Festival della filosofia: Roma 2007

Maggio 16, 2007 · Print This Article

Che cos’è la filosofia? Un tempo la risposta sarebbe stata semplice e condivisa: scienza “omnium rerum per ultimas causas iuxta rationem”. Speculazione razionale sulle cose attraverso le cause ultime. I problemi fondamentali: la conoscenza e la realtà intima, fondamentale, della natura e dell’uomo. Ma a un certo punto i filosofi, stravolti dalle acquisizioni della logica, della fisica, della psicanalisi, si sono visti di fronte all’inadeguatezza dei fini e dei metodi tradizionali e non hanno trovato di meglio che stilare l’atto di morte di quella filosofia: non c’è modo di conoscere la realtà delle cose, la cui natura ultima e strutturale è “inattingibile”. Omaggio indebito, anche se forse inevitabile, al trionfo delle scienze naturali e alla tendenza positivistica che pretende vero solo ciò che è osservabile e sperimentabile.

Dal giorno di questo harakiri, la filosofia annaspa alla ricerca di un contenuto e di una direzione. Stando al programma del Festival della Filosofia di Roma, oggi la filosofia accetta nel proprio grembo ogni sforzo di indagine che possa aiutarci a ragionare su di noi, sulla natura, sulla modalità delle relazioni tra gli uomini e via dicendo. E’ in questo quadro ampio e sfumato che si capisce come nel Festival abbiano trovato spazio temi assai poco correlati con un concetto tradizionale di filosofia, come Second Life e la relazione tra Occidente e Islam, e relatori conosciuti in ben altri campi della professione intellettuale, come Scalfari, Camilleri, Gerosa ed altri.

Mestiere gramo, oggi, quello del filosofo. Non è più lui a fissare le regole e i metodi dell’indagine razionale: assai più autorevoli sono la logica, la matematica, la fisica, perfino le scienze sociali. Privo di strumenti e di contenuti condivisi e riconoscibili, si trova ad indagare una realtà i cui connotati si trasformano tra le sue mani sotto l’impulso di fenomeni che si accavallano ad una velocità superiore a quella di qualsiasi sforzo di sistematizzazione. Il pc, internet, la chat, Google, Second Life, Web2 modificano in modo continuo e strutturale i modi e gli strumenti delle relazioni tra le persone, rendendo rapidamente obsoleto ogni tentativo di comprensione e di codifica.

Oggi il futuro è modellato da una logica “tipo Open Source”, in cui a dirigere la nave è la libera innovazione tecnologica capace di imporsi economicamente, accanto ad un potere politico che cerca continuamente di appropriarsene. Tutto questo è affascinante e straordinario. Ma forse un po’ troppo anarchico.

Attendiamo con ansia il nuovo Aristotele, quello che sappia guardare lontano, trovare gli strumenti di indagine adatti al nostro tempo caotico, smontare le pretese estreme ed escludenti del metodo scientifico che si pretende applicabile ad ogni realtà, ed aiutarci a capire dove andiamo e quale futuro stiamo preparando. Ne abbiamo bisogno per governare quel futuro. Ma per il momento all’orizzonte non se ne vede nemmeno l’ombra.

In questo contesto è andata in scena la disputa tra due intellettuali europei di origine islamica. Da una parte Hanif Kureishi, scrittore e drammaturgo anglo-pakistano, laico e assai sensibile a temi come l’omosessualità, la parità femminile, la libertà democratica etc. Dall’altra l’islamologo svizzero musulmano di origine egiziana Tariq Ramadan, polemista rinomato, i cui controversi interventi hanno spesso suscitato polemiche. Il giornalista Paolo Di Giannantonio aveva l’ingrato compito del moderatore.

Ramadan è impressionante. Mette in campo una capacità dialettica straordinaria, alimentata da una attitudine all’analisi razionale che ricorda la grande tradizione dei filosofi e matematici arabi del Medioevo. Dice tutto ciò che ogni occidentale vorrebbe ascoltare, utilizzando anche i mezzi di una tecnica retorica raffinata, e si guadagna l’applauso del pubblico. Ritiene la libertà la più grande delle ricchezze; condanna gli attentati terroristici, a partire da quello delle Torri Gemelle; considera indispensabili e non negoziabili i pilastri fondamentali della democrazia liberale; invita le donne dei paesi musulmani a non accettare più alcuna discriminazione; rimarca la necessità che gli immigrati rispettino le leggi e gli usi dei paesi che li ospitano; sottolinea la inopportunità per le comunità musulmane in Europa di creare ghetti e scuole islamiche, che limitano la possibilità di conoscenza reciproca tra le diverse culture. Provoca la platea: avete paura dei musulmani che non conoscete: prima di valutare, andate ad incontrare quelli che vivono accanto a voi, e scoprirete una moltitudine di persone miti e civili con cui confrontarvi in uno scambio reciproco che è ricchezza per tutti.

E soprattutto: non esiste alcuna contraddizione tra il Corano e i valori tipici della democrazia occidentale; si può essere al tempo stesso fedeli musulmani e strenui sostenitori della libertà. Gli occidentali quindi non hanno ragione di temere i musulmani: la loro paura nasce dall’ignoranza.

Quello che Ramadan non dice è quale precentuale di musulmani condivida il suo pensiero e se ritiene che gli attuali governi rispecchino le sue posizioni.

Un assortimento particolare per discutere della figura storica di Gesù: un ecclesiastico (Raniero Cantalamessa), una professoressa universitaria americana (Paula Frederiksen), Eugenio Scalfari e Paolo Flores D’Arcais, efficacemente moderati da Corrado Augias. Vivo interesse del pubblico, aula Sinopoli stipata come nelle grandi occasioni, e la solita, totale, assordante assenza dei media.

Gesù interessa, eccome. Ciò che più emerge dal dibattito è che di questo argomento non è più possibile parlare con superficialità. L’analisi storica evidenzia come i Vangeli siano il frutto di un contesto culturale specifico, oltretutto molto lontano da quello originario di Gesù, sotto ogni profilo: temporale, geografico, culturale e linguistico. Essa mostra inoltre come le verità della fede, che conosciamo come un corpus granitico e inequivoco, abbiano invece attraversato un processo lungo e controverso prima di raggiungere la loro forma attuale, caratterizzato anche da imposizioni violente, da intrusioni della politica e da metodi di indagine e di decisione che faticheremmo molto a definire scientifici. In altri termini, il deposito della fede cristiana è un fatto teologico e filosofico, del tutto distinto dalla consistenza storica della figura reale di Gesù.

Nel dibattito, due specialisti come Cantalamessa e Frederiksen e Scalfari, che acutamente si è posto quale è, uomo di cultura che indaga con buona fede cercando di modificare il taglio storiografico della discussione ponendo una questione cruciale per chi voglia parlare dell’attualità di Gesù nella storia: se Gesù ha redento il mondo, perché mai dopo di lui l’umanità non è cambiata e il mondo è oggi il medesimo mattatoio che era allora? A maggior ragione, aggiungiamo noi, considerato che gran parte delle acquisizioni del diritto e della scienza che ci differenziano da epoche meno civili sono conquiste laiche, realizzate senza il favore della Chiesa e spesso in opposizione ad essa.

Essere non credenti è sempre stato problematico. Essere credenti oggi lo è forse ancora di più: le modalità tradizionali della fede devono essere integralmente riviste alla luce dei progressi del pensiero, da una parte, e delle scienze, dall’altra. E’ uno sforzo che va chiesto innanzitutto alla gerarchia cattolica. Le posizioni dogmatiche, che pretendono di imporre valori e stili di vita in base semplicemente alla propria asserita autorevolezza, oggi meno che mai possono essere la premessa per un confronto onesto e costruttivo.

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