Gesù senza i miracoli
Ottobre 6, 2008 · Print This Article
L’estate ha ormai lasciato il posto all’autunno e le vacanze estive, per quasi tutti, sono terminate.Anch’io sono tornato, ahimè, a casa e all’usato posto di lavoro. Le mie due settimane scarse di ferie le ho trascorse in alta Valtellina, nei pressi di Bormio, dove i pizzoccheri pizzoccherano e gli sciatt crescono nei piatti come funghi in un bosco. Sono state vacanze serene e luminose; il cielo era sempre pulito e azzurro al mattino e tale rimaneva fino alle prime ore del pomeriggio, quando delle piacevoli nuvolette bianche e batuffolose iniziavano a formarsi, sparse qua e là come pesciolini dispersi nel mare. Nel tardo pomeriggio, poi, le poche nubi sparse si trasformavano in nuvoloni estesi e scuri e, non di rado, in serata cominciava a piovere minacciando l’arrivo di giorni e giorni di diluvi. Ma poi, miracolosamente, al sorgere d’ogni nuovo mattino, il cielo era di nuovo terso e luminoso.
Ho scritto “miracolosamente” perché in effetti proprio di un miracolo si trattava. Infatti subito prima delle ferie avevo lungamente meditato e pregato affinché le mie vacanze fossero benedette da un clima favorevole. Poiché la mia fede era stata grande e il mio spirito sempre vicino alla Divinità, la mia preghiera è stata esaudita e il tempo è sempre rimasto clemente. A conferma di ciò posso anche aggiungere che, non casualmente, proprio nel giorno in cui sono finite le mie ferie (lunedì 1 settembre), la Valtellina è stata coperta sin dal mattino da una spessa coltre di nere nubi temporalesche e, mentre mi apprestavo a caricare i bagagli per la partenza, la pioggia iniziava a cadere copiosa.
Dunque è chiaro: non si è trattato di un caso. Avrebbe potuto forse esserlo se la cosa fosse avvenuta per un solo giorno o per due, ma poiché essa si è ripetuta per tutta la durata delle ferie è evidente che vi è stato qualcosa di sovranaturale: siamo chiaramente di fronte a un miracolo. Chiunque di voi può documentarsi, se lo vuole, riguardo alla situazione meteorologica nella zona di Bormio e di Valdidentro nel periodo compreso fra il 20 agosto e il giorno 1 settembre.
Ma ho l’impressione che non mi crediate. Nonostante io sia stato del tutto sincero nel raccontare gli eventi climatici e nonostante quei fatti siano stati davvero abbastanza singolari, sono certo che parecchi di coloro che mi leggono non vorranno credere che io sia stato protagonista di un vero miracolo. Mi pare già di sentire le obiezioni di chi invoca il caso, di coloro che sospettano io abbia mentito, di tutti quelli che non si pongono neppure il problema di capire dove sia l’errore, ma semplicemente escludono che un vero miracolo possa essere stato provocato dalle mie preghiere. In effetti anche io al posto loro sarei scettico.
In questi casi, di fronte ai dubbi razionalistici dei miscredenti, coloro che “sanno” che un miracolo è avvenuto hanno un solo classico argomento a disposizione e … anche io lo userò: io c’ero, io “so” come sono andate le cose e ne sono certo; solo chi ha vissuto i fatti e solo chi è disposto a rinunciare al freddo razionalismo per accettare le verità spirituali può “capire veramente” e riconoscere i fatti per quella che è la loro vera natura. Solo chi è in grado di guardare con gli occhi dello spirito può cogliere le verità dello spirito. Che sarebbero vere non meno di quelle del mondo materiale. Chi non usa gli occhi dello spirito, secondo questo punto di vista, non può vedere altro che una parte della realtà: le parvenze della materia.
Ma, in fondo poi, perché dubitare che io possa nel mio piccolo aver influito un pochino sul clima della zona di Bormio, se siamo disposti a credere che possano essersi realmente verificati eventi assai più improbabili come la resurrezione di un morto o la guarigione di un nato cieco? Se accettiamo che una donna vergine possa essere rimasta incinta “per opera dello Spirito Santo” e, sempre grazie allo “Spirito Santo” avere addirittura partorito il Figlio di Dio, perché dubitare di un piccolo miracoletto da due soldi come il mio?
Naturalmente non tutti accettano come veri i miracoli operati da Gesù, però mi pare evidente che agli occhi di molti egli abbia una credibilità che io, per motivi non chiari, non ho. Quella credibilità rende i suoi portenti intrinsecamente e inspiegabilmente più accettabili dei miei.
Perché mai Gesù appare essere più credibile di me come operatore di miracoli?
Purtroppo questa domanda non ha alcuna risposta semplice. Per trovarne una valida occorrebbe tener conto di un’infinità di elementi e di suggestioni che si sono accumulati nel corso della storia. Al giorno d’oggi tutta la nostra cultura, sebbene stia progressivamente orientandosi verso un certo distacco da molte forme di soggezione nei confronti della Chiesa, risente ancora fortemente, spesso in modo occulto, di secoli di sviluppo guidato dal cristianesimo e questa influenza sottile e pervasiva certamente favorisce la nostra disponibilità a considerare positivamente Gesù. D’altronde egli è stato, almeno in apparenza, un personaggio del tutto eccezionale: il fondatore di una religione e di una Chiesa che da duemila anni dominano il mondo, mentre io sono soltanto un qualsiasi bipede sconosciuto. Milioni e milioni di persone, per millenni, hanno creduto in Gesù fino al punto, talvolta, di sacrificare tutti i propri beni e persino la vita e questo è un biglietto da visita non da poco.
Ma per quanto egli potesse essere dotato di carisma, per quanto il suo messaggio potesse essere nobile, per quanto il suo ruolo di fondatore del Cristianesimo ne abbia fatto un personaggio straordinario, tutta la sua credibilità si basò pesantemente sui miracoli e, in particolare, sulla resurrezione. Pensiamoci per un attimo. Proviamo a togliere a Gesù tutti i suoi prodigi e tutti gli episodi sovranaturali di cui fu protagonista. Proviamo a visualizzare un Gesù che non sapeva assolutamente camminare sulle acque, che non poteva trasformare l’acqua in vino e che non nacque da una vergine. Un Gesù incapace (come è normale per qualsiasi bambino dodicenne) di discutere seriamente nel tempio con i dottori, impotente di fronte alla morte di Lazzaro o alle mille malattie e infermità dei suoi contemporanei. Un Gesù, soprattutto, che non sia risorto dalla morte. Che tipo di figura ne risulta? Che tipo di personaggio?
Credo non ci sia dubbio: senza i suoi miracoli Gesù sarebbe stato nulla più che un predicatore come tanti. Saggio e buono, magari anche un po’ più di altri, ma del tutto anonimo in mezzo a una folla di altri predicatori, profeti, guaritori, maghi e sedicenti Messia. Anzi, è necessario tener ben presente che, persino con tutti i suoi ipotetici miracoli, egli non ci ha lasciato assolutamente alcuna traccia rilevante di sé a eccezione di quelle che ci vengono dai suoi seguaci. La storiografia del suo tempo e quella immediatamente successiva lo hanno tranquillamente ignorato. L’unico cenno significativo all’esistenza del nazareno lo fa Giuseppe Flavio, uno storico di origine ebraica vissuto nel primo secolo d.C., nella sua ponderosa opera Antichità Giudaiche. In tutto egli dedica a Gesù pochissime righe che, per altro, sono generalmente ritenute false o almeno fortemente alterate.
In definitiva il Figlio dell’Uomo, pur con l’importanza e la bellezza del suo messaggio, pur con tutto il suo carisma e tutti i suoi miracoli (compresa la pretesa resurrezione), passò attraverso il suo tempo come un personaggio assolutamente secondario. Se non avesse almeno avuto fama presso i contemporanei di potente operatore di miracoli, oggi non ne avremmo più alcuna traccia. Non solo da un punto di vista storico, ma anche da quello più propriamente spirituale la figura di Gesù acquista rilevanza proprio in conseguenza di un preciso miracolo: la resurrezione dai morti. È San Paolo stesso, l’apostolo dei gentili nonché il vero ideologo del Cristianesimo, che ce lo dice esplicitamente nella sua prima epistola ai corinzi: “ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati” (1Cor 15, 17). Il messaggio originale di Gesù, il contenuto delle sue parole (che comunque è ricostruibile solo in parte e con parecchia incertezza) senza dubbio sono stati importanti e hanno contribuito alla costruzione sia del nucleo iniziale dei suoi seguaci, sia successivamente della comunità dei fedeli, ma quel messaggio nella sostanza non è così tanto differente da quello di tanti altri maestri dello spirito da giustificare l’enorme successo della Chiesa.
Dunque la fama, la credibilità e persino la rilevanza spirituale di Gesù riposano, in larghissima misura, sul cardine della resurrezione e si puntellano sulle fama di poteri sovranaturali del nazareno. Ma quei miracoli sono credibili? Che valore possiamo dare ai racconti che ci presentano episodi miracolosi?
Questa domanda, per una persona incline alla razionalità, ha una risposta così ovvia che non vale neppure la pena di formularla: i miracoli non esistono. Ma nonostante ciò, una fetta assai cospicua dell’umanità tende inspiegabilmente a credere in essi. D’altronde la razza umana include pure esemplari capaci di credere al potere terapeutico dei cristalli, alla capacità di levitare che si manifesta in certi yogi, alle predizioni dei cartomanti e a non poche altre panzane … cosicchè il fatto che qualcuno accetti pure i miracolucci cattolici non dovrebbe sorprendere.
La nostra cultura, tanto che siamo cattolici, tanto che non lo siamo, è completamente impregnata dell’immagine dei miracoli di Gesù. Essi ci vengono narrati e ripetuti in modo acritico sin dai nostri primissimi anni di vita e raramente vengono messi esplicitamente e chiaramente in discussione nel nostro ambiente culturale. Dopo aver imparato a convivere per anni con certe narrazioni esse finiscono per spostarsi al di fuori dell’ambito di ciò che è soggetto ad analisi critica, entrano in un limbo i cui elementi, pure se non del tutto accettati, non sono più neppure messi apertamente in discussione. A quel punto l’idea di un Gesù operatore di miracoli finisce per apparire, se non del tutto credibile, almeno non completamente dissonante con ciò che abbiamo interiorizzato. Oltre tutto esiste un attore di spicco della nostra società, la Chiesa cattolica, che usa la sua indiscutibile autorevolezza e importanza per sostenere esplicitamente e fortemente l’autenticità dei molti miracoli narrati nei testi sacri; questa autorevolezza induce non poche persone ad accettare e credere supinamente.
Ma l’essere immersi in una determinata cultura e le pressioni di un organismo pur potente e antico come la Chiesa non sono sufficienti a trasformare in verità una cosa falsa. La tendenza ad accettare e addirittura cercare il magico, il trascendente, ha caratterizzato tutte le fedi e tutti i tempi. I miracoli di Gesù non sono un caso unico, né un caso diverso. Essi sono solo una delle tante manifestazioni della nostra forte tendenza a credere al soprannaturale.
Due millenni fa, ancora più di oggi, l’accettazione di eventi miracolosi non era un problema e anzi, persino molti eventi assolutamente naturali venivano spiegati mediante il ricorso a cause extranaturali e magiche. Noi siamo forse abituati a pensare ai miracoli collegandoli principalmente a Gesù di Nazareth, ma la realtà è che la Palestina dei secoli attorno all’anno zero era tutta un pullulare di guaritori, maghi, maghelli, indovini, profeti, veggenti e via miracolando. La gente non aveva problemi a farsi abbindolare credendo a tutto quello che le si raccontava. I giudei di quell’epoca erano nulla più che una massa di creduloni ignoranti e Gesù era semplicemente uno dei moltissimi che dovevano la loro fama alla diffusa credulità.
Abbiamo una moltitudine di fonti che ci aiutano a ricomporre l’universo variopinto dei magonzoli itineranti. Uno di essi si chiamava Haninah ben Dosa. egli fu un maestro, guaritore e operatore di miracoli vissuto nel primo secolo dopo Cristo e allievo prediletto di Johanan ben Zakkai. La sua popolarità (già in vita) fu enorme e gli vale un posto fra i più famosi mistici di sempre; essa era dovuta non tanto al suo pensiero e al suo insegnamento quanto alla sua santità e alle straordinarie facoltà taumaturgiche e miracolose. A lui poi si attribuiscono anche diverse massime come, per esempio, quella che dice: “Colui che sa guadagnarsi l’amore dell’umanità è amato anche da Dio, ma colui che non è amato dagli uomini, neppure Dio lo ama”. Ad Haninah la tradizione collega numerose guarigioni miracolose, operate anche a distanza. Fra le altre quelle del figlio di Johanan ben Zakkai e del figlio di Gamaliele II. Quest’ultimo fu guarito a distanza con la preghiera e Haninah annunciò la sua avvenuta guarigione senza neppure averlo mai visto, suscitando lo stupore del messaggero che si era recato a chiederne l’intervento.
Un altro simpatico eremita capace di compiere miracoli fu un tale Banus di cui ci parla Giuseppe Flavio nella propria autobiografia, ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Addirittura sono le stesse fonti cristiane, in particolare il Nuovo Testamento che riconoscono senza problemi la capacità di compiere guarigioni e miracoli persino a Simon Mago, che pure viene presentato come personaggio assolutamente negativo e le cui abilità di sicuro non possono derivare dalla fede in Cristo. Simone, personaggio citato negli Atti degli Apostoli e in altri testi apocrifi; nato probabilmente in Samaria, insegnava una dottrina che viene spesso considerata gnostica. Tra l’altro, egli sosteneva di essere Dio (!). In At 8,9-25 viene narrata una sua controversia con gli apostoli e con Pietro in particolare. Ma l’aspetto interessante è che egli viene definito “mago” e si afferma che era in grado di strabiliare le folle con i suoi poteri.
9 V’era da tempo in città un tale di nome Simone, dedito alla magìa, il quale mandava in visibilio la popolazione di Samaria, spacciandosi per un gran personaggio. 10 A lui aderivano tutti, piccoli e grandi, esclamando: “Questi è la potenza di Dio, quella che è chiamata Grande“. 11 Gli davano ascolto, perché per molto tempo li aveva fatti strabiliare con le sue magie. (At 8,9-11).
Una delle versioni tramandateci della morte di Simon Mago vuole addirittura che egli sia passato a miglior vita nel contesto di una sorta di gara di prodigi. Invidioso della fama di S.Pietro, volle dare una pubblica dimostrazione di levitazione per mostrare a tutti quanto egli fosse strafichissimo. La dimostrazione ebbe pieno successo e Simon Mago si innalzò così in alto che a un certo punto Pietro, forse roso da una certa invidia, si mise a pregare Dio affinchè mettesse fine a quello spettacolo inopportuno. Dio in effetti intervenne e spezzò l’incantesimo del mago facendolo così precipitare e morire.
Questo racconto, ovviamente del tutto leggendario come tutti quelli in cui si narrano prodigi e miracoli, se fosse vero da una parte attesterebbe che S.Pietro era effettivamente in grado di ottenere dei prodigi mediante l’intervento divino, ma dall’altra toglierebbe ai miracoli quasiasi valore di natura spirituale. Tant’è che pure Simon Mago ne aveva fatto uno di grande clamore alzandosi da terra così tanto che quando precipitò non potè sopravvivere alla caduta.
Ovviamente la capacità di operare miracoli non si esaurisce in Giudea, Samaria o Galilea. In tutte le epoche e un po’ ovunque se ne sono verificati a iosa. Moltissimi personaggi della spiritualità (o sedicenti tali) hanno goduto di tale abilità. Innumerevoli miracoli sono attribuiti, per esempio, a Buddha il quale, fra l’altro, condivide con Gesù pure il privilegio di essere nato da una vergine (Siddharta sarebbe sceso dall’empireo sotto forma di un elefante bianco e penetrato così nel grembo verginale di sua madre Maya. Non sorprende che la madre sia morta a causa del parto, date le modalità di quella nascita, ma piuttosto è abbastanza strano che sia riuscita a sopravvivere addirittura una settimana!). Gautama Buddha, che venne al mondo portando addosso 32 grossi segnacci e ben 80 segni un po’ più piccoli (forse tatuaggi???), aveva poteri straordinari; per esempio guarì dalla cecità sua moglie che aveva perso la vista per il troppo piangere quando lui se ne andò per intraprendere la strada dell’illuminazione. Come S.Pietro, pure il fondatore del Buddhismo si trovò a partecipare a delle vere e proprie gare di miracoli contro alcuni maestri rivali.
Anche Lao Zi, fondatore del Taoismo a cui, secondo la tradizione, si deve il fondamentale testo chiamato Dao De Jing, ebbe dei natali decisamente … insoliti. La madre rimase infatti incinta per effetto di un raggio di sole e, dopo 80 anni di gravidanza, partorì il figlio Lao Zi dall’ascella sinistra, sotto un albero di susine. Altro che verginità! Di fronte a una gravidanza di 80 anni, il parto verginale di Maria ci fa la figura di un topolino di fronte a un elefante.
Nell’induismo gli eventi sovranaturali sono all’ordine del giorno. Tanto per dirne una, è noto che quando Brahma, avendo visto sua figlia Sarasvati in estasi erotica, senza far troppo caso alle questioni di consanguineità decise di prenderla come seconda moglie, gli spuntarono di colpo ben cinque teste. Siva, come punizione per aver avuto un rapporto incestuoso con la propria figlia, gliene mozzò subito una. Visnù invece si trasformò in leone per punire un ricco sovrano il quale si era permesso di esprimere dubbi sull’onnipotenza del dio.
E anche in tempi recenti miracoli e miracolucci continuano a essere onnipresenti. Chi pratica la meditazione trascendentale, per esempio, ha la possibilità di giungere ad acquisire il potere della levitazione. Un vero e proprio campione della magia è il ben noto Sai Baba il quale ha già compiuto e continua a compiere numerosi miracoli, non di rado sotto lo sguardo adorante dei suoi accoliti.
E per tornare a luoghi a noi più prossimi, chi non ricorda il presunto miracolo della lagrimazione di una statuetta raffigurante la Madonna, a Civitavecchia? Secondo i testimoni l’idoletto versò numerose volte lagrime di sangue e fu visto da numerose persone diverse, fra le quali l’arcivescovo della diocesi di Civitavecchia.
Allo stesso modo in India sono testimoniati episodi in cui le statue della dea Parvathi hanno “mestruazioni sacre” e nel settembre del 1995 le statue di Ganesh, ma anche di Parvathi e Siva, iniziarono a bere il latte che veniva loro offerto ritualmente dai fedeli. Questo specifico miracolo è molto recente e molti di coloro che leggono queste righe probabilmente lo ricorderanno; per quelli che non ne fossero al corrente segnalo che nell’archivio storico del Corriere è ancora possibile rintracciare gli articoli che parlarono del fenomeno. Tra gli altri, potete leggere quanto riportato a questa pagina:
“Sono qui dalle 8 del mattino […] e ho visto sparire davanti alle labbra degli dei almeno 300 litri di latte” è la dichiarazione di un fedele che si era recato davanti a un tempio.
Dunque i miracoli non caratterizzano affatto la nostra religione e non sono minimamente un’esclusiva di Gesù. Eppure in qualche modo, per via della nostra matrice culturale, il nostro giudizio sui miracoli altrui è spesso diverso da quello sui miracoli del nazareno. Episodi come quello di Ganesha che beve latte ci paiono sciocche fantasie di un popolo superstizioso e ignorante. Ridicole manifestazioni di primitiva e inverosimile credulità. Ci viene da pensare che gli hindu, gli africani e molti altri credono “perché è la loro cultura”, che “si tratta di popoli dove l’analfabetismo e la superstizione sono molto diffusi”, ecc.. Dentro di noi sentiamo il bisogno di supporre che certe credenze e certi miti appartengano per lo più ad un tempo passato in cui la cultura scientifica non era diffusa. Al contrario, difficilmente siamo disposti ad emettere giudizi altrettanto severi a riguardo della nostra propria società e della nostra cultura. Non siamo forse noi gli “occidentali”? Quelli che sono andati sulla Luna? Quelli che riescono a clonare le cellule? Se nella nostra società vi è ignoranza, ci viene da pensare, non è perché essa è intrinsecamente parte del nostro essere uomini, sia pure occidentali, ma è piuttosto un fatto specifico di pochi individui. L’accettazione di tutto un substrato culturale magimiracolistico filtra, nel corso degli anni giovanili, al di là della nostra capacità critica.
È realmente difficile accettare pienamente e con il cuore, oltre che con la mente, quella che invece è la vera e ovvia verità ossia che, nonostante l’apparenza, il nostro mondo, per quanto progredito, sia caratterizzato da superstizioni, credulità e forme di ignoranza esattamente identiche a quelle degli Zulu o degli Indiani. È difficile credere che la nascita verginale di Cristo o la sua resurrezione siano balle, frutto di abissale ignoranza, esattamente come le mestruazioni sacre di Parvathi o l’episodio di Visnu che si trasforma in leone e si mangia il sovrano dubbioso.
E invece, nonostante le nostre resistenze psicologiche, non esiste alcuna distinzione fra “miracoli seri” e “storielle per creduloni”. Esiste soltanto una drammatica e irresistibile pulsione di molti umani verso il soprannaturale e, insieme, una scarsissima attitudine alla razionalità che affligge ancora oggi la maggioranza di noi “sapiens”, anche se occidentali.
Bene. Abbiamo parlato fin’ora di come gli eventi miracolosi non siano una prerogativa del cristianesimo, bensì ne siano avvenuti innumerevoli in tutte le epoche e in tutte le religioni. Sanno fare miracoli Krishna e Lao Zi, Mani e Buddha, Sai Baba, Simon Mago e mille altri. Dunque il fatto miracoloso, anche a volerci credere, non può in nessun modo essere usato come supporto per sostenere la credibilità di alcuna dottrina religiosa o meno.
Esiste un altro punto importante da esaminare ossia che cosa, nelle varie epoche e culture, venga riconosciuto come miracolo. Quanto siamo attenti e selettivi noi uomini nel catalogare un certo evento come miracoloso? La risposta è sconfortante. Gli esseri umani sono capaci di considerare miracolosi eventi che sono chiaramente del tutto fasulli. Uno dei migliori esempi di come fatti che sono manifestamente insignificanti possano essere ritenuti miracolosi ci viene, ancora una volta, dal Nuovo Testamento.
È ben noto che, dopo l’ascensione di Gesù, gli apostoli e i numerosi discepoli furono pervasi dallo Spirito Santo e manifestarono una serie di capacità straordinarie e miracolose, fra cui quella di “parlare le lingue”. Ora effettivamente il fatto che un povero pastore o pescatore palestinese ignorante e buzzurro improvvisamente inizi a parlare in corretto cinese o nella lingua degli indiani algonchini potrebbe destare un certo stupore ed essere considerato un evento miracoloso.
Ma analizziamo la situazione. Se io fossi un poveraccio di giudeo ignorante e vedessi all’improvviso un altro poveraccio come me, uno che conosco da sempre e del quale conosco bene l’abissale ignoranza, fermare per la via un ricco signore egiziano e iniziare con lui un lungo discorso nella sua lingua, potrei avere il dubbio che qualcosa di strano (non necessariamente un miracolo) sia effettivamente accaduto. Se poi, pochi minuti dopo, recandomi al porto col mio amico, lo vedessi pure discorrere in greco con un mercante, avrei il diritto di rimanere alquanto basito.
Ma quando nel Nuovo Testamento si parla del “dono del parlare le lingue” si intende qualcosa di questo tipo? Assolutamente no. Parlare le lingue, nell’accezione di Paolo e Luca non significa affatto esprimersi correttamente in linguaggi esistenti e codificati, ma sconosciuti e non appresi precedentemente. Quando ho iniziato a interessarmi di storia delle religioni e a documentarmi seriamente la verità mi è balzata agli occhi: con l’espressione assai ingannatrice “parlare le lingue” S.Paolo e gli altri protocristiani intendevano semplicemente l’emettere suoni e sillabe inarticolate e incomprensibili non corrispondenti ad alcuna parola che fosse a loro nota e, inoltre, non nel contesto di un dialogo con un interlocutore capace di capire se ciò che veniva detto avesse senso. Da quanto dicono le fonti neotestamentarie, in nessun modo è possibile dedurre che i suoni pronunciati corrispondessero a parole realmente esistenti in qualsivoglia linguaggio umano. Anzi, in realtà emerge esattamente il contrario.
A conferma dell’assoluta insensatezza dei suoni emessi da coloro che “parlano le lingue”, Paolo più volte fa riferimento all’esistenza di altri fedeli illuminati dallo Spirito che hanno ricevuto il dono complementare al parlare le lingue, ossia sono capaci di interpretare i suoni incomprensibili emessi dagli altri. A questo proposito l’apostolo dei gentili trova occasione di esprimersi in un modo che lascia trapelare persino una punta di sarcasmo nel capitolo 14 della Prima Lettera ai corinzi che (stranamente?) non viene di solito troppo citato.
1 Ricercate la carità. Aspirate pure anche ai doni dello Spirito, soprattutto alla profezia. 2 Chi infatti parla con il dono delle lingue non parla agli uomini, ma a Dio, giacché nessuno comprende mentre egli dice per ispirazione cose misteriose. 3 Chi profetizza, invece, parla agli uomini per loro edificazione, esortazione e conforto. 4 Chi parla con il dono delle lingue edifica se stesso, chi profetizza edifica l’assemblea. 5 Vorrei vedervi tutti parlare con il dono delle lingue, ma preferisco che abbiate il dono della profezia; in realtà è più grande colui che profetizza di colui che parla con il dono delle lingue, a meno che egli anche non interpreti, perché l’assemblea ne riceva edificazione.
6 E ora, fratelli, supponiamo che io venga da voi parlando con il dono delle lingue; in che cosa potrei esservi utile, se non vi parlassi in rivelazione o in scienza o in profezia o in dottrina? 7 È quanto accade per gli oggetti inanimati che emettono un suono, come il flauto o la cetra; se non si distinguono con chiarezza i suoni, come si potrà distinguere ciò che si suona col flauto da ciò che si suona con la cetra? 8 E se la tromba emette un suono confuso, chi si preparerà al combattimento? 9 Così anche voi, se non pronunziate parole chiare con la lingua, come si potrà comprendere ciò che andate dicendo? Parlerete al vento! 10 Nel mondo vi sono chissà quante varietà di lingue e nulla è senza un proprio linguaggio; 11 ma se io non conosco il valore del suono, sono come uno straniero per colui che mi parla, e chi mi parla sarà uno straniero per me.
12 Quindi anche voi, poiché desiderate i doni dello Spirito, cercate di averne in abbondanza, per l’edificazione della comunità. 13 Perciò chi parla con il dono delle lingue, preghi di poterle interpretare. 14 Quando infatti prego con il dono delle lingue, il mio spirito prega, ma la mia intelligenza rimane senza frutto.
[…]
22 Quindi le lingue non sono un segno per i credenti ma per i non credenti, mentre la profezia non è per i non credenti ma per i credenti. 23 Se, per esempio, quando si raduna tutta la comunità, tutti parlassero con il dono delle lingue e sopraggiungessero dei non iniziati o non credenti, non direbbero forse che siete pazzi?
[…]
26 Che fare dunque, fratelli? Quando vi radunate ognuno può avere un salmo, un insegnamento, una rivelazione, un discorso in lingue, il dono di interpretarle. Ma tutto si faccia per l’edificazione. 27 Quando si parla con il dono delle lingue, siano in due o al massimo in tre a parlare, e per ordine; uno poi faccia da interprete. 28 Se non vi è chi interpreta, ciascuno di essi taccia nell’assemblea e parli solo a se stesso e a Dio.
[…]
39 Dunque, fratelli miei, aspirate alla profezia e, quanto al parlare con il dono delle lingue, non impeditelo. 40 Ma tutto avvenga decorosamente e con ordine. (1Cor 14)
Paolo non fa dunque mistero della incomprensibilità di coloro che parlano in lingue. Non solo ciò che dicono è incomprensibile per gli ascoltatori, ma addirittura lo è per coloro stessi che hanno parlato, tanto che l’apostolo dei gentili li esorta a pregare affinchè si possa ricevere dallo Spirito Santo anche il dono di decifrare ciò che è stato detto. Insomma siamo in una situazione in cui alcune persone, forse in stato di coscienza alterato, emettono suoni irriconoscibili dai quali i presenti non riescono a evincere alcun significato e dei quali neppure coloro che hanno parlato sanno spiegare il senso. Non a caso Paolo, pur cercando di non essere troppo duro, non riesce a trattenersi dal sottolineare che un eventuale estraneo che assistesse a certe manifestazioni finirebbe per credere che i cristiani sono sostanzialmente pazzi.
Questo parlare confuso, paragonato da Paolo ai suoni della materia inanimata, viene interpretato nelle comunità cristiane del primo secolo come un effetto miracoloso dovuto allo Spirito Santo. C’è di che rimanere sbalorditi. Se questo è il modo di riconoscere e valutare i miracoli che caratterizzava i primi cristiani e gli ebrei al tempo di Cristo non sorprende che ci fossero presunti profeti, maghi e guaritori a ogni angolo di strada. Non sarà dunque che pure i cosiddetti miracoli operati da Gesù siano stati valutati in modo un filino discutibile dai suoi contemporanei?
Ma qui credo sia necessario, per chiudere, richiamare ancora una volta la questione iniziale: se i miracoli di Gesù non sono credibili, se molti di quelli narrati sono palesemente fittizi o, come nel caso del “parlare le lingue”, frutto di malintesi, se comunque di presunti miracoli ne hanno compiuti a iosa pure Simon Mago, Ganesha, Buddha e infiniti altri, allora cosa ci rimane della credibilità di Gesù come figlio di Dio? Cosa rimane delle religioni cristiane?
La risposta è una sola: nulla. Vorrei poter dire che rimane almeno il fatto che Gesù stesso affermò di essere Figlio di Dio. Ma in realtà non è vero neppure questo, dato che oggi gli studiosi indipendenti (non vincolati alla dottrina cattolica) sono concordi nel riconoscere che in nessun brano dei testi sacri che sia affidabilmente autentico, Gesù si riferisce a se stesso come al figlio di Dio. Tutti i brani dai quali si potrebbe desumere che Gesù abbia affermato la propria divinità sono falsi o fortemente dubbi. Paiono invece autentici, almeno in parte, i brani in cui egli si definisce Figlio dell’Uomo. Decisamente non è la stessa cosa. E d’altronde se il nazareno ci avesse mai lasciato in eredità parole chiare sulla sua propria natura divina, allora non avrebbero avuto senso tutte le infinite polemiche su questo argomento che invece fiorirono dopo la sua morte e che si protrassero per secoli producendo discordie e lotte interne alla Chiesa nascente.
Un Gesù che non fa miracoli (o un Gesù che fa miracoli come li fanno anche molti altri) è un Gesù decisamente umano. Un uomo buono, un abile predicatore, una persona con uno sviluppato senso della giustizia, ma nulla più che un uomo. E forse verrà il giorno in cui il posto di Gesù come fondatore della più diffusa religione del mondo verrà preso da qualche altro semplice uomo che, come lui, fa qualche “miracolo”. Uno forse, chissà, tipo Sai Baba.
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Io so che Gesù è l’ unigenito figlio di Dio, nato per opera dello Spirito Santo, da una umile fanciulla ancora vergine di nome Maria. Prima che il mondo fosse stato creato Gesù c’era, la sua venuta qui sulla terra è servita a salvare dalla morte eterna la sua creatura. L’ uomo in quanto peccatore non aveva nessuna speranza di essere salvato, liberato dalla schiavitù di Satana. Gloria al nostro Padre Celeste, Dio, di averci donato il suo figlio Gesù come il Salvatore del mondo. Ora per me il miracolo più grande che Gesù ha fatto, è quello di avermi riconciliato con Dio. Non seguire una religione, che non ha nessun potere di salvare, ma chiedi perdono dei tuoi paccati solamente al Signore Gesù, ed egli ti riconcilierà.
Egregio Vincenzo,
ognuno di noi è convinto di “sapere” qualcosa. Nel caso specifico il senso del verbo “sapere” che tu usi è però un po’ sbiadito. Di fatto tu non eri presente, non lo era nessuno che tu conosca e di cui tu possa ragionevolmente valutare l’attendibilità, e per di più vi sono concreti indizi sul fatto che parecchie delle cose narrate nei vangeli siano quanto meno dubbie. Dunque, per mancanza di informazioni serie, tu più che “sapere”, “credi”.
Ovviamente credere è più che legittimo. E infatti a questo mondo c’è gente che crede un po’ a tutto. A partire da mamma Ebe, i miracoli di Medjugorje, le statue di Ganesha che bevono latte, Wanna Marchi e via elencando.
C’è chi crede a Berlusconi e chi a Veltroni, chi in Dio e chi in Satana. C’è chi crede che visualizzando un futuro positivo esso si avvererà e chi crede che il 17 porti sfortuna.
Tutti costoro hanno almeno due cose in comune:
1) il diritto di credere a quello che vogliono,
2) il fatto di non avere uno straccio di motivo serio e dimostrato a supporto concreto delle loro credenze.
—
D’altronde, mi permetterà, anche io ho diritto di esprimere il mio scetticismo su ciò che desidero. Ivi inclusi i miracoli di Gesù e la sua nascita da vergine. Poi ognuno che vorrà leggere giudicherà secondo i suoi criteri.
Cordialmente,
Giorgio Penco.