Il Rugby è una rivoluzione

Giugno 5, 2008

Il Rugby è una rivoluzioneNon è immediato pensare a cosa significhi concentrare in un solo momento e luogo circa 1000 bambini dai 5 ai 13 anni e farli giocare per un’intera giornata.

Giocare a rugby poi, uno di quegli sport che non fa parte della nostra cultura e che è difficile anche seguire non conoscendo le regole fondamentali. Negli ultimi tempi è però scattato qualcosa riguardo al rugby, l’attenzione dei mezzi di comunicazione guidati sapientemente da una federazione nazionale che avrà di certo avuto un piano di sviluppo ben congeniato, ha fatto si che in molte zone d’Italia siano nati centri per praticare questo sport e il pubblico si avvicina scoprendo un mondo e una cultura a volte impensabili.Il Rugby è una rivoluzione Strano davvero per un gioco di cui si poteva avere qualche informazione soltanto rimanendo svegli fino a tarda sera la domenica quando finalmente la Domenica Sportiva si degnava di dare i risultati della giornata di campionato.

C’è davvero qualcosa di unico in questo sport? Ce ne sono molte, assurde ed insieme perfette. La prima che salta all’occhio guardando una partita è la regola fondamentale: la palla non si può passare avanti (tranne che con i piedi) ma bisogna avanzare con tutta la squadra per guadagnare terreno. Marco Paolini in una delle sue straordinarie performance sul Rugby diceva che il rugby sta al calcio come la prima guerra mondiale sta alla seconda. Nell’ultima guerra infatti c’erano i cannoni a lunga gittata, i bombardieri, i radar, tutti strumenti che consentivano di scavalcare l’avversario e Il Rugby è una rivoluzionecontrollarne i movimenti, nella prima invece bisognava avanzare di trincea in trincea, con la baionetta, insieme schierati di fronte al nemico senza poterlo scavalcare ma solo con la speranza di sfondarne la linea d’attacco. Un gioco a viso aperto, senza tanti fronzoli, si ha l’avversario davanti e bisogna spingerlo indietro oppure trovare una falla nella sua difesa, e correre, correre fino a non avere più fiato nei polmoni. Nel rugby l’avversario lo si guarda negli occhi, lo si tocca, gli si ringhia contro. Tutto cosi fino al fischio finale e quando tutto sembra finito si apre invece un’altra “stranezza” di questo sport: il terzo tempo. Si combatte fino alla fine e poi quando si finisce si festeggia insieme perchè ogni giocatore sa quanto è duro giocare e ha rispetto per gli avversari. Nessuna protesta in campo e c’è gioia tra i tifosi che anche nelle partite più importanti alla fine bevono e ballano insieme. In un paese che mangia pane e calcio intriso di violenza questa è a dir poco una rivoluzione.

A Città di Castello ho vissuto una giornata con un migliaio di bambini e bambine che hanno giocato a rugby, ho visto nel loro giocare e divertirsi uno spirito diverso, ho visto uno sport che educa e diverte anche le famiglie. Non è poco.

Si ringrazia la società Arvalia Villa Pamphili.


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