La prospettiva nucleare in Italia

febbraio 26, 2009

Con questo post iniziamo una nuova collaborazione. Mirco Rossi, esperto di divulgazione sui temi energetici, analizza con lucidità la prospettiva nucleare in Italia

dscn0365 opt La prospettiva nucleare in ItaliaL’Italia è quasi priva di fonti autoctone di energia: nel 2007 le nostre importazioni hanno raggiunto complessivamente l’86% del fabbisogno.
Tra i Paesi europei più industrializzati il nostro è quello nelle peggiori condizioni: tra tutti gli Stati della UE 27 peggio di noi stanno solamente Malta, Lussemburgo, Cipro e Irlanda.

All’inizio del 2007 un decreto governativo ha favorito una certa espansione del solare fotovoltaico. L’apporto delle nuove installazioni solari è sinora complessivamente molto ridotto e, anche se gli incentivi sono stati rinnovati dal governo in carica, le scarse risorse disponibili e le complicazioni procedurali non permettono di sperare in una grande espansione di questa fonte rinnovabile.

La novità più importante nel medio periodo è rappresentata dalla volontà del governo di procedere alla costruzione di alcune centrali nucleari. Un’inversione di tendenza, testimone di nuova disponibilità del Paese a riesaminare la questione nucleare, ha già avuto concrete conseguenze negli ultimi anni con l’acquisizione da parte di ENEL della proprietà o di quote di partecipazione di alcune centrali nucleari collocate in vari Paesi europei. L’atteggiamento favorevole che sta emergendo tra i cittadini deriva in buona parte dai costi, considerati elevati, dell’energia elettrica e dalle recenti vicende del petrolio il cui prezzo, altamente volatile (massimo 147 $/barile nel luglio 2008), denuncia la presenza di una fase di crisi e spinge la popolazione a ritenere valida ogni tipo di alternativa. Va però detto che in Italia il collegamento che viene fatto tra il petrolio e la fonte nucleare è largamente ingiustificato in quanto la quota di elettricità prodotta con l’uso del greggio è inferiore al 13%.

L’orientamento del Governo ha già assunto la forma di una “lettera d’intenti”, sottoscritta tra Enel e EDF, e un Protocollo di Accordo, firmato da Berlusconi e Sarkozy, dove sostanzialmente si concorda di creare le premesse in vista di costruire 4 centrali EPR (European Pressurized water Reactor) da 1.600 MW ciascuna.

Subito si è accesa a livello politico e mediatico la discussione su dove collocare gli impianti, poiché la vicinanza di questo tipo di infrastrutture non è per nulla gradita. È fuor di dubbio che questo sia un problema da risolvere pregiudizialmente, ma la strada per realizzare l’obiettivo finale presenta numerose asperità:

  • individuazione del sito. Un impianto nucleare ha assoluta necessità di grandi quantità d’acqua. I fiumi italiani con portata sufficientemente alta durante tutto l’anno sono da tempo sfruttati per scopi analoghi. Il loro percorso è disseminato d’impianti termoelettrici che, a causa di lunghi periodi di siccità, della riduzione della portata media e delle temperature elevate che si registrano per lunghi periodi, hanno a volte dovuto arrestare o ridurre drasticamente la produzione per impossibilità di procedere al raffreddamento del vapore. E’ quindi plausibile che la scelta cada o:
  • su qualche tratto in riva al mare. Quasi tutte le coste del Centro e del Nord sono occupate, praticamente senza interruzione, da città, agglomerati urbani o infrastrutture turistiche. Analoga situazione si ritrova in molte località del meridione mentre altre coste del Sud italiano sperano in uguale destino. Il Sud offre comunque maggiori possibilità di scelta: peccato che da quelle parti la richiesta di elettricità sia nettamente inferiore.
  • sui siti delle centrali nucleari da tempo dismesse (Trino Vercellese, Caorso, Garigliano, Latina) o che avrebbero dovuto accogliere un impianto nucleare (Montalto di Castro). In questo caso sarebbe quasi certamente necessario smantellare le strutture tuttora esistenti prima di procedere alle nuove costruzioni. Ciò significherebbe anticipare da subito tutti gli oneri (che nelle previsioni sono da affrontare gradualmente entro il 2020) per lo smantellamento, lo smaltimento e lo stoccaggio di scorie e materiali radioattivi. Va sottolineato che Trino, Garigliano, Latina e Caorso un tempo erano siti isolati e ora non lo sono più e che solo Trino e Caorso sono localizzate nel settentrione. Inoltre entrambi gli impianti raffreddavano il vapore con l’acqua del Po. Le nuove centrali avrebbero una taglia da 3 (Caorso) a 8 (Trino) volte più grande delle loro antenate.
  • convincimento delle popolazioni interessate. In complesso l’atteggiamento verso il nucleare è molto cambiato in senso possibilista. Buona parte dell’industria, dell’establishment e del personale politico è disponibile a un ritorno del nostro Paese al nucleare. Anche l’opinione pubblica è più favorevole, ma “basta che si faccia lontano da casa mia”. D’altronde sembra del tutto improbabile che un politico, anche il più acceso sostenitore di questo tipo di scelta, scelga di costruire casa propria a qualche chilometro da una centrale nucleare. Non sarà facile convincere un’amministrazione locale, né una collettività a dare il proprio consenso alla costruzione di una centrale nucleare sul territorio di propria competenza. Con le procedure attuali questo significherebbe allungare i tempi per un periodo imprecisato. Forse si modificherà la legislazione e quasi certamente si deciderà di riequilibrare lo svantaggio che l’impianto rappresenta con vantaggi di altra natura per le popolazioni locali, soprattutto di carattere economico, portando l’onere sul prezzo finale del kWh.
  • reperimento delle risorse finanziarie. Serve un impegno finanziario molto consistente. Dati recenti a cui poter fare riferimento scarseggiano, in quanto pochi sono gli impianti in via di realizzazione nel mondo e quasi tutti in realtà scarsamente trasparenti da tutti i punti di vista. Per un impianto da 1.500 MW si passa da oltre 3 miliardi  a quella attuale di più di 5-5,5 miliardi di euro.  Si discute quindi di un investimento complessivo compreso tra i 20 e i 25 miliardi di euro. Sembra del tutto improbabile che tale massa di risorse economiche possa essere messa a disposizione, dal settore privato in una prospettiva congiunturale di lunga e profonda recessione economica. Ma proprio in questa direzione si sono mossi alcuni commenti vicini a fonti governative. Pare però quasi inevitabile che debba essere lo Stato a farsi carico in buona parte di questa operazione: il che ridimensiona il problema ma non lo risolve definitivamente.
  • tempi per l’avvio della produzione. Una semplificazione normativa avrebbe sicuramente positivi effetti sulla durata dell’iter autorizzativo e permetterebbe una più veloce apertura dei cantieri. Tuttavia è difficile pensare che tra discussione preliminare in sede politica e nel Paese, selezione del sito, autorizzazioni, scelte sulla tipologia e sulla commessa, si possano chiudere i cantieri entro una decina d’anni dalla prima decisione. Infatti si traguarda già la data del 2020.
  • garanzia del combustibile. Le ultime ricerche portano a stimare che sia già estratto circa un terzo di tutto il minerale d’uranio disponibile sul pianeta, a qualunque ordine di prezzo. Nel contesto italiano ci si può limitare a ricordare che il reperimento del combustibile per far funzionare sino a fine vita quattro nuove centrali non dovrebbe presentare problemi irrisolvibili. Non altrettanto tranquilli si potrebbe restare nel caso in cui l’industria elettronucleare fosse oggetto di un’improvvisa (ma del tutto improbabile) forte espansione nel mondo.
  • stoccaggio di rifiuti e scorie radioattive. Non è stato ancora individuato in Italia alcun sito per lo stoccaggio a lungo periodo dei materiali a bassa o alta radioattività. Gli attuali numerosi e variamente organizzati stoccaggi “provvisori” presentano livelli di sicurezza non certo ottimali sia dal punto di vista ambientale che da quello di potenziali attività delittuose o peggio terroristiche. Non sarà per nulla semplice ma in futuro non dovrebbe essere molto difficile fare un po’ meglio di quanto si è fatto finora.
  • smantellamento (a fine vita) dell’impianto. Problema spinoso che, oltre alle complicazioni finali appena affrontate, pone il dilemma se caricare, sin dall’avvio dell’impianto, sui costi di produzione del chilowattora la quota afferente gli oneri di smantellamento. Entità non facile da quantificare, ma in grado comunque di ridurre significativamente la competitività economica dell’energia nucleare. Lo stanziamento per smantellare le quattro piccole centrali italiane, chiuse da decenni, è di circa 2,6 miliardi di euro in 20 anni. Per mettere in sicurezza tutte le scorie esistenti, è stato previsto un costo di circa 4,3 miliardi di euro. Solo per la sistemazione provvisoria delle scorie delle quattro vecchie centrali, l’Italia sta spendendo 300 milioni di euro.

i60 el previsioni nucleare opt La prospettiva nucleare in Italia

Una precisa e risoluta volontà politica, che caratterizzasse il potere esecutivo per un tempo sufficientemente lungo, potrebbe comunque rimuovere tutti questi ostacoli e l’Italia a partire dal 2020 potrebbe disporre di una prima quota dei complessivi 6.400 MW di potenza elettronucleare (Il ragionamento che si sta per sviluppare presuppone che nel 2020 siano già disponibili tutti i 6.400 MW). Dato che il funzionamento medio degli impianti nucleari è di circa 7.500 ore l’anno la produzione attesa sarebbe pari a 48.000 GWh, che corrispondono al 14% dell’elettricità richiesta sulla rete nel 2007 (339.928 GWh).

A questo punto s’impone una considerazione: se i consumi elettrici del nostro Paese aumenteranno a un tasso medio del 2% annuo (inferiore al tasso medio degli ultimi 10 anni che è stato del 2,3%) nel 2020 saranno pari a circa 440.000 GWh. In sostanza, 4 centrali nucleari da 1.600 MW nel 2020 sarebbero in grado di coprire meno del 50% dell’incremento di domanda di elettricità che si sarebbe verificato nel frattempo.

Nell’ipotesi che la recessione in atto facesse ancora sentire per qualche tempo i suoi effetti sui consumi dell’intero sistema e così riducesse l’incremento al 1,5% medio nel periodo, i consumi si assesterebbero nel 2020 attorno a 410.000 GWh e l’apporto nucleare in questo caso soddisferebbe meno del 70% dell’incremento.

48.000 GWh non sono un quantitativo di energia trascurabile. Rappresenterebbero un contributo decisivo nel soddisfare esigenze crescenti di energia elettrica ma una scelta come quella su cui il Paese si sta confrontando non può essere presentata e interpretata come la panacea dei mali energetici di questo Paese.

Il ritorno al nucleare in Italia potrebbe rappresentare oggi una scelta, che deve però misurarsi seriamente con le preoccupazioni, in gran parte fondate, di chi resta contrario, con tutti i problemi appena elencati e, infine, con i limiti netti che la caratterizzano rispetto alla ben più ampia e complicata prospettiva energetica.

Non si può inoltre ignorare il fatto che decidere di destinare una così cospicua quantità di risorse in direzione del nucleare comporta per l’Italia la scelta di penalizzare irrimediabilmente le fonti rinnovabili (eolico e fotovoltaico) che, a lungo termine, sono le sole – allo stato attuale delle conoscenze – in grado di garantire almeno una certa quantità di energia elettrica. Bisogna ricordare che l’uranio, come le fonti fossili, è presente in quantità finita sulla terra e che, anche se non ne conosciamo con precisione le quantità, è certo che non potrà essere estratto per un tempo indefinito. La stessa IEA (International Energy Agency, la più qualificata agenzia del mondo in merito alle analisi della situazione energetica) non prevede un particolare sviluppo della fonte nucleare nei prossimi decenni.

Purtroppo vi è un’ultima importante considerazione da fare. La discussione sui media e il confronto politico si concentrano quasi esclusivamente su nucleare e, di contro, sul fotovoltaico. Due tecnologie che sanno produrre solo elettricità. Quindi il confronto nel Paese non prende in esame la questione energetica ma resta confinato al solo aspetto elettrico che viene affrontato con tale impeto e fervore di parte da farlo diventare “Il Problema Energetico”, mentre invece rappresenta solo il 35% della questione energetica nazionale.

Il restante 65% riguarda i comparti del trasporto, della chimica, della metallurgia, del vetro, del domestico, del cemento, della farmaceutica, ecc. dove i vari combustibili fossili e i loro derivati, oltre che essere determinanti in quanto fonti energetiche non elettriche, rappresentano anche una quota importante di materia prima di processo. Un dibattito “nucleare sì – nucleare no” non sfiora nemmeno questi contesti che restano esposti, ancor più dell’elettricità, al pericolo di un’insufficiente disponibilità di risorse.

La dimensione della questione energetica nazionale che ci vede sempre più dipendenti dall’esterno (siamo ormai prossimi al 90%, che probabilmente supereremo con l’acquisto dell’uranio !!) richiederebbe quindi un disegno strategico ampio e articolato, capace di affrontare non solo gli aspetti riguardanti la disponibilità delle fonti, gli approvvigionamenti di energia ma, ancor più seriamente e drasticamente, l’intero versante dei consumi. Altrimenti anche le positività (ancora solo potenziali) legate ad alcuni accordi internazionali o allo sviluppo di qualche (limitata) fonte interna non possono che produrre effetti modesti, incapaci d’invertire una tendenza in cui non si intravvede alcun possibile miglioramento strutturale.

Rischiano invece di diffondere un pericoloso senso di sicurezza sul futuro che, a un esame appena più attento, non ha alcuna ragione d’essere.

Mirco Rossi

Credits: per la foto in testa : CRIZZO

Della guerra e della morte. La trilogia della città di K. di Agota Kristof

febbraio 25, 2009

trik Della guerra e della morte. La trilogia della città di K. di Agota Kristof

Attenzione, la recensione qui di seguito contiene alcune anticipazioni della trama

C’era una volta la Guerra, c’era una volta la Morte: è una favola antica ma dannatamente attuale.

Permeata da un’atmosfera kafkiana, La trilogia della città di K. di Agota Kristof, è una storia nera e maledetta, di quelle che graffiano fin sotto l’epidermide, che scavano un  tunnel nello stomaco del lettore e si aggrappano alle paure nascoste ferendo il senso del pudore e toccando il lato più oscuro delle verità.

Due bambini, due fratelli gemelli, Lucas e Claus nel mezzo di una grande guerra, probabilmente la seconda, in un non specificato paese dell’Est. La scrittrice non ci dice quale sia il paese in questione, quale la città, o di quale guerra stia raccontando, eppure l’orrore agghiacciante della guerra cala come una pesante cortina fra il lettore e la pagina scritta a dimostrazione che, di qualsiasi guerra si tratti e di qualsiasi paese, il dolore, la violenza, la morte che le guerre portano con sé destano il medesimo ribrezzo.

Abbandonati dalla mamma a casa della nonna materna, i due fratellini, iniziano una nuova vita che determinerà per sempre la fine dell’ infanzia e dell’innocenza. Gli affetti familiari perdono da subito i connotati rassicuranti: la nonna è una strega, sporca e crudele, non prova amore per la figlia, maltratta i nipoti, li sfrutta, li fa lavorare, li insulta e li abbandona a loro stessi. Ho l’impressione di trovarmi di fronte ad una delle fiabe dei fratelli Grimm con quelle note ambientazioni tetre e descrizioni lapidarie che ti fanno sentire il freddo della pietra nuda e vedere solo il grigio e il nero delle cose  perché i colori sono stati inghiottiti dal dolore; e proprio come nelle loro fiabe avverti come uno schiaffo la crudeltà umana e la mancanza di speranza perchè i fatti di sangue, efferati ed esecrabili, sono prosaicamente scritti senza edulcorazioni e con quello stile semplice e coinciso comprensibile anche dai bambini.

Due gli elementi dai connotati fortemente interessanti dal punto di vista narrativo: la costruzione dei personaggi (due fratelli gemelli) e un manoscritto, ossia il diario sul quale i bambini annotano giorno per giorno la loro vita. Il romanzo è suddiviso in tre parti distinte ma che si diluiscono una nell’altra così come lo stile e i piani narrativi che si sdoppiano e si raddensano all’improvviso.

L’inseguimento del manoscritto-diario pone narrazione su un duplice livello: la voce narrante si accavalla e si confonde con il manoscritto facendo prevale in alcuni momenti ora l’una ora l’altra. E in questa alternanza si spalleggiano diversi registri narrativi: diario, lettera, confessione, flusso di coscienza.

La prima parte “Il grande quaderno” è un pugno nello stomaco, un dolore acuto, il cui ricordo ti accompagna per molto tempo; potrebbe sostenere da sola l’intero romanzo tanto è rivelatrice ed esaustiva. Sono le pagine del diario di Lucas e Claus raccolte non per data, come in un classico diario, ma per tema. Due paginette scandiscono un’esperienza, un episodio; ogni episodio è un nodo alla gola, un gradino nella scala di una difficile educazione alla vita che mostra sempre e costantemente il rovescio della medaglia: la morte. Il quaderno crea un legame indissolubile fra i due fratelli che si completano l’un l’altro, che vivono uno per l’altro; parola dopo parola i due fratelli definiscono la loro esistenza istruendosi, lavorando, autodeterminandosi con le proprie forze in un mondo violento che non conoscono ma di cui sono parte. Sono due bambini speciali, a tratti “magici” che riescono a fare di sofferenza e stenti una virtù, perché l’imperativo categorico è sopravvivere alla guerra, alla nonna, alla povertà, alla fame.

Il lettore avverte una vertigine mentre legge le pagine del diario sugli esercizi di sopravvivenza che Luca e Claus si impongono di fare per resistere e continuare a vivere: esercizio di irrobustimento del corpo, esercizio di irrobustimento dello spirito, esercizio di accattonaggio, esercizio di sordità e cecità, esercizio di digiuno, esercizio di crudeltà.

La vita scorre tra le sirene del coprifuoco, l’allarme dei bombardamenti, le violenze sessuali, gli omicidi, le malattie e la morte che ha un volto talmente familiare da non fare più paura. Il sesso è sporco, è una ferita, è una devianza morbosa, è violenza, è atto di sopraffazione, è un gesto anch’esso bellicizzato. I bambini si sottopongono ad una crescente desensibilizzazione nei confronti dell’umanità; Lucas e Claus hanno una ratio lucida e aprioristica che è al disopra del bene e del male e di ogni morale: bisogna fare ciò che è necessario per sopravvivere e anche la crudeltà autoimposta è indispensabile per raggiungere tale scopo. L’autrice, come i suoi piccoli protagonisti, non indulge alla pietas: le pagine sono brevi istantanee narrative che illuminano per un momento il fatto cruento spegnendosi subito dopo. La scrittrice non si sofferma sulle ferite; il fattaccio violento è ritratto in due parole, come un fendente che in un attimo attraversa il corpo. Lo stile è scarno e soffocato, le parole non hanno alcuna valenza suggestiva, servono solo a registrare un avvenimento; a tratti però ritroviamo un copioso utilizzo degli aggettivi che, con una pioggia di virgole, colano sulla pagina come zampilli di sangue.

Questa prima e superlativa parte termina con la divisione dei due fratelli gemelli.

Nella seconda parte “La prova il lettore rimane accanto ad uno dei due fratelli, Lucas, sopravvissuto alla separazione con Claus che ha varcato la frontiera alla ricerca di una nuova vita lontano dalla guerra; questa seconda parte si caratterizza per la ricerca di una ricostruzione, di una normalizzazione necessaria per ricominciare; sono dinanzi a noi le macerie che la fine del conflitto porta con sé: gli uomini scomparsi, imprigionati, giustiziati, la povertà assoluta, la fame e le malattie che si propagano ma anche l’istinto vitale di rimettere insieme i pezzi, la ricerca dell’amore, il desiderio di una famiglia, di una casa e di una stabilità. Ma è tutto sbagliato: si cercano gli affetti ma si allacciano rapporti umani dettati dalla disperazione, dalla pietà, e da un senso di rabbia e sadismo. Lucas finirà col crescere e adottare un bambino menomato che alla fine si suiciderà rendendo vani i suoi tentativi di dare un senso alla propria vita e portandolo sull’orlo della follia.

Nella III parte “La grande menzogna” assistiamo in un certo qual modo al ricongiungimento dei gemelli, ma questo ritrovamento innesta un rimescolamento delle carte. Ricompare la forma diaristica miscelata ad un delirio in forma di scrittura. Il manoscritto-diario si confonde con la voce narrante, uno stesso episodio viene raccontato da più punti di vista e da diversi personaggi destabilizzando il lettore che perde le certezze di quanto assunto fino a quel momento. Un onirismo accentuato si confonde con la verità e ribalta i punti di vista in un’alternanza tra il vero e il falso che rovescia il gioco narrativo; il lettore si sente tradito e, lasciato da solo, non può fare altro che abbandonarsi al fluire delle nuove infiorescenze narrative senza cercare di rimettere in piedi la storia. Il ritrovamento e il riconoscimento dei due fratelli, in una realtà completamente stravolta dalla guerra, determina la tragica fine dei sentimenti; non vi è senza speranza ma solo disperazione e una lucida follia che culmina con il suicidio di Lucas e la probabile emulazione da parte di suo fratello Claus.

Il diario riporta solo menzogne? Lucas e Cluas sono realmente esistiti? Sono due fratelli? Sono la stessa persona? Questi gli interrogativi alla fine del romanzo. Se Lucas e Cluas fossero la stessa persona, ci troveremmo di fronte ad una lucida schizofrenia, ad una doppia personalità, una malattia mentale determinata e alimentata dalle conseguenze delle nefandezze della guerra.

Se la scrittrice ci avesse realmente parlato di due gemelli, la tragica fine sarebbe una nitida ed inevitabile conseguenza delle devianze e delle ferite mortali inferte allo spirito e al corpo dei due fratelli che pur amandosi non sono riusciti a ricostruire e a tutelare la propria sanità psicofisica dopo la guerra.

Lucas e Claus sono un’anima e due corpi  che si confondono a partire dal nome, l’uno l’anagramma dell’altro; sono lo specchio di un doppio narrativo molto spesso presente nella narrativa del Novecento. Provando ad applicare un’analisi psicanalitica alla letteratura, si può appena accennare al fatto di come la figura del doppio sia legata spesso alla paura della morte; il doppio rappresenta la raffigurazione della scissione psicologica che dà luogo ad un altro io, il quale a sua volta corrisponde ad una proiezione del conflitto interiore e può scatenarsi da un senso di colpa. Il senso di colpa può avere diverse origini e Freud lo ha dimostrato: può essere dovuto alla distanza tra l’io ideale e quello reale, oppure può nutrirsi di un’intensa paura di morte e dare luogo a forti impulsi autopunitivi che possono portare anche al suicidio. Il romanzo di Agota Kristof autorizza e suggerisce molteplici interpretazioni proprio perchè il teatro sul quale muovono i personaggi è quello della decadenza morale degli uomini nell’assurdità e nell’atrocità della guerra. E può succedere in un mondo al contrario, nell’assurdo del conflitto bellico e dell’odio da cui è generato e che a sua volta alimenta,  che siano proprio i bambini, le prime vittime della guerra, a diventare quasi degli automi perfetti in grado di essere bastevoli a se stessi e portare avanti una famiglia.

Un grido di dolore, potrebbe essere questo il sottotitolo del romanzo, un dolore come quello che probabilmente ha provato la stesa scrittrice, ungherese di nascita, costretta a rifugiarsi in Svizzera durante l’invasione sovietica.

Vorrei lasciarvi con le parole del romanzo che rappresentano un secco j’accuse femminista alla società degli uomini, maschilista e guerrafondaia, che utilizza la guerra come strumento di sopraffazione:

-          Tu chiudi il becco! Le donne non sanno niente della guerra.

La donna dice:

-    Non sanno niente? Coglione! Abbiamo tutto il lavoro, tutte le preoccupazioni: i bambini da sfamare, i feriti da curare. Voi, una volta finita la guerra siete tutti degli eroi. Morti: eroi. Sopravvissuti: eroi. Mutilati: eroi. E’ per questo che avete inventato la guerra, voi uomini. E’ la vostra guerra. L’avete voluta voi, fatela allora, eroi dei miei stivali!

Scrivere è vivere ma leggere a volte è un po’ come morire dentro.

Jessica Carrieri

La storia dei delfini su Facebook

febbraio 23, 2009

delfini1 opt La storia dei delfini su FacebookSu Facebook, il social network che va per la maggiore, un branco di delfini sta nuotando, ormai da parecchie settimane, in un mare virtuale e non ha alcuna intenzione di fermarsi.

Tutto, come spesso succede è nato quasi per caso. Ho creato un gruppo e l’ho chiamato “Quelli che nella prossima vita diventeranno delfini“: dietro questa mia scelta c’è un motivo di carattere autobiografico che affonda le radici nel mio lontano passato. Infatti, quando avevo sedici anni, a piazza Navona una zingara mi ha letto la mano: ha predetto che sarei morto prima dei quarant’anni dopo aver avuto tre figli da tre donne diverse e che nella mia prossima vita sarei stato un delfino.

Ispirandomi dunque alla profezia della zingara ho lanciato l’idea su Facebook e debbo dire che le persone hanno risposto davvero alla grande: abbiamo infatti quasi raggiunto il numero di duecento iscritti!

Poi come sempre succede un’idea tira l’altra ed ho deciso di tentare nel gruppo un esperimento di scrittura collettiva: è nata cosi la “Storia dei delfini”, un racconto scritto a mille mani.  Chi vuole può creare un delfino che è in realtà il suo alterego( io sono Iorad), e tuffarsi nel mare virtuale di Facebook contribuendo a portare avanti la storia. Siamo arrivati già ad oltre duecento post in un mese e sono state scritte delle cose davvero interessanti: in realtà spesso il racconto diventa un mezzo per esternare sentimenti, sfogare la rabbia od esorcizzare le proprie paure.

Ma diamo ora voce ad alcuni dei componenti del branco.

Antonio Trimarco (Iramar nel racconto) “In mare una nuova vita. Chi non vorrebbe avere la sicurezza di un altra vita? E se fosse una vita in mare come delfino tra delfini? Ecco la fantasia che sta permettendo la riuscita di questa idea lanciata da Dario Amadei su Facebook. Così un racconto a più mani diventa per ognuno degli scrittori dei delfini una propria proiezione fantastica nell’azzurro dell’acqua. Ciao Dario ci vediamo in mare”.

Elena Sbaraglia( Sophie)  “La mia esperienza con il gruppo fondato da Dario Amadei “Quelli che nella prossima vita diventeranno delfini” è nata per caso, incuriosita in primis dal titolo, molto attrattivo. Amo il mare, è vero come molti, ma profondamente sento di appartenergli e il delfino è la creatura marina che più mi rappresenta, che mi ricorda come la vita vada affrontata con lo spirito bambino che abbiamo dentro di noi, con lealtà e amore! È il primo gruppo al quale partecipo attivamente perché molto coinvolgente e questo è solo per la brillantezza del fondatore, nonché capobranco, che ha saputo mettere insieme tante “teste” e guidarle in questa esperienza di scrittura di gruppo, non so se unica nel suo genere, ma sicuramente avvincente”.

Lamberto Pellegrino (il giovane Gulbix) “Credo che sia un iniziativa molto interessante, formativa ed educativa, un modo di utilizzare internet intelligentemente. Mi è parsa divertente e allo stesso tempo coinvolgente: sono davvero curioso di sapere quello che gli altri scrittori pubblicano e credo che il racconto sarà decisamente un successo”.

Nicoletta Pavani (Aurora) “Generalmente si condividono emozioni e progetti con persone conosciute e vicine. Scrivendo questo racconto mi sono ritrovata a condividere emozioni con persone quasi del tutto sconosciute e la cosa più bella è stata, ed è ancora, la possibilità di conoscere queste meravigliose persone proprio attraverso la scrittura, scoprendo “work in progress” la loro e la mia interiorità”.

Sonia Pareschi (Ainos) “L’esperienza di scrivere a tante mani mi è nuova eppure è stata significativa e, se posso osare, terapeutica e di riflessione. Mi è servita a guardare “oltre” l’apparenza di chi condivideva con me le parole: di loro ho colto molte sfumature, ho scoperto segreti, ho capito sentimenti e dolori. Sono molto orgogliosa di partecipare a questa bella esperienza, dove colgo la sensibilità e il cuore delle persone. Io però non scherzo, voglio credere che nella mia prossima vita diventerò un delfino. Sto imparando a sentirlo quel mare, ad odorarlo, a lasciarmi travolgere dall’atmosfera infinita, ad amarlo”.

Elisabetta Segna (Bianca)  ”Ho sempre amato il mare, è la vita. Ho sempre pensato che sarei voluta rinascere gabbiano, ma quando ho avuto l’invito ad entrare nel gruppo di quelli che nella prossima vita saranno delfini ho avuto un immediato richiamo; alle origini? Non lo so ma sicuramente condividere questa avventura mi piace molto e mi da la speranza che si possa ancora vivere emozioni e amicizia”.

Chiara Pasqualini ( Iora) “Il mare. Delfini. Tante persone. Tante parole.
Non si nasce sempre con la forma che si vorrebbe ma, in genere, si sa con quale si sarebbe voluti nascere.
C’è chi allora nasce gatto e corre.
C’è chi nasce scimmia, per arrampicarsi.
C’è chi nasce aquila, per volare alto.
C’è chi nasce delfino. Per nuotare in acque che si vorrebbero vedere. Tra le onde che si vorrebbero toccare.
E poi, tra un’onda, e un’altra, ci si ritrova a nuotare insieme ad un altro delfino. E un altro ancora dopo un altro ancora.
E si è tanti. Liberi. Per nuotare insieme tra le onde del mare. E della fantasia.
Per chi nasce delfino e per tutti quelli che sarebbero voluti nascere in un’altra forma ma che poi, scoprono di saper nuotare bene lo stesso”.

Iorad ( il delfino) “Quando mi sono tuffato nel mare di Facebook, ero stanco e sfiduciato. Spesso nel mondo degli uomini ti cercano solo perché hanno bisogno di te o se li fai divertire quando salti per colpire la palla. Poi nei momenti di difficoltà ti lasciano solo perché hanno sempre troppo da fare.

Così senza pensarci un attimo mi sono tuffato nel mare di Facebook e ho preso il largo, facendo perdere le mie tracce. Pensavo di rimanere solo e invece ho incontrato degli splendidi delfini che mi hanno regalato la forza di vivere.

Un grazie di cuore a tutto il branco”

Insomma nelle acque a volta turbolente di Facebook, un branco di delfini sta nuotando compatto verso un grande obiettivo…Ma che aspettate? Tuffatevi insieme a loro e liberate il delfino che è in voi!

L’appuntamento è per giugno alla Biblioteca Corviale di Roma: si terrà un meeting durante il quale verrà presentato il racconto dei delfini. Sicuramente sarà un evento che non passerà inosservato.

Dario Amadei

Vuoti a rendere (Vratné lahve)

febbraio 17, 2009

vuoti a rendere opt Vuoti a rendere (Vratné lahve)Ci si può riconvertire anche in età più che matura e scegliere di vivere ancora cercando la felicità? Il protagonista di Vuoti a rendere, Josef, professore di Letteratura ci prova con tutte le forze e ci riesce.

E così in questo simpatico film, divertente, leggero, ma anche serio ed impegnato, il professor Josef ci fa vedere come conti la vitalità interiore. In brillante contatto anche con il suo inconscio Josef decide, perché non ne può più, di lasciare la scuola, ma questo non significa abbracciare rassegnati la pensione, anzi. E dopo un breve impegno come corriere in bicicletta, troverà occupazione in un supermercato dove riceve i vuoti delle bottiglie.

Ci si può riconvertire anche in età più che matura e scegliere di vivere ancora cercando la felicità? Il protagonista di Vuoti a rendere, Josef, professore di Letteratura ci prova con tutte le forze e ci riesce.

Sullo sfondo di una Praga attuale ecco che emergono storie parallele a quella del professore, la figlia, lasciata dal marito, la moglie che vorrebbe ancora essere desiderata, l’amante che lo sostituirà rapidamente con un lui che lo stesso Josef le invia, i nuovi colleghi di lavoro, l’amico insegnante che ama la figlia, la vecchia signora a cui Josef porta la spesa.

In una giravolta di umanità che ti fa scoprire una vita sempre diversa da quello che ti aspettavi, temevi o volevi. Un bel film da vedere.

REGIA: Jan Sverak
SCENEGGIATURA: Zdenek Sverak
ATTORI: Zdenek Sverak, Daniela Kolarova, Tatiana Vilhelmova, Robin Soudek, Jiri Machacek, Pavel Landovsky, Jan Budar, Miroslav Taborsky

Antonio Trimarco

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