Dove sono andati i finanziamenti per la ricerca?

dicembre 19, 2008 · Stampa l'articolo

di Giorgio Penco

Gli eventi di attualità e la vita sociale mi interessano veramente poco e non capita troppo spesso che io mi soffermi a scrivere considerazioni su tali argomenti. Ma questa volta farò un’eccezione per esprimere alcune riflessioni sulla situazione della ricerca scientifica in Italia e sulle proteste che da ogni parte si levano contro la legge Gelmini.

Per sgombrare il campo da ogni possibile equivoco voglio dire subito che non sono un elettore di destra, non sono un ecologista anti-progressista esagitato e reputo la ricerca scientifica assolutamente fondamentale per il benessere della nostra nazione ossia anche per il mio; qualsiasi sacrificio andrebbe fatto pur di elevare al massimo il livello della nostra ricerca. I soldi spesi per la scienza sono potenzialmente soldi che tornano a noi tutti in termini di benessere, di sicurezza e anche di potere.

Ma vi è anche un diverso modo di considerare le cose e consiste nel chiedersi se i soldi che i cittadini danno alla ricerca siano realmente destinati a migliorare il livello della scienza italiana. E in quale misura, eventualmente, finiscano per prendere altre strade.

Anche qui la situazione è chiara (credo) a tutti. Il mondo della ricerca, in un modo o nell’altro, spreca una parte considerevole delle risorse di cui dispone ….

Mi è capitato un paio di sere fa di ascoltare alla radio un’intervista con il prof. Francesco Profumo, rettore del Politecnico di Torino. Il prof. Profumo si lamentava per la riduzione dei fondi. Ammetteva (come avrebbe potuto negarlo?) che in molti casi i soldi erogati agli enti di ricerca non sono utilizzati nel modo migliore, ammetteva che ci sono troppi casi di clientelismo, di spreco e di malagestione e al riguardo invocava interventi e iniziative volti non a depauperare le università, ma piuttosto a garantirne una maggiore efficienza.

A me le parole di Profumo sono parse ipocrite e spudorate.

Stranamente il prof. Profumo dimenticava che da sempre il mondo della ricerca reclama e pretende un’ampia indipendenza con la motivazione, non del tutto infondata, che solo persone addentro nei vari settori della conoscenza possono correttamente valutare le esigenze e la rilevanza dei vari filoni di ricerca. Dunque le parole di Profumo suonavano un po’ come uno scaricare addosso al governo la responsabilità di risolvere i problemi della ricerca, ma senza toccare i soldi e salvo poi, al momento opportuno, protestare perchè i politici si permettono di intromettersi nel mondo della “cultura” e cercano di metterla sotto controllo.

L’indipendenza, vorrei dire al prof. Profumo, non può essere disgiunta dalla responsabilità e, se gli accademici non vogliono essere assoggettati a controlli rigorosi sui loro livelli di produttività da parte di enti esterni, allora essi debbono assumersi la responsabilità di autocontrollarsi efficacemente. E se l’autocontrollo fa acqua la colpa non può essere addossata ai politici: è degli accademici. D’altronde sono gli accademici, non i politici, coloro che esaminano i ricercatori facendo vincere i figli dei colleghi; sono gli accademici, non i politici, coloro che istituiscono cattedre inutili dove sistemare i loro protetti; sono gli accademici, non i politici, i responsabili primi dell’organizzazione e dell’efficienza degli enti universitari e di ricerca.

Personalmente non sono un ricercatore, né un docente, ma comunque ho una buona conoscenza del mondo della ricerca italiana e lo ho frequentato, in varie vesti, abbastanza a lungo. All’inizio degli anni ‘90, per esempio, lavoravo come consulente presso la sede ENEA della Casaccia. La mia attività di un intero anno era stata venduta, tanto per fare massa, assieme a un bel po’ di altra roba, dalla Digital Equipment Corporation all’ENEA nell’ambito di un contratto miliardario. In quella circostanza la mia presenza e il mio lavoro presso ENEA erano totalmente inutili. Il mio mandato ufficiale era quello di verificare e ottimizzare le performance di un potente computer della famiglia VAX, ma di fatto l’ENEA non aveva alcun bisogno di me e io passavo il tempo come potevo, producendo qualche report, dando un’occhiata a qualche problema di security che mi andavo a pescare di mia iniziativa e offrendo buoni consigli per migliorare la gestione dei sistemi … consigli che nessuno prendeva in considerazione. Chi aveva deliberato l’acquisto e il pagamento della mia attività? Non certo i politici.

Di quello stesso contratto facevano parte numerosi (e costosi) hard disk. Si era ancora in un epoca in cui anche un solo gigabyte di spazio disco costava montagne di denaro. Ma qualsiasi hard disk per poter funzionare ha bisogno di essere connesso al computer tramite un elemento detto controller. E, guarda caso, l’ENEA non si era curata di farsi due conti e accertarsi che ogni disco avesse il suo controller e potesse funzionare. Di conseguenza diversi dischi erano rimasti ammucchiati da una parte e inutilizzati.

I dati memorizzati su computer andrebbero periodicamente sottoposti a backup ossia copiati per evitare che un eventuale guasto possa causarne la perdita. I dati memorizzati sui computer dell’ENEA non facevano eccezione. Immaginate dunque il mio stupore quando, nel tentativo di trovare un senso per la mia esistenza, cominciai a occuparmi di verificare la corretta esecuzione dei backup e scoprii che essi non venivano eseguiti affatto. Eppure mi risultava che in quella sede fosse disponibile un sistema avanzatissimo (e costosissimo): un robot capace di copiare in modo del tutto automatico enormi moli di dati. Se non sbaglio si trattava di un sistema prodotto dalla StorageTek. Facendo domande qua e là ben presto scoprii le ragioni di quella stranezza. il sistema robotizzato per i backup era costruito per funzionare in connessione con computer IBM; per connetterlo invece ai sistemi della Digital occorreva un particolare elemento aggiuntivo (anch’esso costosissimo), ma nessuno se n’era accorto. Dopo di che farsi autorizzare l’acquisto dell’elemento mancante sarebbe stato piuttosto imbarazzante e così … quel meraviglioso sistema robotizzato continuava anch’esso (come i dischi) a giacere inutilizzato, mentre (ovviamente) i dati non venivano backuppati.

Di chi era la colpa di ciò? Certo non dei politici.

Prima di fare il consulente per ENEA avevo lavorato come dipendente di un ente di ricerca: l’Istituto Nazionale di Geofisica (ING). Ero stato assunto nel 1988 e appena entrato ero venuto a sapere che il presidente in carica era un certo prof. Enzo Boschi il quale però in breve avrebbe dovuto lasciare il posto in quanto era previsto che la carica di presidente durasse tre anni e non fosse rinnovabile (oppure il numero di rinnovi possibili era esaurito). Da allora a oggi, ci credereste, il presidente dell’Istituto di Geofisica è sempre rimasto lo stesso prof. Enzo Boschi. Sono state cambiate le regole, sono stati trovati cavilli, è stata cambiata pure la denominazione dell’istituto (ora si chiama Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), ma non è cambiato il presidente.

L’ING era solito pubblicare periodicamente dei meravigliosi volumoni pesantissimi, lucidissimi e coloratissimi. Stampati su carta di primissima qualità e senza dubbio davvero belli a vedersi. Inutile dire che la stampa e la rilegatura di quei volumoni erano abbastanza costosi. A cosa servivano? A nulla, tranne forse a fare qualche regalo a personaggi per me sconosciuti. Sta di fatto che una buona parte delle copie veniva semplicemente distribuita ai dipendenti, compreso me e tanti altri che non sapevano proprio che farsene dato che non erano dei geofisici. Parecchie altre copie rimanevano nei magazzini dell’Istituto. Ma soprattutto il valore scientifico di quelle opere era assolutamente nullo. Esse consistevano talvolta persino di raccolte di articoli giù pubblicati altrove. E comunque per pubblicare un articolo scientifico, persino se di importanza rivoluzionaria, non c’è alcun bisogno di farlo rilegare in edizione extralusso. Chi decideva quelle spese assurde? Non certo i politici.

Gli esempi potrebbero moltiplicarsi e a quelli tratti dalla mia vita personale si potrebbero aggiungere i mille casi di concorsi truccati, di malagestione delle cliniche universitarie, di onesti scienziati costretti a cercare fortuna all’estero, ecc.. Tutte cose ben note a tutti. A titolo di esempio si veda l’articolo pubblicato alla pagina qui referenziata.

Ora che un governo, a torto o a ragione, ha deciso di dare un giro di vite e ridurre i finanziamenti, tutti si accorgono che le università sprecano troppo denaro e hanno criteri di gestione assai discutibili. Ora all’improvviso i rettori minacciano di dimettersi in blocco per protesta. Ora i rettori e i docenti affermano che non è togliendo i soldi che si risolvono i problemi. Ma dov’erano quei rettori quando i soldi venivano sprecati? Quando i concorsi venivano truccati? Quando venivano create cattedre inutili?

E dov’erano allora tutti quelli che ora protestano? Dov’erano i precari? Dov’erano gli studenti? Dov’erano coloro che magari venivano sfruttati, ma speravano prima o poi di poter anche loro usufruire di qualche indebito beneficio? Perchè tutti costoro sono prontissimi oggi a prendersela con i politici, mentre in precedenza non sentivano l’esigenza di organizzare qualche bella manifestazione contro i colleghi e i rettori disonesti?

L’esigenza di onestà, quando sceglie per scattare il momento più utile, non può non essere sospettata di opportunismo e di corporativismo. Mi dispiace che la ricerca venga penalizzata. Vorrei vivere in uno Stato all’avanguardia e culturalmente evolutissimo. Ma i ricercatori la ricerca la fanno con i miei soldi (e con quelli degli altri cittadini), se li sprecano, allora quei soldi preferisco non darglieli. Certo, anche lo Stato qualche responsabilità ce l’ha. La principale mi pare quella di adagiarsi su un modello sbagliato di erogazione delle risorse pubbliche. Non si può permettere che l’autonomia delle università e degli enti di ricerca sia tale da lasciare a essi sia il ruolo di fruitore delle risorse, sia quello di controllore del corretto utilizzo, sia quello di autorità preposta alle decisioni di spesa.

Sono convinto che sarebbe necessario suddividere nettamente e senza scappatoie il ruolo dello scienziato che fa ricerca o la gestisce da quello del tecnico-amministratore, scientificamente competente, che valuta l’assegnazione e il corretto utilizzo delle risorse. Per questi due ruoli dovrebbero esistere due distinte carriere totalmente impermeabili l’una rispetto all’altra.

Mi permetto anche di dire che ritengo sarebbe assolutamente auspicabile la creazione di un corpo di polizia specializzato nel valutare gli eventuali sprechi e gli illeciti nell’ambito dell’attività scientifica. Potrebbe trattarsi di un forte nucleo della Guardia di Finanza o di un corpo a parte. Quello che conta è che tale corpo, richiedendo una preparazione tecnica particolarmente rilevante, dovrebbe essere totalmente dedicato all’investigazione nel mondo della ricerca. Non dobbiamo infatti dimenticare che la cattiva amministrazione del denaro da parte degli scienziati è perfettamente paragonabile a quella di qualsiasi altro funzionario pubblico e come tale deve essere perseguita, giudicata e punita.

Dopo aver messo in atto queste ed eventualmente anche altre misure, dopo aver visto che i soldi della comunità vengono spesi davvero per il progresso scientifico, allora sì che sarei felice di pagare persino qualche tassa in più pur di dedicare abbastanza risorse al progresso scientifico.

Mi piacerebbe a questo punto ricevere un segnale da parte degli accademici, qualcosa di concreto, un modo per far capire che la presa di coscienza dei mille difetti dell’università non è solo un pro forma. Mi piacerebbe che davvero tutti i rettori si dimettessero. E non per protesta contro una legge dello Stato, ma per chiedere scusa dei loro innumerevoli errori. Per riscattare l’ipocrisia, la disonestà, l’incapacità di amministrare e controllare.

Ma non accadrà.

P.S.
Vi segnalo il link a un recente articolo di “La Repubblica” che illustra benissimo la realtà dei fatti ossia come il mondo accademico sia il primo colpevole, ma le proteste siano tutte contro il governo.

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