in grado di ricevere il gas che prima arriverà dalla Nigeria.

Il fabbisogno complessivo nazionale si aggira ormai attorno ai 90 miliardi di m3, mentre la produzione interna supera attualmente di poco i 10 miliardi di m3. Va evidenziato che mentre la richiesta al consumo cresce mediamente del 6-7% all’anno, la produzione nazionale diminuisce costantemente: nel 1994 superava i 20 miliardi di m3 e copriva il 42% del fabbisogno.

La quota maggiore del metano importato (circa il 40%) viene bruciata per produrre elettricità. E pensare che solo pochi anni fa era il settore industriale il maggiore consumatore di questo combustibile, seguito dal settore civile-agricolo. La situazione è velocemente cambiata, tanto che ora in Italia esso rappresenta più del 50% dei combustibili fossili trasformati in elettricità e se ne auspica l’incremento.

Ciò è avvenuto sotto la forte spinta dell’opinione pubblica, facilmente conquistata e convinta da semplicistiche parole d’ordine, da tempo bandiere di ambienti eco-ambientalisti, ma anche a causa dei consistenti interessi economici di molti produttori d’energia: le centrali elettriche a turbogas possono essere realizzate in tempi molti brevi, con difficoltà burocratiche, costi e personale nettamente inferiori rispetto alle altre.

Ha significativamente contribuito anche l’impegno a rispettare le indicazioni del “Protocollo di Kyoto”, che ad ogni Paese firmatario assegna una quota complessiva di anidride carbonica da immettere in atmosfera, senza distinguere in alcun modo le fonti di provenienza. Pur trattandosi di un obiettivo condivisibile, si sono create involontariamente alcune gravi distorsioni come, appunto, la crescita dei consumi di metano per produrre elettricità (uno dei sistemi più “facili” per ridurre le emissioni di CO2) o il mercato, non sempre limpido, dei “certificati verdi” che si possono acquistare, anche a livello internazionale, da chi per qualunque motivo riesce a produrre meno anidride carbonica del consentito.

Ora, dopo aver ricordato che sino alla metà degli anni ‘80 la Comunità Europea scoraggiava esplicitamente l’uso del metano nell’industria termoelettrica (la direttiva fu ritirata per pressioni ambientaliste), esaminiamo perché il metano non dovrebbe mai superare i cancelli di una centrale elettrica.

In generale, qualunque sia il combustibile utilizzato in una centrale termoelettrica tradizionale, solo il 35-40% della sua energia si “trasferisce” nell’elettricità prodotta; il resto viene irrimediabilmente perso nelle varie trasformazioni del ciclo produttivo (generazione del calore, trasformazione dell’acqua in vapore, funzionamento della turbina e dell’alternatore, condensazione del vapore, trasformazione dell’energia elettrica, ecc.)

figura 3 opt Un grande spreco, fortemente volutoLo schema di (fig. 3) mostra come le perdite relative alle conversioni del combustibile in calore e poi in energia elettrica possono arrivare fino al 65%. Nelle centrali più moderne alcuni miglioramenti sono stati raggiunti ma l’ordine di grandezza permane, determinato da leggi fisiche riguardanti la meccanica e la termodinamica.

Non si può trascurare che la maggior parte delle centrali termolettriche, realizzate negli ultimi anni, sono state pensate, progettate e costruite per scopi particolari: copertura delle “punte” dei consumi di elettricità. L’elettricità immessa in rete é identica in qualsiasi momento, ma quella immessa nei momenti di “punta” della richiesta, cioè quando tutti i tipi di consumatori (industria, commercio, trasporti, settore civile, ecc.) chiedono contemporaneamente energia, è particolarmente pregiata e spunta i prezzi più alti nel mercato elettrico.

Se ci riferiamo all’energia elettrica prodotta da una centrale turbogas, il dato del rendimento scende nettamente e può oscillare tra un quarto e un quinto. Aumenta invece a oltre il 50% nel caso che l’elettricità venga prodotta in un impianto a “ciclo combinato”, grazie al collegamento dei due diversi cicli termodinamici, quello del turbogas e quello della centrale a vapore. Fortunatamente sono questi gli impianti che in Italia utilizzano la maggior parte del gas. Va ricordato che il gas utilizzato nelle abitazioni, negli edifici pubblici e nelle aziende artigianali per usi termici diretti (cottura dei cibi, riscaldamento degli ambienti e dell’acqua, piccoli processi di fusione, lavorazioni fini, ecc.) ha rendimenti di norma superiori al 90%, così come avviene nella fase della sola generazione di calore che si realizza nella caldaia delle centrali termoelettriche.

Nell’impiego diretto in usi finali, il potenziale energetico di un metro cubo di gas utilizzato per generare calore viene sfruttato quasi completamente. In misura quindi più che doppia di quando viene usato per alimentare una centrale elettrica. In una centrale infatti, dopo la generazione di calore, l’energia subisce numerose altre trasformazioni (e perdite) prima di essere impiegata come energia elettrica nell’uso finale.

Ciò dovrebbe far molto riflettere, tenendo anche presente che il metano è il combustibile più adatto a un uso meno intensivo e altamente distribuito sul territorio, in quanto intrinsecamente meno inquinante: non richiede alcuna particolare tecnologia di trattamento ed è piuttosto facile da trasportare. Anche in una centrale elettrica l’impatto ambientale del gas è inferiore a quello degli altri combustibili fossili ma, considerato che le riserve mondiali di gas presentano una durata di poco superiore a quelle del petrolio, risulta inaccettabile sprecarne spensieratamente un’enorme quantità. Scelta più intelligente e razionale sarebbe conservarlo più a lungo nel tempo, destinandolo a impieghi meno massivi e più diffusi nella struttura civile e artigianale, in particolare in campo farmaceutico, dove l’impiego del metano sembra del tutto privo di sostituti.

Si sfrutterebbero così molto meglio le  sue potenzialità energetiche e chimiche.

Pare più ragionevole produrre elettricità con combustibili fossili meno pregiati e dotare gli impianti di efficaci sistemi di abbattimento e cattura degli inquinanti, piuttosto che esaurire anzitempo un combustibile che presenta caratteristiche ineguagliabili. Il gas può essere usato in micro impianti diffusi sul territorio con basso impatto ambientale ed elevati rendimenti. Il suo impiego oculato può garantire efficacemente la preparazione dei cibi e il riscaldamento degli ambienti per un tempo molto lungo, in attesa che si consolidi la lunga e difficile transizione all’elettricità decentrata da fotovoltaico ed eolico.

O forse non è ancora giunto il momento di considerare indispensabile usare al meglio tutte le risorse energetiche disponibili, da vecchie e nuove fonti?  E, magari conservare più a lungo possibile il metano affinché i nostri figli e nipoti possano averne ancora a disposizione per gli usi che il carbone non può soddisfare?

Sarebbe quindi opportuno ripensare velocemente ad un uso più intelligente del metano, preziosissimo combustibile, ed investire in ricerca e tecnologia per ridurre l’impatto degli altri combustibili fossili a livelli simili a quelli del gas: le centrali elettriche, sistemi concentrati e complessi ad alta intensità energetica, giustificano agevolmente l’impiego di enormi risorse per salvaguardare l’ambiente.

La centrale “A.Palladio” di Fusina, da questo punto di vista, rappresenta un esempio clamoroso.

Nata con le usuali caratteristiche di un “progetto fine anni ‘60″, l’apparato del suo “settore fumi” fu gradualmente migliorato, restando però al di sotto delle più stringenti esigenze ambientali emerse già negli anni ‘80, tanto che nella seconda metà di quel decennio dovette abbandonare completamente la combustione del carbone.

A tale proposito va ricordato che in quel periodo era stata a lungo discussa ed esaminata, ai livelli più elevati di una importante forza politica, una dettagliata proposta per chiedere alla proprietà dell’impianto di investire diverse centinaia di miliardi di lire per introdurre subito le tecnologie, già da tempo applicate con successo in Germania, capaci di “pulire” i fumi e ridurre drasticamente l’immissione di inquinanti in atmosfera.

Proprio nella fase conclusiva la proposta fu abbandonata, sacrificandola alle “superiori esigenze” politiche che puntavano ad un importante accordo con i movimenti ambientalisti, ormai lanciati nello schierare i veneziani, soprattutto i cittadini di Marghera, sulla pretesa di un passaggio a metano da subito e senza alternative, come poi in effetti accadde.

Dopo qualche anno fu la proprietà a prendere autonomamente la decisione di investire 600-700 miliardi di lire, realizzando un nuovo complesso sistema di depurazione dei fumi che permise la ripresa, nei primi anni ‘90, della combustione del carbone, nel pieno rispetto delle più stringenti prescrizioni legislative.

Nel tempo gli investimenti, sempre nell’ordine di decine se non centinaia di milioni di euro, si sono susseguiti, tanto che ora questo impianto si colloca ai vertici assoluti nel rispetto dell’ambiente per impianti alimentati a carbone, con immissioni in atmosfera che – fatta salva l’anidride carbonica – sono paragonabili a quelle di una centrale funzionante a metano.

In effetti, la combustione del carbone produce comunque maggiori quantità di CO2 rispetto a quella del metano ma, ricordando il preoccupante quadro generale delle risorse energetiche disponibili per l’umanità e la situazione particolarmente delicata e critica degli approvvigionamenti del gas in Italia, proprio questo aspetto potrebbe essere individuato come punto di partenza di una nuova sfida: la cattura e il confinamento definitivo dell’anidride carbonica.

Esiste qualche impianto sperimentale in funzione al mondo; le idee sono già abbastanza chiare e gli aspetti tecnologici non sono insuperabili, anche se persistono problemi di varia natura.

Su questo punto, arduo ma altamente risolutivo, andrebbero concentrate le attenzioni, le risorse, la ricerca e l’impegno ambientalista: si tratta evidentemente di un obiettivo alto, che rifugge da semplificazioni e dalla facile acquisizione del consenso, ma è l’unico che può dare risposte positive sul fronte del rispetto ambientale e della massima efficienza nell’utilizzo delle ultime risorse di energia fossile disponibili sul pianeta.

Ammesso e non concesso che ciò basti e non sia invece necessario cominciare, da subito, a cambiare radicalmente la stessa concezione su cui si basa l’organizzazione delle società più avanzate: abbandonare l’utopia della crescita costante e ridefinire le regole di convivenza attorno ad un obiettivo condiviso di decrescita.

Non tanto e non solo per evitare l’aggravarsi dei problemi ambientali ma perché le quantità di energia, complessivamente disponibili in natura, non sembrano più in grado di soddisfare, in tempi brevi, la crescente richiesta dell’umanità.

Ma questa è ben altra storia.

Mirco Rossi

La storia antica del conflitto israelo-palestinese

maggio 11, 2009

Con questo post prende il via la collaborazione di Sveva Flaminia Mazzini con Artoong. L’argomento che viene affrontato, in diversi post, è quello della storia antica alla base del conflitto Arabo-Palestinese.

La storia del conflitto israelo-palestinese è una storia di sangue, rabbia e vittime innocenti, ma soprattutto è una storia di rivendicazione territoriale. Una sola terra, due popoli, ciascuno dei quali rivendica come proprio quel piccolo territorio compreso tra Giordano e Mediterraneo da una parte, Egitto e Libano dall’altra. Entrambi, Israeliani e Palestinesi, arabi ed ebrei, reclamano il proprio diritto ad abitarla in quanto popolazione autoctona, installatasi là ben prima dell’avvento degli “altri”, quegli altri che, a seconda dell’ottica adottata, sono di volta in volta crudeli colonizzatori o spietati terroristi. I post che verranno qui pubblicati non hanno, né intendono avere, la pretesa di sciogliere i dubbi e le domande intorno al conflitto, ma sono piuttosto intesi come un contributo di carattere storico per andare alle origini della guerra, origini così lontane nel tempo che se n’è quasi persa traccia. Dato che ciascuno dei due gruppi di abitanti avoca a sé il diritto concessogli dalla Storia a rivendicare l’occupazione di quelle terre, volgiamoci allora alla Storia e guardiamo cosa essa ha da dirci.

Archeologicamente si conosce molto poco della terra di Canaan (così chiamata anche dall’Antico Testamento, ad es. Gen. 12,7; Lev. 20,24; passim) nelle prime fasi della storia. Si sa che nel III millennio a.C. era un territorio ad insediamento misto, vi convivevano cioè installazioni urbane e gruppi che praticavano un semi-nomadismo di tipo agro-pastorale, e che era disseminata di piccoli regni a dimensione cantonale. Alla metà del II millennio a.C. risalgono invece le prime attestazioni delle popolazioni di cui ancora oggi si parla: Filistei ed Ebrei.

filistei opt La storia antica del conflitto israelo palestinese

Filistei - Il Guercino

I Filistei sono costituiti da gruppi di popoli venuti dall’esterno, probabilmente dall’area della penisola balcanica, in almeno due ondate migratorie successive: una intorno al 1.500 a.C. (testimoniata da ritrovamenti della ceramica e dei caratteristici sarcofagi fittili antropomorfi) da cui gli Egiziani trassero mercenari durante la loro occupazione militare della zona; e una seconda, ben più consistente, verso il 1.200 a.C., quando tutto il Vicino Oriente antico fu percorso dall’onda migratoria dei cosiddetti “Popoli del Mare”, di cui anche i Filistei facevano parte. Il loro ruolo non è da sottovalutare: da essi infatti prese il nome la regione, che si chiamò appunto Palestina (FLŠT -> PLŠT, con scambio f/p frequente nei testi coevi). E con questo nome la conosceva anche Erodoto: “[...] il territorio appartiene ai Siri detti Palestini” (III, 5); “[...] la Siria detta Palestina” (III, 91). Anche gli Ebrei, dal canto loro, sono attestati più o meno nello stesso periodo e con le stesse modalità dei Filistei, ossia come gruppi di popolazioni nomadiche provenienti dalle aree urbanizzate del Vicino Oriente. Il loro nome deriva con ogni probabilità dalla parola ~abiru, termine che indicava gruppi di debitori insolventi e per ciò asserviti che tentarono di trovare rifugio nelle aree meno insediate e popolate della regione.

ebrei1 La storia antica del conflitto israelo palestinese

Intorno al 1500 a.C., la Palestina, divisa in piccoli regni e incapace di dare una risposta unitaria, cadde sotto la dominazione faraonica, che durerà fino all’inizio del XII secolo a.C. Al crollo del dominio egiziano si insediarono a sud i Filistei, occupando l’area lungo la costa e fino al medio Giordano, e gruppi nomadici, primi fra tutti gli ~abiru/Ebrei, in Cisgiordania e Transgiordania. Entrambe le popolazioni crearono stati e regni autonomi che prosperarono sino all’arrivo degli Assiri dalla Mespotamia nell’VIII-VII secolo a.C., arrivo che segnò l’inizio di una nuova decadenza e una conseguente nuova colonizzazione della Palestina. Agli Assiri succedettero i Babilonesi ed è proprio la conquista babilonese l’evento storico più significativo perché determinante per l’intera area. I Babilonesi, al contrario degli Assiri, la cui politica era di governare le terre conquistate con una sorta di protettorato, senza esautorare del tutto la classe politica locale, creeranno un vuoto demografico e politico con la deportazione in massa degli abitanti. Questo vuoto verrà colmato a est del Giordano da popolazioni di lingua araba e da gruppi parlanti aramaico (la lingua di Gesù) nel nord del territorio. I deportati palestinesi a Babilonia, in particolare i Giudei, membri delle élite palatine e templari, tentarono di conservare la purezza della loro lingua, dei loro usi e della loro religione, considerando se stessi come gli unici superstiti del disastro e guardando alla Palestina in generale e a Gerusalemme in particolare (distrutta insieme al primo Tempio da Nabucodonosor II nel 586 a.C.) come all’anelata patria cui far ritorno per poter di nuovo essere un popolo libero.

E’ qui a Babilonia, durante i lunghi anni dell’esilio, che nacque il motivo fondante della storia israelitica, il “ritorno alla terra“. E’ qui, sotto il giogo babilonese, che si fondò il mito della presenza in Canaan dei patriarchi (Abramo, Isacco, Giacobbe), i quali ricevono direttamente da Yahwè la promessa di diventare moltitudini e occupare tutto il territorio. E’ qui, asserviti a un popolo a loro estraneo ma ricco di tre millenni ininterrotti di storia, che nacque il mito di Abramo originario di una delle città più antiche del mondo, Ur, per dotarsi anch’essi di un’origine millenaria. E’ qui, a Babilonia, che gli esuli della Palestina divennero davvero un popolo, con una terra da rivendicare e a cui far ritorno. E tornarono, gli esuli di Babilonia. Tornarono e ricostruirono il loro Tempio e portarono con loro le storie dell’esilio, non solo le proprie ma anche le storie della tradizione mesopotamica come quella del Diluvio universale, e si ricostituirono in stato unitario. Fino all’arrivo delle legioni di Roma nel I secolo a.C.

Quando, nel 70 d.C., dopo quasi due secoli di occupazione militare, Tito e il suo esercito distrussero il secondo Tempio, iniziò la vera Diaspora degli Ebrei, che porterà con sé la trasformazione del tempo del mito – quello di Abramo nato a Ur per rivendicare un’origine cittadina e non nomadica, quello di Mosè che guida il popolo verso la “Terra Promessa” per rivendicare il diritto al ritorno, quello del patto con Yahwè per rivendicare il possesso di quella terra – in tempo della Storia.

Ma in questo conflitto la ricerca di una soluzione nella Storia è destinata a rimanere infruttuosa. Infatti, così come gli Ebrei erano estranei alla regione perché discendenti da popolazioni nomadiche e attestati per la prima volta solo nel Tardo Bronzo (1500-1200 a.C. circa), così i Palestinesi non sono imparentati con i Filistei, provenienti comunque dall’area della penisola balcanica e perciò esogeni, e soppiantati, come detto, da popolazioni arabe dopo la conquista babilonese.

Posti questi dati storici e tralasciando fattori religiosi fondanti “mitologicamente” la storia d’Israele, risulta impossibile, su base reale e documentata, stabilire a chi appartenga la Palestina, eppure su questa pretesa di possesso si basa uno dei conflitti più lunghi, sanguinosi e senza soluzione della storia.

Il Soffio della terra

maggio 7, 2009

il soffio della terra cover opt2 Il Soffio della terraTitolo: Il soffio della terra

Regia: Stefano Russo
Cast: Fabio De Caro, Enrico Ianniello
Fotografia: Rocco Marra
Musiche originali: Pasquale Catalano
Produzione: Davide Contessa, Marisa Evangelista

E’ la storia di una scelta, della scelta.

Parteciperà ai più importanti Festival internazionali il nuovo cortometraggio di Stefano Russo Il Soffio della terra, proiettato in questi mesi secondo la modalità partecipativa del cinedibattito, voluta dallo stesso regista al fine di stimolare, attraverso il film,  una discussione collettiva su una tematica importante come quella del fine vita.

Le proiezioni di Napoli  (Marabù Club, 1 marzo) e Roma (Caffè letterario, 28 marzo) hanno contato sulla significativa presenza, oltre che di associazioni impegnate sul fronte dei diritti civili, come l’Associazione Luca Coscioni e Certi Diritti, di un pubblico attento e ricettivo, desideroso di comprendere e confrontarsi su un tema di dolorosa attualità che costringe le coscienze sopite a porsi degli interrogativi.

Paura fondante e naturale dell’uomo, passaggio obbligato e momento finale di una parabola terrena, la morte sembra diventare sempre più estranea alla nostra società che riflette il messaggio dell’invincibilità dell’uomo contemporaneo che attraverso il progresso e la tecnologia si illude di esercitare un pieno controllo sulla natura. La morte ci fa paura, cerchiamo di estrometterla dalle nostre vite, di negarla fino a non sentirla più come un accadimento naturale, eppure è  quotidianamente sotto i nostri occhi a ricordarci che non siamo né invincibili né immortali.

Trascurando le considerazioni di ordine etico su un argomento tanto sentito quanto controverso, vorrei soffermarmi esclusivamente sul cortometraggio, quel ganglio artistico in cui la narrazione (la storia in sé) e il narrare (i modi della narrazione) si coniugano attraverso il ricco linguaggio cinematografico. Il  mio intervento si pone, quindi, dalla parte della storia narrata solo per suggerire alcune riflessioni sulla dolorosa poesia che scaturisce dal racconto di Stefano Russo e sull’immaginario e i simboli che esso richiama.

Il Soffio della terra narra per immagini la vita e la morte, l’uomo e la natura. Tra frasi sussurrate, suggestioni animistiche e sfumature panteistiche affiora un percorso di vita, una storia fra tante con un finale fra quelli possibili.

Nicola vive in ospedale da anni a causa di una malattia degenerativa che lo costringe a letto e ad un respiratore artificiale. La quotidianità ospedaliera, ricca, nonostante tutto, di relazioni umane e affetti, viene improvvisamente interrotta da un circostanza scatenante che muoverà gli avvenimenti e farà procedere l’azione: l’arrivo di un respiratore portatile.

Ora che ne ha la possibilità Nicola chiede al suo medico e amico Daniele di aiutarlo a realizzare un desiderio: rivedere il mare. La narrazione subisce un’accelerazione e si dirige in tutt’altra direzione, verso una scelta radicale dalla quale il protagonista non vorrà e  potrà tornare più indietro.

La struttura binaria della storia permette di isolare due momenti narrativi del corto: in una corrispondenza speculare, pervasa da un sentimento quasi panistico della natura, si contrappongono spazi chiusi e spazi aperti che riflettono le contrapposte categorie di Artificiale/Naturale che, a loro volta, si declinano in due pragmatiche alternative: vita artificiale/morte naturale:

Spazi chiusi/Spazi aperti

Vita Artificiale/Morte naturale

Scienza/Natura

L’ospedale (scienza) e la terra (natura) rappresentano l’incipit e il climax di un filo diegetico in cui le ambientazioni sceniche sono semanticamente funzionali alla comprensione del sottotesto. Le scene girate negli interni raccontano di una vita condizionata, legata artificialmente ad una macchina: una non vita.

Le scene girate in esterna raccontano di un viaggio in una natura viva, a volte prepotente e cruenta, una natura che contempla la morte come congenita e che proprio per questo riflette il ciclo della vita nella sua interezza.

La  fotografia e le musiche assecondano in maniera connotativa la dualità del registro narrativo. Il riverbero dell’atmosfera fredda e azzurrina dell’ospedale si contrappone ai colori vividi e brillanti della natura; la poesia si sprigiona dal basso verso l’alto, dalla terra fino al cielo, in un vortice di verde, foglie, brezza.

Le musiche originali di Pasquale Catalano accompagnano con vibrante espressività questa immersione nella natura: esse riproducono la disarmonia tra il respiro umano e quello della terra, l’orecchio avverte due ritmi distinti, due echi che si rincorrono e si sovrappongono. Sono i due battiti, quello della natura  e quello dell’uomo.

Lo spettatore percepisce che Nicola è come attirato e guidato verso una meta: il mare, forse! Non sappiamo se il paesaggio marino anelato dal protagonista sia un ricordo, un desiderio, un sogno; sicuramente è un paesaggio della coscienza  necessario da raggiungere per sciogliere i nodi della propria esistenza, un luogo dell’anima che si conquista solo a contatto con la natura.

Forse Nicola ha già deciso quando i suoi occhi stanchi si posano sulla porta dell’ospedale che sbattendo lascia intravedere un altro mondo o, quando, in macchina vuole sentire l’aria sul viso nel tentativo di ingoiare il vento e sovrapporlo al suo tenue respiro.

set conca della campania 2 opt Il Soffio della terra

Il rapporto medico/paziente subisce una trasformazione durante il viaggio verso il mare. Si divarica per sempre lo stato d’animo dei due protagonisti: mentre il medico vive con entusiasmo le potenzialità del nuovo apparecchio di ventilazione che permetterà al suo paziente/amico di vivere una vita più completa e dignitosa, Nicola, intento a raggiungere il suo obiettivo, si distacca sempre più dalla contingenza.

La rottura è totale, il crescendo di rabbia di Daniele nell’intuire le vere intenzioni dell’amico, si contrappone alla quieta fermezza di Nicola oramai totalmente rivolto a quella terra che sente appartenergli più che il respiratore artificiale. Il ritorno verso la natura è un viaggio verso se stessi e in quanto tale è difficoltoso: la terra nuda è dura, pesante, umida, la carrozzina di Nicola arranca sul soffice e spesso tappeto di foglie che rallenta la sua corsa permettendogli di ancorare i suoi pensieri in maniera risolutiva.

Il corto vuole raccontare uno dei possibili percorsi che portano ad una scelta e lo fa piegandosi, secondo le direttive del regista che non si schiera ma racconta, su una curva narrativa poetica ma mai, assolutamente, patetica. La rappresentazione narrativa della scelta passa attraverso l’immagine del confine tra vita e non vita, un confine talmente sottile che copre la distanza di un respiro.

Il regista lascia parlare le immagini delegando ad esse parte della funzione narrativa. Ariose e generose inquadrature si contrappongono a primi piani tesi a indagare più a fondo l’animo dei protagonisti delle cui vite sappiamo molto poco.

Non c’è accanimento e morbosità nella costruzione dei personaggi: poche e decise pennellate delineano i caratteri dei protagonisti con un distacco funzionale ad evitare una immedesimazione epidermica da parte dello spettatore che è costretto a cercare, dentro di sé, un riscontro oggettivo di quanto vede messo in scena.

Il talentuoso Enrico Iannello recita nella parte del medico, personaggio fortemente combattuto tra l’entusiasmo professionale ed una consapevole ed empatica comprensione dei tormenti dell’amico.

Convincente la performance del bravo attore napoletano Fabio de Caro nelle vesti del protagonista che regala un’interpretazione intensa in cui la gestualità, gli sguardi e la fisicità reggono ad arte la rappresentazione di una sofferenza fisica e di uno stato d’animo specchio di una coscienza combattuta. I dialoghi brevi, incisivi, con sfumature sospese di poesia aprono gli spazi necessari alla riflessione dello spettatore.

Le suggestioni etimologiche suggerite dal titolo del cortometraggio, acuiscono il senso poetico di una visione dell’esistenza che, al di là della mera biologia, si diluisce  nello spirito dell’universo.

Il soffio richiama alla mente un immaginario polisemantico e ancestrale:  il soffio fisiologico della natura, il vento, l’aria (dal greco anemos) da un lato e il respiro biologico dell’uomo dall’altro.

Ma ancora, anemos nella versione latinizzata, il corradicale animus, è andato a indicare la razionalità e l’emotività dell’interiorità umana fino ad acquistare definitivamente, con il diffondersi del cristianesimo, l’accezione di parte spirituale e immortale dell’uomo.

Il soffio è respiro e anima, è vita che permea l’uomo e la natura, è poesia dell’universo.

E se, fra crocicchi etimologici un po’fumosi e digressioni irrorate da un afflato animistico, i pensieri si inarcano distaccandosi dalla prosaicità letteraria e contingente del film, non importa, l’arte fa anche questo, donarci la possibilità di divagare con la mente inseguendo allitterazioni emotive e cognitive.

E’ ora di lasciare Nicola al suo viaggio di ritorno alla natura, a contatto con quella terra di cui vuole sentire il battito e alla quale ha deciso di regalare quel soffio vitale che, secondo una concezione antica, viene espirato fuori al momento della morte.

Nicola si perde nell’anima della natura, il “soffio” artificiale del respiratore lascia il posto al “soffio” di una terra che lo abbraccerà e che respirerà per lui e con lui oramai per sempre.

Jessica Carrieri

Trailer

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