La montagna dei Bambini
dicembre 26, 2008
C’è una grande casa, nascosta dalle nuvole, sulla cima di un’altissima montagna, dove si rifugiano tutti i bambini che nel mondo scappano dalla guerra. Non vorrebbero lasciare le loro famiglie ma non hanno scelta, l’alternativa è la morte.
Provano una sensazione strana che non è paura e che non riescono ad esprimere a parole. Li aggredisce feroce e si impadronisce pian piano di loro. La sentono dapprima nel cuore, poi nel cervello e poi in un attimo è dappertutto e viene loro da piangere. Allora i più grandi abbracciano i piccoli e cantano dolcissime canzoni che fanno pensare ai bei tempi passati. Qualcuno di loro ricorda come tutto ha avuto inizio. C’erano due popoli che vivevano in pace, vicini, separati solo dal corso di un fiume. Erano quelli al di là e quelli al di qua del fiume: niente di più, ma erano felici.
Poi un brutto giorno al di là ci fu un uomo che stabilì delle regole e al di qua ci fu un altro uomo che stabilì delle regole diverse. Entrambi volevano che le proprie regole fossero rispettate sia al di là che al di qua e così ogni accordo divenne impossibile.
Si alzarono dei muri, sui due lati del fiume, dapprima bassi, quasi dei muretti da giardino, poi sempre più alti, ripidi, coperti da filo spinato. Le mamme non cucirono più grembiulini e vestiti da carnevale per i loro bambini, ma divise da soldati per i loro mariti e per i figli più grandi. Si fabbricarono delle armi sempre più sofisticate, sempre più distruttive. I soldati stavano appostati sui muri e si osservavano con lo sguardo feroce, pronti a sferrare il primo attacco. Poi un brutto giorno, una mattina di primavera senza sole, gli uccelli smisero di cantare. Fu il segnale e venne lanciata la prima bomba. Ne seguirono purtroppo molte altre e ben presto, al posto delle case, rimasero solo delle rovine fumanti. Ma la violenza non si arrestò e i soldati feriti e sanguinanti continuarono a spararsi. Volevano solo annientarsi, anche se a quel punto nessuno ricordava più perché.
Fu allora che i bambini scapparono sulla montagna, erano stanchi di morte e distruzione e volevano solo la pace.
La sera, nella casa tutti bisbigliano che Farfarello sta per arrivare. Farfarello è un demone molto cattivo, ma sulla montagna non spaventa nessuno e i bambini lo evocano per dimostrare a se stessi di essere ancora vivi. Vorrebbero avere paura come tutti i bambini della loro età, ma dopo quello che hanno vissuto niente li può più spaventare. Uno di loro una notte ha fatto un sogno. Il giorno dopo ne ha parlato con gli altri e tutti insieme hanno scritto questa canzone:
È inutile affannarsi,
a spiare il silenzio
che copre i morti e i pianti,
quando l’assurdo pasto
di un piccolo insensato
può porre fine a tutto
nel lasso di un sospiro.
Spesso la cantano, così per non sentirsi soli, anche se sanno benissimo che non c’è nessuno che li ascolta.
di Dario Amadei
le immagini sono di Paolo Piccolo
Dove sono andati i finanziamenti per la ricerca?
dicembre 19, 2008
Gli eventi di attualità e la vita sociale mi interessano veramente poco e non capita troppo spesso che io mi soffermi a scrivere considerazioni su tali argomenti. Ma questa volta farò un’eccezione per esprimere alcune riflessioni sulla situazione della ricerca scientifica in Italia e sulle proteste che da ogni parte si levano contro la legge Gelmini.
Per sgombrare il campo da ogni possibile equivoco voglio dire subito che non sono un elettore di destra, non sono un ecologista anti-progressista esagitato e reputo la ricerca scientifica assolutamente fondamentale per il benessere della nostra nazione ossia anche per il mio; qualsiasi sacrificio andrebbe fatto pur di elevare al massimo il livello della nostra ricerca. I soldi spesi per la scienza sono potenzialmente soldi che tornano a noi tutti in termini di benessere, di sicurezza e anche di potere.
Ma vi è anche un diverso modo di considerare le cose e consiste nel chiedersi se i soldi che i cittadini danno alla ricerca siano realmente destinati a migliorare il livello della scienza italiana. E in quale misura, eventualmente, finiscano per prendere altre strade.
Anche qui la situazione è chiara (credo) a tutti. Il mondo della ricerca, in un modo o nell’altro, spreca una parte considerevole delle risorse di cui dispone ….
Mi è capitato un paio di sere fa di ascoltare alla radio un’intervista con il prof. Francesco Profumo, rettore del Politecnico di Torino. Il prof. Profumo si lamentava per la riduzione dei fondi. Ammetteva (come avrebbe potuto negarlo?) che in molti casi i soldi erogati agli enti di ricerca non sono utilizzati nel modo migliore, ammetteva che ci sono troppi casi di clientelismo, di spreco e di malagestione e al riguardo invocava interventi e iniziative volti non a depauperare le università, ma piuttosto a garantirne una maggiore efficienza.
A me le parole di Profumo sono parse ipocrite e spudorate.
Stranamente il prof. Profumo dimenticava che da sempre il mondo della ricerca reclama e pretende un’ampia indipendenza con la motivazione, non del tutto infondata, che solo persone addentro nei vari settori della conoscenza possono correttamente valutare le esigenze e la rilevanza dei vari filoni di ricerca. Dunque le parole di Profumo suonavano un po’ come uno scaricare addosso al governo la responsabilità di risolvere i problemi della ricerca, ma senza toccare i soldi e salvo poi, al momento opportuno, protestare perchè i politici si permettono di intromettersi nel mondo della “cultura” e cercano di metterla sotto controllo.
L’indipendenza, vorrei dire al prof. Profumo, non può essere disgiunta dalla responsabilità e, se gli accademici non vogliono essere assoggettati a controlli rigorosi sui loro livelli di produttività da parte di enti esterni, allora essi debbono assumersi la responsabilità di autocontrollarsi efficacemente. E se l’autocontrollo fa acqua la colpa non può essere addossata ai politici: è degli accademici. D’altronde sono gli accademici, non i politici, coloro che esaminano i ricercatori facendo vincere i figli dei colleghi; sono gli accademici, non i politici, coloro che istituiscono cattedre inutili dove sistemare i loro protetti; sono gli accademici, non i politici, i responsabili primi dell’organizzazione e dell’efficienza degli enti universitari e di ricerca.
Personalmente non sono un ricercatore, né un docente, ma comunque ho una buona conoscenza del mondo della ricerca italiana e lo ho frequentato, in varie vesti, abbastanza a lungo. All’inizio degli anni ‘90, per esempio, lavoravo come consulente presso la sede ENEA della Casaccia. La mia attività di un intero anno era stata venduta, tanto per fare massa, assieme a un bel po’ di altra roba, dalla Digital Equipment Corporation all’ENEA nell’ambito di un contratto miliardario. In quella circostanza la mia presenza e il mio lavoro presso ENEA erano totalmente inutili. Il mio mandato ufficiale era quello di verificare e ottimizzare le performance di un potente computer della famiglia VAX, ma di fatto l’ENEA non aveva alcun bisogno di me e io passavo il tempo come potevo, producendo qualche report, dando un’occhiata a qualche problema di security che mi andavo a pescare di mia iniziativa e offrendo buoni consigli per migliorare la gestione dei sistemi … consigli che nessuno prendeva in considerazione. Chi aveva deliberato l’acquisto e il pagamento della mia attività? Non certo i politici.
Di quello stesso contratto facevano parte numerosi (e costosi) hard disk. Si era ancora in un epoca in cui anche un solo gigabyte di spazio disco costava montagne di denaro. Ma qualsiasi hard disk per poter funzionare ha bisogno di essere connesso al computer tramite un elemento detto controller. E, guarda caso, l’ENEA non si era curata di farsi due conti e accertarsi che ogni disco avesse il suo controller e potesse funzionare. Di conseguenza diversi dischi erano rimasti ammucchiati da una parte e inutilizzati.
I dati memorizzati su computer andrebbero periodicamente sottoposti a backup ossia copiati per evitare che un eventuale guasto possa causarne la perdita. I dati memorizzati sui computer dell’ENEA non facevano eccezione. Immaginate dunque il mio stupore quando, nel tentativo di trovare un senso per la mia esistenza, cominciai a occuparmi di verificare la corretta esecuzione dei backup e scoprii che essi non venivano eseguiti affatto. Eppure mi risultava che in quella sede fosse disponibile un sistema avanzatissimo (e costosissimo): un robot capace di copiare in modo del tutto automatico enormi moli di dati. Se non sbaglio si trattava di un sistema prodotto dalla StorageTek. Facendo domande qua e là ben presto scoprii le ragioni di quella stranezza. il sistema robotizzato per i backup era costruito per funzionare in connessione con computer IBM; per connetterlo invece ai sistemi della Digital occorreva un particolare elemento aggiuntivo (anch’esso costosissimo), ma nessuno se n’era accorto. Dopo di che farsi autorizzare l’acquisto dell’elemento mancante sarebbe stato piuttosto imbarazzante e così … quel meraviglioso sistema robotizzato continuava anch’esso (come i dischi) a giacere inutilizzato, mentre (ovviamente) i dati non venivano backuppati.
Di chi era la colpa di ciò? Certo non dei politici.
Prima di fare il consulente per ENEA avevo lavorato come dipendente di un ente di ricerca: l’Istituto Nazionale di Geofisica (ING). Ero stato assunto nel 1988 e appena entrato ero venuto a sapere che il presidente in carica era un certo prof. Enzo Boschi il quale però in breve avrebbe dovuto lasciare il posto in quanto era previsto che la carica di presidente durasse tre anni e non fosse rinnovabile (oppure il numero di rinnovi possibili era esaurito). Da allora a oggi, ci credereste, il presidente dell’Istituto di Geofisica è sempre rimasto lo stesso prof. Enzo Boschi. Sono state cambiate le regole, sono stati trovati cavilli, è stata cambiata pure la denominazione dell’istituto (ora si chiama Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), ma non è cambiato il presidente.
L’ING era solito pubblicare periodicamente dei meravigliosi volumoni pesantissimi, lucidissimi e coloratissimi. Stampati su carta di primissima qualità e senza dubbio davvero belli a vedersi. Inutile dire che la stampa e la rilegatura di quei volumoni erano abbastanza costosi. A cosa servivano? A nulla, tranne forse a fare qualche regalo a personaggi per me sconosciuti. Sta di fatto che una buona parte delle copie veniva semplicemente distribuita ai dipendenti, compreso me e tanti altri che non sapevano proprio che farsene dato che non erano dei geofisici. Parecchie altre copie rimanevano nei magazzini dell’Istituto. Ma soprattutto il valore scientifico di quelle opere era assolutamente nullo. Esse consistevano talvolta persino di raccolte di articoli giù pubblicati altrove. E comunque per pubblicare un articolo scientifico, persino se di importanza rivoluzionaria, non c’è alcun bisogno di farlo rilegare in edizione extralusso. Chi decideva quelle spese assurde? Non certo i politici.
Gli esempi potrebbero moltiplicarsi e a quelli tratti dalla mia vita personale si potrebbero aggiungere i mille casi di concorsi truccati, di malagestione delle cliniche universitarie, di onesti scienziati costretti a cercare fortuna all’estero, ecc.. Tutte cose ben note a tutti. A titolo di esempio si veda l’articolo pubblicato alla pagina qui referenziata.
Ora che un governo, a torto o a ragione, ha deciso di dare un giro di vite e ridurre i finanziamenti, tutti si accorgono che le università sprecano troppo denaro e hanno criteri di gestione assai discutibili. Ora all’improvviso i rettori minacciano di dimettersi in blocco per protesta. Ora i rettori e i docenti affermano che non è togliendo i soldi che si risolvono i problemi. Ma dov’erano quei rettori quando i soldi venivano sprecati? Quando i concorsi venivano truccati? Quando venivano create cattedre inutili?
E dov’erano allora tutti quelli che ora protestano? Dov’erano i precari? Dov’erano gli studenti? Dov’erano coloro che magari venivano sfruttati, ma speravano prima o poi di poter anche loro usufruire di qualche indebito beneficio? Perchè tutti costoro sono prontissimi oggi a prendersela con i politici, mentre in precedenza non sentivano l’esigenza di organizzare qualche bella manifestazione contro i colleghi e i rettori disonesti?
L’esigenza di onestà, quando sceglie per scattare il momento più utile, non può non essere sospettata di opportunismo e di corporativismo. Mi dispiace che la ricerca venga penalizzata. Vorrei vivere in uno Stato all’avanguardia e culturalmente evolutissimo. Ma i ricercatori la ricerca la fanno con i miei soldi (e con quelli degli altri cittadini), se li sprecano, allora quei soldi preferisco non darglieli. Certo, anche lo Stato qualche responsabilità ce l’ha. La principale mi pare quella di adagiarsi su un modello sbagliato di erogazione delle risorse pubbliche. Non si può permettere che l’autonomia delle università e degli enti di ricerca sia tale da lasciare a essi sia il ruolo di fruitore delle risorse, sia quello di controllore del corretto utilizzo, sia quello di autorità preposta alle decisioni di spesa.
Sono convinto che sarebbe necessario suddividere nettamente e senza scappatoie il ruolo dello scienziato che fa ricerca o la gestisce da quello del tecnico-amministratore, scientificamente competente, che valuta l’assegnazione e il corretto utilizzo delle risorse. Per questi due ruoli dovrebbero esistere due distinte carriere totalmente impermeabili l’una rispetto all’altra.
Mi permetto anche di dire che ritengo sarebbe assolutamente auspicabile la creazione di un corpo di polizia specializzato nel valutare gli eventuali sprechi e gli illeciti nell’ambito dell’attività scientifica. Potrebbe trattarsi di un forte nucleo della Guardia di Finanza o di un corpo a parte. Quello che conta è che tale corpo, richiedendo una preparazione tecnica particolarmente rilevante, dovrebbe essere totalmente dedicato all’investigazione nel mondo della ricerca. Non dobbiamo infatti dimenticare che la cattiva amministrazione del denaro da parte degli scienziati è perfettamente paragonabile a quella di qualsiasi altro funzionario pubblico e come tale deve essere perseguita, giudicata e punita.
Dopo aver messo in atto queste ed eventualmente anche altre misure, dopo aver visto che i soldi della comunità vengono spesi davvero per il progresso scientifico, allora sì che sarei felice di pagare persino qualche tassa in più pur di dedicare abbastanza risorse al progresso scientifico.
Mi piacerebbe a questo punto ricevere un segnale da parte degli accademici, qualcosa di concreto, un modo per far capire che la presa di coscienza dei mille difetti dell’università non è solo un pro forma. Mi piacerebbe che davvero tutti i rettori si dimettessero. E non per protesta contro una legge dello Stato, ma per chiedere scusa dei loro innumerevoli errori. Per riscattare l’ipocrisia, la disonestà, l’incapacità di amministrare e controllare.
Ma non accadrà.
P.S.
Vi segnalo il link a un recente articolo di “La Repubblica” che illustra benissimo la realtà dei fatti ossia come il mondo accademico sia il primo colpevole, ma le proteste siano tutte contro il governo.
La scrittura creativa per bambini a Corviale
dicembre 16, 2008

Il Serpentone nel quartiere Corviale di Roma
Di famigerati corsi di “scrittura creativa” sono piene le bacheche di molte scuole e università, moltissimi italiani si sono cimentati nella difficile arte della narrativa con il sogno malcelato di poter un giorno pubblicare un best seller.
Quando però di scrittura creativa si parla a dei bambini, l’aggettivo creativo risulta essere pleonastico perchè tutto ciò che viene vissuto nell’infanzia è esso stesso creativo e magnifico. Se però è naturale per un bambino pensare e sognare seguendo i mille sentieri della fantasia che ne contraddistingue l’animo, più articolato e complesso diventa per lui strutturare questo pensiero in un racconto utilizzando la lingua italiana.
La Biblioteca Corviale di Roma, nel XV municipio, ha promosso una serie di incontri con un gruppo di bambini del quartiere affidati all’abilità dello scrittore per l’infanzia Dario Amadei. In quattro incontri un gruppo di otto bambini dai 7 ai 10 anni ha ideato, strutturato, scritto e illustrato un racconto per il prossimo Natale che è stato poi montato in un video, che vi proponiamo alla fine del post, da loro stessi presentato nel corso di una piccola manifestazione tenutasi lo scorso 13 dicembre.
Un modo diverso per augurare Buone Feste a tutti i lettori di Artoong.
Il Coriolano
dicembre 5, 2008
Il 10 Dicembre alle 17,30 all’aeroporto internazionale della Malpensa verrà inaugurata la mostra il Coriolano, a cura di ARTOONG. Sarà possibile visitarla nell’area Arrivi del Terminal 1 dello scalo milanese fino al 28 Febbraio 2009.
La mostra si avvale di diversi mezzi espressivi, la musica del Coriolano di L.V. Beethoven, il video dell’esecuzione dell’orchestra Ottorino Respighi di Latina diretta dal Maestro Giorgio Proietti, l’elaborazione fotografica a cura di Patrizia Genovesi come fermo immagine emotivo. Nella sezione in home page del Video in primo piano è possibile vedere un trailer della mostra.
La macchina da presa entra nelle volute musicali, accompagna lo spettatore, lo cattura con l’immagine, il colore, il movimento: l’energia lo coinvolge, musica e ritmo lo seducono, non gli consentono la distanza, la distrazione, tuttavia non lo forzano, non lo costringono, lo accompagnano nel cammino, incontrano la mente distratta.
È il pregio della cultura, è la forza dell’arte: tenere vive le coscienze e il sentimento e permettere che l’uomo sia umano, lasciare che egli venga allo scoperto in un attimo di abbandono, a contatto con la bellezza.
La telecamera diventa uno strumento dell’orchestra e segue docile la trasfigurazione che avviene nel Maestro che, nell’esigere un’interpretazione dalla sua orchestra, si fa egli stesso strumento: rende visibile l’uomo Coriolano, diventa Coriolano egli stesso.
L’eroe si astrae e mentre viene richiamato alla terra dalla voce della madre che lo prega, abbandona di fatto la vita, segue la sua strada.
Morirà, poco importa se per mano dei Volsci o suicida, annegato nel profondo turbamento del dissidio che lo lacera, tra la delusione, il fallimento di un ideale ed al contempo la pietà, che non gli consente di fare del male a coloro che ama.
Così avviene la trasfigurazione di Coriolano e la sua reincarnazione, lo spettatore incontra l’intensità fisica ed emotiva del personaggio vivo e presente.
Le fotografie fermano l’istante, come dipinti sono testimoni di un racconto e anche della trasformazione. La rielaborazione dei frame segna il cambiamento la nascita dell’uomo dall’uomo. Rievocazione dunque, evocazioni pittoriche, ma anche incarnazione dinamica, mutazione. Vita.



