Frammenti di un viaggio in Perù
aprile 29, 2009
di Marco Colcerasa.
L’aereo sta atterrando, ripenso a chi ho lasciato a migliaia di chilometri di distanza, in Italia, mentre sotto di me la pista dell’aeroporto Jorge Chavez si stende fino quasi al limite del porto del Callao, Lima mi aspetta proprio sotto la pancia dell’aereo.
Ho visto coloratissime montagne, tracce di percorsi che uniscono paesini sperduti su falde ripide e disboscate, mi sono immaginato che un giorno andrò a visitarle, magari accompagnato da qualcuno che già mi aspetta all’aeroporto.
La giornata estiva che mi attende, male si accompagna con il ricordo di Roma, dove il freddo pungente mi faceva sperare di partire anticipatamente, adesso che sono qui mi godo questo sole in tutto il suo splendore.
La prima cosa che farò dopo aver salutato i miei amici e riabbracciare Corrado sarà quella di affacciarmi sull’oceano da Larcomar, sorseggiare un Piscosauro e ripassare mentalmente il programma del mio viaggio.
Mi attende la Señora de Cao, insieme con un nuovo tempio risalente a 4.000 anni fa che è stato scoperto dall’archeologo peruviano Walter Alva, direttore degli scavi. La scoperta ha potuto mettere in luce uno dei più antichi edifici ritrovati nelle Americhe, situato all’interno di una vasta area di rovine che testimoniano primitive urbanizzazioni.
Saremo presto al nord, verso Trujillo, l’area si trova vicino alla valle di Lambayeque, nei pressi del complesso di Sipan, dove l’archeologo Alva ha già riportato alla luce il Signore di Sipan insieme al suo prezioso corredo funerario.
Affascinanti storie si tessono intorno alla Señora de Cao il cui ruolo, nella gerarchia della cultura Moche, non trova ancora risposte certe. Tutto il sito archeologico suscita un interesse spasmodico, le notizie dei ritrovamenti e le localizzazioni dei reperti sono tenute nella massima segretezza per evitare furti e profanazioni di tombe, i cui tesori potrebbero costituire una risorsa pressoché infinita per chi vive in miseria a ridosso degli scavi.
In precedenza sono stato colpito dalla unicità delle costruzioni risalenti a circa 2000 anni prima di Cristo. Le piramidi del Sole e della Luna conservano pitture e caratteri ancora misteriosi, i templi hanno solitamente scale che conducono a piani sempre più elevati, fino all’altare. Le considerazioni sulla recente scoperta fanno ipotizzare che il tempio fosse destinato al culto del fuoco, nel sito denominato Ventarron.
Sono ancora stordito ed affascinato dall’ultima visita durante la quale ho potuto vedere, inglobata nella costruzione, anche la tomba di un conquistador spagnolo che nel seicento è stato deposto, quale ultima dimora alle sue spoglie, proprio dentro al tempio Moche.
Mi vengono in mente le parole dell’archeologo Walter Alva ” la scoperta di questo tempio, mostra che la regione di Lambayeque è stata un crocevia di scambi culturali fra la costa del Pacifico ed il resto del Perù”, aggiungerei che anche il resto del mondo si è affacciato attraverso questa terra magica, porta settentrionale al resto del paese.
Gli aspetti archeologici del Perù non si fermano certamente qui.
La capitale Lima ospita un meraviglioso museo, modernissimo, pieno di reperti e testimonianze di una civiltà trascorsa e mai dimenticata. Possiamo ripercorrere la storia dei popoli della costa ed apprendere come furono assoggettati, in maniera incruenta, dagli Incas che residenti sulla fascia montana, si limitavano a deviare i corsi d’acqua privando così le popolazioni costiere della principale risorsa per la sopravvivenza. Purtroppo mi ricordano condizioni ancora oggi perpetuate e praticate per sottomettere altre fasce di popolazione.
Nel “Museo de la Naciòn” possiamo ritrovare fedeli ricostruzioni del sito archeologico di Nazca e gli ori originali, ritrovati nei numerosi scavi condotti. Una visita preventiva permette di rendersi conto dello sviluppo che hanno avuto le molteplici civiltà peruviane, fino alla supremazia della civiltà Incaica che ci fa volare con la fantasia direttamente a Cuzco ed a Machu Picchu.
Il giorno dopo, rientrati dal nord e visitata Lima, voliamo a Nazca dove le misteriose tracce del deserto ancora fanno discutere gli storici e gli studiosi. Dall’alto possiamo ammirare la pianura desertica ed il colore delle montagne che a volte brune, a volte bianche, quasi iridescenti, rivelano la ricchezza dei minerali affioranti, così da farci comprendere perché le civiltà incas e costiere hanno fatto un uso del rame così diffuso, senza avere necessità di ricorrere ad altre particolari amalgame e senza utilizzare neppure il ferro. Possiamo solo immaginare quanto l’oro fu copioso e di uso comune, ma se bene dotati di forte immaginazione, ci è difficile comprendere quanto prezioso metallo fu trasportato in Europa ed alla corte di Spagna.
Ci viene alla mente che a Roma la comunità peruviana si riunisce presso Santa Maria della Neve, per molti Santa Maria Maggiore, dove il prezioso soffitto ricoperto di oro è stato realizzato proprio con le sfoglie provenienti dal Perù.
Sono trascorsi alcuni giorni e questo viaggio mi ha riservato ancora una volta molte sorprese, la fratellanza e l’amicizia che scambio con alcuni vecchi amici del posto riscalda i sentimenti e mi fa promettere un prossimo imminente ritorno, prima dovrò fare ancora due tappe, saremo a breve a Cuzco e poi a Lima di nuovo, per affrontare il volo di ritorno.
Sorvolare le Ande tra queste cime maestose, innevate, rende l’idea della difficoltà di trasporto e di comunicazione tra le popolazioni montane e quelle costiere.
Il cerro è impenetrabile, sigillato dalla Selva che lo divide inesorabilmente dalla fascia costiera desertica. Le montagne si aprono all’improvviso con scarsi altipiani completamente ricoperti di vegetazione ed a tratti punteggiati da villaggi nei quali le condizioni di sopravvivenza sono quasi sempre estreme. Siamo fortunati, al nostro arrivo a Cuzco ci attende un tempo splendido e se non ci ricordassimo di essere a circa 4000 metri di altezza, faremmo salti di gioia. Purtroppo dobbiamo cautamente avviarci in albergo per attendere il periodo di climatizzazione, il mal di montagna che minaccia i viaggiatori a Cuzco si chiama Soroche e miete malori frequenti, vittime gli incauti turisti che sottovalutano le difficoltà di respirazione ed ossigenazione, riscontrabili in quota. Abbiamo programmato una visita a Machu Picchu per il giorno dopo, vogliamo essere in perfetta efficienza per godere tutto il percorso lungo la valle dell’Urubamba. Durante il trasferimento in auto veniamo tamponati da una moto carrozzetta a tre ruote, l’impatto è violento, il vetro posteriore dell’autovettura mi viene proiettato contro e mentre cerco di ripararmi da altri oggetti, vedo il nostro investitore rotolare lungo l’asfalto, dietro di noi, insieme al suo passeggero.
Fortunatamente le ferite sono lievi e per noi nessuna conseguenza. La nostra guida si china a terra e ringrazia Pachamama per la generosità che ci ha concesso. Siamo presto ad Aguas Calientes, le cui terme ci offrono un po’ di relax prima dell’ascesa a Machu Picchu.
La mattina seguente siamo i primi ad entrare nella magia del sito archeologico leggendario. Dalla sua scoperta avvenuta nel 1911, molti interrogativi si addensano su questa città incaica. La scoperta si deve a Hiram Bingham, esploratore americano a capo di una spedizione organizzata dall’università di Yale. Ci vengono in mente le sue parole annotate sul diario ” chi mai potrà credere a quello che ho scoperto …”, visitiamo con attenzione le costruzioni, il tempio sacrificale a forma di Condor, ed osserviamo la parete centrale del tempio principale: la disposizione dei blocchi di pietra è stupefacente, sorprendente la perfezione e la bellezza degli intagli della pietra ed il loro accostamento, senza malte o sigillanti.
Gli amici ci aspettano a Lima per un saluto prima, della nostra partenza. La città ci avvolge con i suoi otto milioni di abitanti, nel taxi i quartieri si susseguono uno dietro l’altro lasciando trasparire i tratti coloniali e le urbanizzazioni che si sono sovrapposte in questo territorio, così pieno di storia e testimonianze.
Al tramonto la città si illumina di una luce affascinante, il cielo si estende sulle case, nelle strade e tra la gente. Dal quartiere Barranco si scende fino in riva al mare, attraversando il ponte degli innamorati. Un angolo ottocentesco di una meravigliosa città coloniale che va scomparendo sotto i colpi della speculazione e della edificazione di nuovi centri commerciali, oggetto di investimenti internazionali ed asiatici. Il percorso che ci conduce fino al mare si snoda ripido tra piccole case e tipici locali. Dal ristorante “Costa Verde” che detiene il Guinness dei primati per il numero delle portate del suo buffet, salutiamo Lima con un arrivederci caloroso e sincero. Il proprietario del ristorante si ricorda allora che è italiano come noi e che testimonia con la propria attività imprenditoriale, un’Italia fatta di emigranti volenterosi che hanno trovato solamente all’estero la propria fortuna. Arrivederci a Lima, torneremo volentieri ancora una volta per ritrovare ospitalità, avventura ed amicizia, per conoscere meglio la storia di un grande paese ancora misterioso.
Fotografie di Marco Colcerasa
Le invisibili
aprile 25, 2009
Il Teatro Stabile d’Abruzzo e la Società per Attori, in collaborazione con Smileagain, un’associazione che da anni si batte contro l’acidificazione delle donne nei paesi asiatici, presenta lo spettacolo Le invisibili ispirato al libro Sorridimi ancora – dodici storie di femminilità violate edito da Giulio Perrone Editore.
La collaborazione dell’Amministrazione Provinciale di L’Aquila con Smileagain è iniziata anni fa con l’incontro di una di queste donne, Fakhra Younas, che ha avuto il coraggio di denunciare gli abusi subiti e di raccontare pubblicamente la sua storia. Attraverso incontri ufficiali in Pakistan si è sviluppata una collaborazione al fine di realiz-zare campagne informative ed un progetto d’intervento. Un gruppo di donne pakistane è già stato ospitato in Italia, hanno avuto tutto il sostegno necessario per sottoporsi ad interventi di chirurgia plastico-ricostruttiva, alcune di loro hanno frequentato corsi per la formazione di personale specializzato in grado a sua volta di trasferire in Pakistan le conoscenze acquisite.
L’idea che viene manifestata fin dalla prima scena è quella di farci entrare nel vivo delle singole storie di 7 adolescenti di Paesi come il Pakistan, il Bangladesh, l’India e l’Africa, che coltivano nel cuore sogni e speranze semplici e comuni a quelle di tutte le giovani ragazze e ancora una speranza in un futuro di libertà, in un luogo dove le cose funzionino diversamente.
Effettivamente bisogna dire che nella prima parte della rappresentazione la giocosità delle protagoniste risulta un po’ forzata e innaturale, costantemente velata dalla musica di sottofondo che già ci preannuncia la drammaticità della parte seguente. Le interpreti di “Le invisibili” sono attrici preparatissime ed espressive, ma la regia evidentemente rende meglio l’evoluzione delle storie di ciascuna ragazza, che purtroppo è un’evoluzione ovvia, triste e ingiusta: si parla di giovani donne schiave dei propri mariti, povere e per questo costrette all’umiliazione e al silenzio. Si racconta l’atrocità di casi di molestie, violenze e addirittura di come alcune di loro vengano acidificate o incendiate. Ad alcune, la salvezza ed una speranza è venuta dai soccorsi di ONLUS come Smileagain.
Ma l’interrogativo che ci pone direttamente la compagnia è di chi sia la responsabilità di tutte le altre fanciulle che vivono esperienze simili a queste e l’invito è quello a non cadere nella facile abitudine di passare oltre quel momentaneo sentimento di orrore per poi immaginare che qualcun altro se ne occuperà e piuttosto assumerci in prima persona la responsabilità di aiutare chi vive in comunità che ancora permettono che ingiustizie del genere avvengano senza che nessuno se ne curi.
Dalle note di regia, leggiamo: “Ho immaginato un luogo isolato, una zattera, un grande letto, una cuccia.. Lascio alla memoria di ciascuno la capacità di ricollocare questo spazio nella propria adolescenza. Io ricordo notti di veglia, cibo e risate tra amiche ed estranee divenute subito amiche (almeno per il tempo di una notte). (…) Non so se gli uomini, da ragazzi, hanno la stessa attitudine all’illusione di un’intimità che scalda e sostiene. (…) Ho immaginato che questa intimità tutta femminile avesse una grazia leggera, sincera, rude, senza fronzoli e leziosità, ma grazia, incanto. Poi arriva per alcune di loro una proposta di matrimonio o direttamente le nozze, combinate, e l’incanto si fa beffa. Molto presto. A quindici, sedici anni. Il racconto non è più un chiacchiericcio condiviso, un canto corale, è la cronaca di una gelida condizione di solitudine. Infine la notte e il buio. Il buio di occhi bruciati. Ancora una volta, sperando di esserci riuscita, ho cercato nella sottrazione, bandendo ogni effetto, il teatro che più amo, di cui mi importa davvero.”
Sebbene non si tratti di teatro tradizionale, vale la pena accogliere questo invito della durata di un’ora, per tornare a riflettere su situazioni davvero importanti ed è indubbiamente apprezzabile, al di là delle considerazioni critiche a livello teatrale, l’intento del gruppo.
A Roma al Teatro Valle fino al 26 Aprile
Questione di cuore
aprile 24, 2009
Una storia di cuori e di amicizia. Alberto è uno sceneggiatore, un intellettuale in piena crisi di creatività e di sentimenti, esistenziale, si sente spaesato, senza paese, gli rimanda il suo psicanalista. Angelo sembra più solido, concreto, carrozziere e artigiano, sistema e rinnova auto come la vecchia 500, l’alfa degli anni 70-80, insomma uno che con le mani ci sa fare. Angelo è sposato, due figli adolescenti e uno in arrivo, Alberto convive ma non si trova più nè a casa nè con la sua compagna.
Poi una sera si ritrovano entrambi al pronto soccorso, rianimazione, entrambi con infarto in corso. E lì nelle corsie dell’ospedale insieme alla paura di morire, scoprono un sentimento di amicizia che li lega. Nonostante le loro profonde diversità si trovano, si sentono, diventano amici.
Tornando a casa però i problemi sono ad aspettarli. Alberto sempre più scopre che non sta più bene con la compagna, Angelo riprende la sua quotidianità, ma il cuore non va, ha perso il padre di infarto e l’ha visto morire, lì nella carrozzeria, aveva più o meno la sua età 42 anni e questa immagine in qualche modo lo perseguita.
Si rincontrano al Quarticciolo e Alberto chiede ad Angelo di farlo lavorare con lui. Angelo farà anche di più, lo adotterà, gli offrirà una stanza nella sua casa e così in qualche modo Alberto “ritrova” una famiglia.
Il resto è da vedere non si può svelare: Un film intenso, attuale e originale, la storia di un amicizia tra due uomini tanto diversi, un’amicizia che aiuterà entrambi in un momento molto difficile della loro vita. Intense le interpretazioni sia di Kim Rossi Stuart che di Antonio Albanese, brave anche la moglie di Angelo, Micaela Ramazzotti e la compagna di Alberto, Francesca Inaudi. Film da vedere.
Rita Levi Montalcini
aprile 22, 2009
Ci sentiamo vivi quando realizziamo una progressione, non solo perché percepiamo il tempo come la misura del cambiamento, ma perché leghiamo il movimento e la variazione al percepirci, all’esistere.
È come se definire la realtà la rendesse più reale, oserei dire meno mortale, più persistente, la imprimesse nelle nostre viscere impedendole di sfuggirci.
Questa fotografia racconta una Rita Levi Montalcini fuori dallo spazio e dal tempo. Proprio lei, che ha fatto della progressione e della scoperta il senso della sua intera esistenza.
Patrizia Genovesi photographer





